Profumo di Paradiso


John Strange Winter

I corazzieri avevano dato un ballo il cui risultato si stava ora discutendo nel “bungalow” di Dickson, e più precisamente nel salotto da fumare, col qual nome era designata l’ampia stanza in cui i quattro ufficiali stavano riuniti, benchè, come ognuno può immaginare, il tabacco non fosse confinato fra quelle quattro alte mura bianche.
– Mi pare che, tutto considerato, sia andato magnificamente, – disse Laurie.
– E, dico, come era elegante Jakey! Avete visto il pizzo del suo vestito? Deve costare un patrimonio! Snipes le faceva tener la coda fuor di portata da ogni malanno.
– E non ha voluto lasciarla ballar con nessuno, – aggiunse Havers. – Come se qualcuno l’avesse desiderato, povera cosina angolosa! Io odio le donne angolose.
– Ho visto ballar con lei il colonnello, – osservò Dickson. – Cioè a dire, una quadriglia.
– Oh, si! A me pure ha offerto una quadriglia, del che fui quasi tanto lusingato quanto il colonnello. Ma a proposito, come è fiacco il suo braccio! Se fosse stato il destro invece del sinistro, avrebbe dovuto lasciare il servizio.
– Già, non avrebbe potuto tener in mano una spada, poi chiederà il riposo. Egli dice che ormai non val più nulla. Grullerie! Una testa come la sua vale cinquecento Snipes! Che non sanno far altro che mangiare e intascar lo stipendio. Oh! Che asino d’uno Snipes! Dickson, l’hai visto stasera in giardino, filare il perfetto amore con Jakey?
Dickson fece una smorfia più espressiva d’ogni parola, e Laurie continuò:
– È stata, con me, eccessivamente tenera; ricordo i giorni felici che avevamo passati insieme…. insieme, se vi pare, a Canterburg. Disse che sperava restassimo sempre amici, “buoni” amici. Mi pare, a dirla schietta, ch’ella trovi Snipes, col suo spiritismo e colla sua sentimentalità combinati, piuttosto noioso.
– Egli è così sentimentale! aggiunse Dickson con disprezzo. – Questo basta perchè ogni donna ritenga un uomo come lui una vera seccatura. Non legge mai un libro, non guarda mai un giornale, non scrive mai lettere, non gioca mai nè al bigliardo, nè al cricket; non si sogna neppure di giocare al lawn-tennis; teme d’invitare un collega per timore (credo) che possa parlare a sua moglie. Infatti, pare che egli non si curi d’altro che delle sue corbellerie spiritistiche, e dell’infastidire quella disgraziata donnina. Dio! che opinione deve avere di sè un uomo per infondere così persistentemente la propria compagnia a sua moglie!

– Eh, bene: Jakey ha avuto in passato quanto amore le abbisognava, ve lo garantisco, – disse Havers.
– Sì, ne son certissimo, – aggiunse Laurie. – Adesso Jakey si sprofonderà nello spiritismo con tutte le sue forze: vedrete.
– Lo ha già fatto, – affermò Havers. – Ella vale Snipes sotto ogni aspetto. Vi dico che non avevamo ancora passata la Manica che già ella aveva scoperto ch’io ero un medium potente. Ora, io posso benissimo essere un medium, ma non m’accomodava punto essere magnetizzato da Jakey.
– Per bacco, no! esclamò Laurie.
– Non v’ho mai parlato della piccola seduta che avemmo a bordo?
– No; ne avete avuta una?
– Oh, parecchie; ma una sola con grandi risultati, – rispose Havers. – Quasi tutti credevano, o fingevano di credere per divertirsi. Solo c’era uno strano vecchietto, il capo commissario del Oolhi – il più inveterato annusatore di tabacco che io abbia mai conosciuto – era refrattario ad ogni conversione; un vero “filisteo, caраce di dire, come disse, sul muso a Snipes che egli era un asino che meritava d’essere buttato in mare. Jakey tentò tutte le sue seduzioni su di lui, ma inutilmente.
Quel vecchio eretico non credeva a nulla.
– Forse non ammirava molto Jakey, – suggerì Laurie che non l’ammirava punto neppur lui.
– Proprio così. Una sera in cui egli l’aveva trattata più seccamente del solito gli chiesi: “Mi pare, signor D’Arcy, che ella non ammiri la signora Page?” “Già, – rispose lui fiutando una gran presa di tabacco, – non posso infatti dire di ammirare un palo da ponte.”
– Un palo da ponte! – vociferò Laurie. – Dio benedica quel vecchio diavolo. Che splendida definizione! Quand’anche io mi fossi stillato il cervello per un anno, non avrei saputo designare Jakey così bene. Dunque, e la seduta?

