Napoli e i Napoletani

Le tour du monde: nouveau journal des voyages
a cura di Edouard Chart


Napoli, 15 febbraio 1861.

Signore, l’ho accompagnata a lungo in giro per le strade; forse ora le farebbe piacere sedersi un attimo in una casa. Le sarei molto grato, anche se le case sono una rarità a Napoli. Intendo case chiuse, chiuse da tre porte, come quelle di Parigi; chiuse dalla strada da un pesante portone che non si apre di notte, e a volte nemmeno di giorno e a volte persino di giorno, solo al suono del campanello; chiuse a ogni piano da finestre che non lasciano intravvedere l’interno, che quasi mai alzano le tende; chiuse infine da usanze singolarmente riservate e prudenti. Qui, signore, non abbiamo niente del genere.

Innanzitutto, i costumi non si nascondono; la vita è pubblica. In secondo luogo, le finestre non sono mai chiuse; deve fare molto freddo o molto caldo, piovere o soffiare un vento impetuoso, perché non siano tutte aperte, d’inverno come d’estate, da un capo all’altro della città. E di fronte alla finestra c’è il balcone dove la donna napoletana trascorre metà della sua vita. Come ci si può nascondere e difendere con tutte queste aperture? Pertanto, la finestra gioca un ruolo fondamentale nei romanzi napoletani.

Ascolta, ieri stavo camminando per una stradina; era molto presto e non c’era ancora gente in giro. Ho visto un cesto cadere dall’alto di una finestra del quinto piano. Sai come funziona: ogni famiglia ha un piccolo oggetto come quello, attaccato all’estremità di una corda infinita. Quando passa il venditore ambulante di cui hanno bisogno, le massaie calano il cesto in strada, come se fosse in fondo a un pozzo, e lo tirano su dopo, una volta che il venditore lo ha riempito con la merce richiesta. Quando il venditore è conosciuto, il cesto paga in anticipo e presenta il resto prima di ricevere la merce.
Questo sistema di comunicazione, innanzitutto, non affatica le gambe delle donne appollaiate in alto; inoltre, per me, ha l’inestimabile vantaggio di iniziarci ai segreti della cucina, a volte persino ai segreti del focolare.
Così, il cesto che ho visto scendere ieri mattina è risalito con una lettera. E non poteva essere una lettera insignificante, perché il postino aveva la riga dei capelli sulla nuca e ha infilato la carta con una furtiva noncuranza di squisito gusto. Nessuno si è accorto del trucco, perché nessuno ci ha fatto caso: a Napoli non si è curiosi.

Se siete attenti, noterete nei quartieri operai, almeno a una finestra di ogni casa, una ragazzina con lo sguardo fisso in un punto preciso. Quel punto preciso è la finestra dove si trova lui, l’ingresso della carrozza dove si nasconde, l’angolo della strada dove sta per apparire.
E in quegli occhi, se sapete leggerli, scoprirete presto delusione, rimpianto, preoccupazione, angoscia, gelosia o rabbia. A volte la musica degli occhi non basta; servono le parole: i gesti le forniscono. A Napoli non c’è bisogno di una scuola per sordi e muti; tutta la gente comune è maestra di pantomima, e i segreti più meravigliosi di quest’arte sono conosciuti istintivamente in questa terra di minatori e massoni.
Da qui l’attitudine dei napoletani a cospirare, in amore come in politica. Qui state assistendo a lunghe, elaborate e complesse conversazioni che si svolgono tra le strade e le terrazze superiori che fungono da tetti per le case. Non capirete nulla, ma guardate comunque; vedrete due corpi interi in movimento, occhi, naso, lingua, labbra, spalle, braccia, mani, dita, tutto si muove; penserete che siano due telegrafi viventi, terribilmente complicati.
Ora capite l’importanza della finestra a Napoli.
Per le donne è una piattaforma, un punto di osservazione privilegiato che domina il costante spettacolo della strada; è anche il salotto dove ricevono gli ospiti da lontano e dove si mettono in mostra; infine, è la galleria delle ragazze in età da marito. Ecco perché balconi e finestre sono così presenti nelle canzoni popolari. Le donne napoletane hanno una parola che la nostra lingua non ha per descrivere ciò che fanno così spontaneamente: questa parola è affacciarsi, andare alla finestra.

