I due infermi

Dalle novelle di Gasparo Gozzi

Rex Esculapi, quam habes potentiam!
Aristoph. in Plut.

O Esculapio re, quanto è grande la tua potenza!

Sono alquanti mesi che nella città in cui mi trovo corre una infezione di febbri di così pessima ragione che in pochi giorni struggono e mettono nelle mani dei beccamorti chi ne viene assalito; e per quanto i medici vi abbiano fatto accurati esami e diligenti studii sopra, non si potè mai venir a capo di far meglio.
Ciascheduno di essi dice mille buone ragioni intorno ai principii di questa malattia, applicano rimedii secondo tutte le regole dell’arte loro, non si dimenticano sentenza veruna antica nè moderna per corroborare le loro opinioni, tanto che non si sa più che dire, se non che gli uomini muoiono a torto e per ostinazione.
Sperasi tuttavia che una sperienza veduta a questi giorni possa finalmente arrecare il giovamento che si cerca e confortare le persone, le quali veramente sono atterrite, e di tempo in tempo si mettono la mano al polso e ad ogni menoma agitazione di quello si danno per sotterrate.

Due persone quasi della medesima età e complessione vennero ne’ passati giorni da questa mala generazione di febbre assalite. L’uno è un buon uomo di lettere, il quale, secondo la usanza della letteratura, non è molto agiato de’ beni di fortuna; e senza punto pensare di quello che può avvenire domani, si appaga del suo pane cotidiano, dicendo che ogni dì lo arreca a chi lo spera.
Il secondo è un certo uomo il quale nel principio di sua vita fu castaldo, e di tempo in tempo accrebbe la facoltà colla industria, e aiutato parte dalla prospera fortuna e parte da una profondissima aritmetica, sottopose i suoi padroni e cominciò a grandeggiare e a spendere, avendo fondata una buona e sicura rendita e posto da canto una miglior quantità di danari.

Il povero letterato, colto dalla febbre, si coricò sopra il suo letticciuolo in una cameretta a tetto che facea accoglienza gratissima or a’ venti del mezzodì, or a quelli del settentrione, e in fine a quanti ne mandava il cielo: e standosi ravviluppato il capo in certe sue coltri rinforzate da una gabbanella che vi mettea sopra, mandò per un medico, il quale mossosi a stento, pure finalmente vi giunse quando appunto la maggior furia della febbre lo facea vaneggiare.
Mentre dunque che il medico gli tenea la mano al polso, l’ infermo che poco prima avea letto non so se Dante o il Petrarca ed era entrato in farnetico con l’armonia di que’ versi nel cervello, cominciò a dire: L’un’arte dee giovare all’altra. Se voi fate ch’io guarisca ed esca di questo letto, vi do parola che voi ne avrete in guiderdone da me una delle più belle e più fiorite ghirlande d’Elicona e ch’io vi farò immortale.
Apollo è nume dell’uno e dell’altro di noi: e se io non ho nè oro nè argento, sarò uomo da innalzarvi fino alle stelle. Il medico, udite queste parole e avvedutosi che potea esser vero quanto gli promettea, perchè nella stanza non si vedea altro che le muraglie, una sedia zoppa di noce e alquante dozzine di libri mezzi nudi, che sulle schiene mostravano la colla e le stringhe, prese per ispediente di non fare per allora novità veruna e di stare a vedere, affermando ad alcuno che quivi era più per caso che per altro ch’egli vi sarebbe poi ritornato la sera.

E forse così avrebbe fatto, se l’altro ch’io dissi di sopra, caduto anch’egli infermo e assalito dalla medesima qualità di febbre, non avesse mandato per tutti i medici del paese per udire il parere di ciascheduno; i quali, essendo alla casa di lui accorsi sollecitamente, furono tanto affacendati per lui e tanta diligenza vi usarono intorno che il meschino letterato si rimase soletto ad attendere la morte vicina.
Intanto dall’altro fioccavano le ricette, traevansi dal mortaio polveri, stillavansi acque e olii. Chi dicea: io farei si e sì, e lo accordo, soggiungeva un altro, ma vi aggiungerei questo di più. Sia fatto, bene sta; sicchè si udia sempre ad ordinare nuova cosa: e vi fu il ricettario tutto dall’acacia al zafferano, vedendosi una perpetua processione di pillole giulebbi, sciloppi, lattovari, tanto che la stanza parea un mercato di ampolle e carte, mentrechè nella casettina del letterato vi avea appena una boccia senza becco piena di acqua, arrecatagli da una vecchierella vicina.
A capo due giorni si vide quella notabile sperienza ch’io dissi. L’uomo di lettere fu veduto per la città a camminare coi piedi suoi e andare dov’ egli volea, e l’altro co’ piedi del prossimo alla volta di una chiesa.
Dicesi che quel medico il quale fu il primo giorno a visitare il letterato scrive un libro di osservazioni fatte sopra la malattia di lui e sulle forze della natura.

Guiderdone – Rimunerazione, compenso.
Elicona – L’ispirazione poetica
Giulebbi – Sciroppi.
Lattovari – Principi attivi mascherati con dolcificanti, miele.

Da: Novelle di Gaspare Gozzi
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Gasparo Gozzi (Venezia, 4 dicembre 1713 – Padova, 26 dicembre 1786) è stato uno scrittore e moralista satirico italiano. Gasparo Gozzi è stato uno dei più raffinati prosatori italiani del Settecento.