– Oh, la seduta! Bene, cominciò come le solite e nulla trapelò fuorchè alcuni colpi, metà dei quali fatti da me coi piedi sotto la tavola. Io non mi credo per nulla, ma mi ero unito alla compagnia per fare un po’ di chiasso come gli altri. Il vecchio D’Arcy soleva sedere accanto a noi, facendoci sbellicar dalle risa co’ suoi lazzi e i suoi motteggi. Infine ci si mise a dovere; le lampade furono abbassate in modo da non poter distinguere che i contorni delle persone intorno alla tavola, a cui ci sedemmo colle mani che si toccavano, solenni e silenziosi come sepolcri.
Ad un tratto la tavola cominciò a muoversi, poi a risuonare di colpi. Io, stavolta, non vi avevo a che vedere, ma credo c’entrasse qualcun altro. Per conto mio ero troppo occupato d’una graziosa incredula che si recava a Bonbay dai suoi genitori, per curarmi d’altro. Che incantevole giovinetta, piena di brio e di capricetti! Poveretta! Morì di colera tre giorni dopo lo sbarco. Io non pensavo certo, quella sera, che quindici giorni dopo sarei stato alla sua tomba. Mah!… è uno dei vari incidenti di questo maledetto paese. Me ne spiacque, povera piccina!
– Dunque si stabilì cogli spiriti che due colpi valevano – no – e tre colpi – sì – e che, dicendo l’alfabeto, essi avrebbero battuto alla lettera che intendevano usare; ecco: A, B, batte B, poi daccapo: A, B, C, D, E, batte due volte: Bee, capite? Allora si cominciò seriamente per davvero. S’ebbero varii spiriti nè divertenti nè istruttivi; poi uno spirito, più stupefacente degli altri, picchiò che si chiamava Enrico Smith, e che veniva direttamente dal Paradiso.
All’ora un’oca di ragazza, all’altra estremità della tavola, strillò che aveva paura; infatti, credo che molti di noi, chi più, chi meno, tremassero. Io so che il cuore batteva come un’elica, e che la piccola signorina Cresey afferrò la mia mano e la tenne ben stretta nella sua. Però restammo in circolo, chè nessuno era tanto spaventato da non desiderare di sentire qualche cosa di più. Facemmo ogni sorta di domande, Jakey e più forte naturalmente.
– Buono spirito – chiese, – ci sono fiori in Paradiso?
Tre enfatici colpi sulla tavola.
– Vi splende il sole, o spirito buono?
Altri tre colpi.
– Poveretto me! – disse il vecchio D’Arey che se ne stava zitto da una ventina di minuti. – Ho sempre creduto il contrario.
Alcuni degli increduli, sghignazzavano all’osservazione, ma i fedeli non parvero avvertirla.
– Vuoi dirci, spirito gentile, – continuò Jakey, come se recitasse una poesia da un soldo, – se le anime benedette in Paradiso sono perfettamente felici?
Tre grandi colpi.
– Allora perché sei venuto qui? – chiesi io, al che D’Arcy gridò:
– Ben detto , ragazzo mio! Questa è decisiva!
Lo spirito di Enrico Smith parve sopraffatto, ma Jakey si mostrò all’altezza della situazione.
– Desiderasti venir quaggiù?
Due colpi pel “no.”
– Non insulti questo spirito buono, signor Havers, – disse Jakey con gravità ammiratrice, al che lo spirito o qualcun altro, cominciò a raspare sì forte ed a lungo, che la tavola ne fu visibilmente scossa.
A questo punto una signora cattolica chiese allo spirito di dirle se sua zia Mary era uscita dal Purgatorio.
Due colpi.
– Vuol dire che è ancora in Purgatorio? – chiesi.
Tre colpi.
La signora cattolica sospirò.
– Povera zia Mary” – Poi quasi le venisse un’ispirazione improvvisa:
– Hai incontrato una certa signora Watson, lassù?
– Sì.
– È felice?
– Sì.
– Una donnina dagli occhi loschi?
– Sì.
– Ahimè! La gente conserva gli occhi loschi anche in Paradiso? – chiese qualcuno con aria delusa.
– Certo, se no come farebbero i loro amici a riconoscersi? – rispose qualcun altro.
– Da quanto tempo siete in Paradiso? – chiesi allora. – Dobbiamo contare per anni?
– Sì.
Contavamo dunque sino a cinquantatrè, poi picchiò.
– Cinquantatrè? – chiesi.
– Sì.
– Allora perché venisti qui?
Lo spirito mantenne un dignitoso silenzio, ma io non intendevo lasciarlo andare a sì buon mercato.
– Ti sentisti attirato da noi?
– Sì.
– Forse ti parve che noi fossimo infelici quaggiù, e venisti per dirci che splendido luogo è il Paradiso?
– Sì.
Tre lesti e allegri colpi.
– Ciò è molto gentile da parte tua, e noi ti siamo obbligatissimi, – dissi io cortesemente, poiché cominciavo a pensare che Enrico Smith fosse un spirito più affabile dell’usato. – Però, siccome ci sono degli increduli (non mi parve necessario dirgli che ero fra questi) non potresti lasciarci qualche segno della tua presenza? Abbiamo udito parlare di cose simili: una treccia di capelli, una luce fulgida, un fiore…. Sì che si possa essere assolutamente certi che sei realmente uno spirito del Paradiso.
– No.
– Non puoi farlo?
– No.
– Ma, potendolo lo faresti?
Tre forti colpi in risposta.
– Ma non potresti, – suggerì ansiosamente Jakey, – non potresti, o buon spirito, emanarci un profumo, qualche speciale odore sconosciuto alla terra che fiutato una volta ci sia impossibile dimenticare, e si possa riconoscere nel momento in cui raggiungeremo i campi dell’eterna luce?
Lo spirito rispose: – Sì.