Ricordate Procidane di Achille de Laurières? Arriva a Napoli tutta dorata, profumata, fiorita e fiera della sua bellezza, ma un rimpianto la tormenta: non riesce a guardarsi allo specchio mentre passa.
E se, grazie alle finestre, la vita è pubblica, lo è ancor di più grazie ai piani terra e ai seminterrati; si potrebbe aggiungere: grazie alla strada. Passeggiate per i quartieri plebei e troverete ovunque una vita vissuta liberamente, all’aria aperta. Vi ho parlato dei venditori ambulanti, dei calzolai, dei ramai, ahimè! che esercitano i loro mestieri sulle vie pubbliche, occupando lo spazio dei marciapiedi inesistenti.
Ma tutto questo è solo commercio. È semplicemente il negozio che si estende sulla strada. La cosa più strana a Napoli è l’intera casa trasportata sotto il cielo. È la cucina che allestisce il suo fornello mobile sul marciapiede e informa i passanti del menù della povera famiglia. È la camera da letto che rimanda i suoi occupanti alle lastre di pietra delle piazze o ai gradini delle chiese, dove dormono con il firmamento azzurro sopra la testa, come Don César de Bazan.
È più di questo; è una toilette pubblica distesa davanti alla gente con un’impertinenza che disturba anche i passanti più delicati. Avrete sicuramente visto lo spettacolo: cinque, sei, sette donne sedute in file ordinate, una dietro l’altra, sempre dove dovrebbero esserci i marciapiedi, la bambina davanti, l’adolescente dietro di lei, la ragazzina dietro l’adolescente, e così via fino alla donna più alta, che occupa l’ultima sedia e l’ultima fila; e ognuna di queste spiriti liberi si abbandona a esplorazioni entomologiche sui capelli della donna seduta davanti a lei, sempre coronata dal maggior successo; il che significa che, vedendo ciò, voi, stranieri non abituati a tali usanze, venite assaliti da un prurito immaginario e tornate al vostro albergo in deplorevoli contorsioni.
Terminata l’operazione, queste spensierate donne del popolo si acconciano i capelli a vicenda con straordinaria abilità. Non ho mai visto capelli più belli, né meglio acconciati, di quelli delle ragazze della classe operaia di questo paese. Inoltre, conducono la loro corrispondenza in pubblico, come potete vedere nel disegno che vi mando (vedi p. 225).

pag. 225

Lo scriba, seduto dietro il suo tavolo di fronte al vecchio ufficio postale, vicino al molo o sotto i portici del teatro Saint-Charles, non è certo l’uomo meno curioso, né il meno fortunato, di questo paese fortunato e curioso. Sa leggere e scrivere, quest’uomo colto; annuncia persino di tradurre dal francese. Porta due lenti di telescopio con montatura sulla punta del naso, tenute insieme da un filo di ferro. Indossa un cappello che sembra reduce da una rissa; il suo cappotto logoro, abbottonato fino al mento, non copre gli abiti che ha, ma nasconde quelli che gli mancano.
Eppure invidio la sorte di questo povero diavolo, pensando a tutte le confidenze che riceve da queste belle ragazze che si chinano su di lui quasi con tenerezza e gli sussurrano dolcemente all’orecchio, così dolcemente che possano essere udite ancora meglio.
Del resto, anche se non vivessero per strada, queste donne dagli occhi lunghi e scuri, le riconosceremmo comunque tutte.
Risiedono in gran numero nei sotterranei, dove lo sguardo si immerge in modo meraviglioso. Questi sotterranei sono scavati sotto quasi tutte le antiche case di Napoli. Avrete già notato che il teatro di San Carlino è sotterraneo; ma non sospettate, quando camminate per le vie di questa città, che un’altra città si estende sotto i vostri piedi.
Non parlo solo delle cantine, delle cucine e delle stalle nascoste sotto quasi ogni casa, né delle catacombe che si addentrano nelle viscere della terra; parlo anche degli acquedotti e delle fognature che circolano, attraverso ramificazioni inestricabili, in una sorta di immensa necropoli, antica, credo, quanto la città che vede il sole.

