Pompei

L’ultimo giorno a Pompei
Di Carlo Bonucci

In un giorno del 1815, tutto era festa e movimento in Pompei. I velari erano distesi sul Foro; le fontane versavano vini abbondanti: e le mense ricuoprivano le strade ed i trivi, nel mentre, che musiche deliziose, nascoste fralle rovine, animavano danze di trionfio e di gioia. Una moltitudine di servi ondeggiava sui marciapiedi, pronta ai diversi offici, ed a’ cenni de convitati. Si vedeano qua e là, sparsi per terra, come nelle cene di Omero, e di Trimalcione, vitelli intieri, cinghiali ripieni d’uova di tartaruga, e d’uccelli sconosciuti; pesci e conchiglie de’ lidi più lontani; e vivande, e frutta, e produzioni d’ogni clima, e d’ogni stagione. Sparivano poi queste magnificenze; ed i pranzi, vicini al loro termine, ricominciavano con novella profusione, e tradotti per così dire sotto altre sembianze, ed in altro linguaggio (1).
Il Sol leone esercitava i suoi furori; e non ostante, tutto si convertiva, fin’anche i fiori e le frutta, in sorbetti. Donne graziose e leggiadre, Eroi di diverse nazioni, reduci dalle loro imprese e da loro viaggi, erano colà riuniti quasi per rappresentarci una scena dell’antica cavalleria, ove la
bellezza coronava la gloria, e ne riceveva in vece gli omaggi della servitù e dell’amore.

Ma chi operava tali prodigi, tali meraviglie, e tale incanto? – Non so… Me ne ricordo appena, come una pagina delle Notti arabe: come la rimembranza d’una di quelle feste descritteci da’ viaggiatori, che una giovine Sultana della Persia dava ad un Imperadore del Mogol suo amante, di ritorno dalla conquista delle Indie; o che i Sovrani del Perú e del Messico offrivano a’ loro ospiti nel tempio del Sole, e sulle rive del lago misterioso di Palerea; allorché gli Stranieri non erano ancora approdati al nuovo mondo; e che Cortes, e Pizarro non aveano ancora spiegate le loro tende sulle rovine de’ Palagi degl’Incas e di Montezuma.

Da que’pranzi si passò ad uno spettacolo non meno straordinario e curioso. Si eseguiva uno scavamento nella strada delle Tombe. Si scuoprivano sulle prime gli avanzi d’un carro; i cavalli sembravano tuttora agitati, e nel massimo disordine; il cocchiero fceva indarno gli ultimi sforzi
per rattenerne la fuga, e rimetterli dal loro spavento. Poscia compariva da sotto i sassi e le ceneri del Vesuvio, una Madre infelice, che appena si reggeva sul cocchio a metà rovesciato, e stringeva al seno un bambino, e la pia giovane delle sue figlie. Un’altra fanciulla era caduta a’ suoi
piedi,

Dicendo, o madre mia, chè non m’aiuti?
Laocoonte ed Ugolino non dovettero forse sentire maggior dolore di questa madre sventurata. Noi la rinvenimmo nella stessa pietosa situazione, in cui era rimasta da 18 secoli. Essa premea tuttora al petto i suoi figli, e avresti detto che il suo dolore non fosse per anco cessato. – Cosi Niobe
fu raffigurata da un antico Artista, che abbraccia le ultime sue figlie, rivolge uno sguardo al cielo, e spira di dolore con esse.

Si raccolsero fra gli scheletri delle illustri fuggitive gli oggetti che soleano servir loro d’ornamento ne’ di festivi: collane, pendenti, ed anelli preziosi. In uno di questi ultimi, che per la sua forma non potea convenire che alla picciola e bella mano d’una fanciulla, era incisa una folgore. Il che indicava in queste misere vittime, del gusto, molte ricchezze, ed una condizione elevata.
Franque era presente allo scavamento. Egli volle dipingere lo spettacolo, che si rappresentava a’ nostri sguardi; ed il suo quadro, di cui diamo un disegno (2), è un capolavoro di verità, di espressione e di bello ideale.


Quadro di Franque

Dalla strada de’ sepolcri ci trasferimmo a’ Portici del teatro tragico. Le opere dello scavamento furono riprese con maggior fervore ed entusiasmo; e non si tardò ad assistere ad una scoperta non meno interessante della prima.
Il sommo Sacerdote del contiguo tempio d’Iside avea raccolto il tesoro della Dea, e fuggiva; ma la morte lo sopraggiunse presso la piazza del Teatro. Egli ci consegnò quel tesoro, ed il suo scheletro si risolse in polvere. Noi vi trovammo 360 monete d’argento, 8 d’oro, 42 di bronzo; de’ vasetti, delle figure isiache singolarissime, cucchiai, patere, fermagli, e tazzette, il tutto d’argento, un bel cam-
meo, e vari pendenti d’oro.

Intanto, i contadini delle vicine montagne giungeano in folla a Pompei per godere di quella festa. Generosi doni furono loro distribuiti, quasi per imitare le antiche largizioni di cibi e di denaro al popolo, e rendere più compiuta l’illusione del giorno. – Le musiche risuonavano di nuovo da tutte le parti. Ed essi, ebbri di gioia, eseguivano colle loro vezzose compagne delle danze nazionali, che furono applaudite, e premiate con altri doni, e con altro denaro.

(1) Tutto ciò è istorico.
(2) Inciso dal nostro bravo Pisante. Il quadro è oggidì a Parigi.

Così tramontava un giorno, in cui le rimembranze dell’Impero romano si confondeano per l’ultima volta con quelle d’un Impero, che dovea sparire ben presto dalla terra.


C. BONUCCI

Da: L’Omnibus pittoresco: 1838
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A.I. mode
Il nome Carlo Bonucci si riferisce principalmente a un importante architetto e archeologo napoletano dell’Ottocento, celebre per il suo contributo fondamentale agli scavi di Ercolano e Pompei.

AI Overview
Joseph-Boniface Franque (1774–1833) è stato un pittore francese, noto per aver ritratto scene storiche e drammatiche, inclusa una celebre rappresentazione dell’eruzione del Vesuvio.

Wiki – Joseph-Boniface Franque