Ora io debbo ripetervi che ritenevo tutto una mistificazione; ma la povera signorina Cresey era piuttosto impaurita, poiché teneva stretta la mia mano e non diceva una parola. In quanto a Jakey, ella continuò a interrogare Enrico Smith con voce sì terrorizzata, quasi si trovasse di fronte ad uno spettro colla testa sotto il braccio.
– Allora, caro spirito, – continuò solennemente, – vuoi emanar questo profumo?
– Sì.
A questo punto scoppiai in una risata, tosto repressa; gli altri gridarono – Sch, sch! Sch! – come se si fosse stati in chiesa. Questo però non mi fece impressione, poiché urlai:
– Sento venire il profumo!
Tutti dissero che non c’era di che ridere, e un momento dopo esso “venne.”
– Ah! Eh! Ah! Hei! Him! Oh!…
Ognuno fiutò l’aria in modo diverso, e la ragazza che al principio della seduta si era spaventata, svenne bellamente colle mani in quelle dei suoi vicini. Nessuno se ne accorse, però. Capirete, una cosa triviale quale uno svenimento, non è nulla, paragonato al profumo che ci veniva dal Paradiso! La ragazza avrebbe potuto morire, povera grullina che ella era, ed essi non se ne sarebbero commossi.
Continuarono a fiutare dicendo che era unico, meraviglioso, perfetto, terribile, spaventoso, delizioso, un vero saggio anticipato degli Elisi.

Uno dichiarò che somigliava all’odore delle viole, ma che aveva qualche cosa di completamente diverso da una cosa sì volgare e terrena come le viole.
Un altro lo paragonò al basilico, annunciando però che aveva una dolcezza penetrante tutta sua particolare.
Un terzo l’assomigliò al fior di passione, e tutti d’accordo proclamarono che, quand’anche vivessero mille anni prima d’inalare ancora quel profumo perfetto, lo riconoscerebbero all’istante.
A me, invero, quello che parve meraviglioso, fu il linguaggio che usarono.
Non ricordo d’aver mai sentito l’uguale, sì alati furono i discorsi in quella mezz’ora. Credo che i loro amici d’Inghilterra non li avrebbero riconosciuti, poiché, dimenticando la parlata quotidiana, s’esprimevano in prosa poetica e in versi sciolti.
Come al solito, Jakey sorpassò tutti.
– Io credo, – gridò entusiasticamente, – io credo che se emanassi l’ultimo respiro, se fossi al punto di morte, il misterioso potere di questo profumo mi farebbe rivivere.
– Non me ne stupirei, – osservai seccamente levando le mani dalla tavola, e alzando la fiamma delle lampade. – Lo provi con Miss Snowdon.
La pazzerella spaventata rinveniva proprio allora ed aveva il più adatto degli aspetti per tentare il rimedio.
– Non abbiamo ringraziato lo spirito – gridò ad un tratto una persona.
– Oh! Eccolo qui, lo spirito, – esclamai ridendo a morirne, ed accennai il vecchio D’Arcy che sedeva nella sua larga seggiola battendo le palpebre. – S’era rimasti al buio per più d’un’ora: – ei rideva perfettamente.
– Il signor D’Arcy? Era dunque lei il medium, – chiese Jakey.
– No, non lo era, – gridai. – Ma fu lui a mandare profumo.
– Il profumo?!… – esclamarono, incredule, una dozzina di voci.
– Sì, – e fu allora che mi misi a ridere. Sentii il “crik” della sua tabacchiera, e dopo un po’ egli sparse nell’aria una grossa presa di tabacco. Sì che io le dico, signora Page, che quando ella sarà all’ultimo respiro, noi proveremo se potrà giovarle una tabacchiera.
– Ma lo credereste? – terminò Havers, – Quegli sciocchi si guardaron l’un l’altro per un po’ quasi fosse suonata la loro condanna; poi dichiararono insieme che era una fandonia e che io volevo burlarmi di loro. E sino al momento del nostro sbarco a Bombay continuarono ad estasiarsi della sottile fragranza, dello squisito profumo che ci era venuto dal Paradiso.

John Strange Winter.
Versione dall’inglese di Albina Marini


I lettori si saranno accorti facilmente che questo piacevole racconto è una canzonatura bell’e buona dello spiritismo, che, specialmente in Inghilterra, la patria delle teste quadre e fredde, è oggi più che mai coltivato da signore e da signori. La novellista inglese, che ha assunto il pseudonimo di John Stange Winter, si diverte a scrivere di codeste canzonature…

Da: L’illustrazione popolare
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