Si narra che sia così che gli Aragonesi, e ancor prima Belisario, entrarono a Napoli! Ma eccomi qui ad addentrarmi nella storia, un labirinto ancora più intricato degli acquedotti. Lasciamo perdere, vi prego, la città sotterranea, e non soffermiamoci neanche in quelle cantine dove i macellai preparano le carni e i viticoltori battezzano i vini.
Limitiamoci ai vasci abitati da famiglie comuni. Non sono difficili da individuare: sono botteghe che si affacciano sulla strada attraverso porte che lasciano entrare la luce, cosicché gli abitanti possono usare la vista solo se tengono le porte aperte. Siete quindi liberi di guardare e anche di entrare, se lo desiderate, per accendervi un sigaro o chiedere indicazioni.
Entrate pure, se volete, e vi ritroverete subito immersi nell’intimità di una famiglia plebea. Una stanza alta, spaziosa ma spoglia, pareti bianche e un pavimento che ricorda l’asfalto dei nostri marciapiedi. Come mobili, una cassettiera o una credenza di legno dipinta, spesso una semplice cassa; un tavolo che raramente poggia sulle sue quattro gambe, qualche sedia di paglia e il letto: un letto imponente.
Questo letto è il mobile principale, e a volte l’unico della casa. È di ferro e sproporzionatamente grande, perché deve ospitare l’intera famiglia: uomo, donna e bambini. Non è quindi un semplice mobile, ma un monumento, costruito pietra su pietra, come vedrete: è il monumento della famiglia.
Un ragazzo del popolo, a sedici o diciassette anni, cammina già sotto una finestra dove sente di essere osservato. Si osserva e sorride: questa farsa a volte dura mesi, sempre silenziosa, ma molto seria: dal giorno in cui inizia il corteggiamento, se non ha pronunciato una parola, il giovane è legato a vita. E la giovane donna accetta questo corteggiamento senza farne mistero.
Quando compie quattordici anni, si può chiederle liberamente se ha un fidanzato. Potrebbe offendersi per la domanda, trovandola non indiscreta, ma offensiva.
«Lo metti in dubbio? Ne dubiti? Devo essere proprio brutta e sgradevole! Cosa credi che mi manchi per essere amata? Non sono una di quelle donne lasciate a languire, invecchiare e morire sole.»
E osate dire alla ragazza :«Sì, forse sei amata, ma tu non ami». Diventerebbe rossa di rabbia; avresti pronunciato l’insulto più crudele che una ragazza napoletana possa ricevere. Essere sgradevole, senza bellezza, è una cosa: non è colpa sua; ma insensibile, spietata! Che vergogna!
Così il giovane è legato per la vita, perché una sera di primavera gli è capitato di guardare fuori da una finestra. Non chiede la mano alla ragazza, una formalità inutile: a Napoli non c’è distinzione tra amante e fidanzato.
Si promette la mano non appena si offre il cuore. Queste interazioni superficiali, così comuni in altri paesi, questi complimenti che non impegnano nessuno, questi flirt… questi giochi innocenti o giochi che fingono innocenza, ribellerebbero i napoletani. I nostri baci giocosi li indignano. Qui la morale ha una strana severità, perché le passioni sfrenate travolgerebbero tutto.
L’innamorato è dunque promesso sposo non appena si innamora, e da quel momento in poi ha un solo pensiero, la sua sposa, e un solo progetto, il matrimonio. Deve preparare il suo nido, come diremmo nel nostro linguaggio romanzesco. Il napoletano dice, per indicare tutta la famiglia: “Deve rifarsi il letto”.

Avere un letto fatto è l’unica condizione richiesta per il matrimonio in questo mondo povero. E qui parliamo letteralmente, da viaggiatori realisti. Poco a poco, gradualmente, si acquistano le travi, le assi, il materasso di paglia, la struttura del letto e tutto il resto. E per procurarsi tutto ciò, il costruttore di letti lavora con zelo e coraggio incrollabili. A volte ci vogliono dieci anni per fare un letto. Non sto esagerando; queste usanze sono comuni, ne ho venti esempi davanti a me. Dieci anni, signore, e durante questi dieci anni l’amore continua, casto e fedele. Da questo punto di vista e da molti altri, questo popolo è il migliore che io abbia mai conosciuto.
«Dieci anni, direte, per comprarsi un letto? La paglia è davvero così cara a Napoli? – No, signore, la paglia non è cara, ma il lavoro è mal pagato e bisogna pur vivere. Inoltre, ogni settimana, la lotteria si mangia ciò che i poveri bevono nelle taverne dei nostri paesi.»

Questa lotteria è un’immoralità che sarà molto difficile da sradicare dalle tradizioni napoletane. Persino Garibaldi, il dio del popolo, non ci riuscì. Emanò un decreto che la dichiarava abolita e sostituita dalle casse di risparmio, ma questo decreto non fu mai attuato. Chiudere la lotteria con la forza avrebbe scatenato rivolte.
Il popolo vuole essere deluso, proprio come Martino voleva essere picchiato. Si diverte a essere rovinato e a farsi portare via tutti i soldi dal fisco. Il fatto è che la lotteria, come la Borsa, come il tavolo da gioco, risponde sia a un vizio che a una capacità molto sviluppata nei napoletani: la pigrizia che cerca di arricchirsi senza lavorare e la fantasia che costruisce castelli in aria.
Quella chimera inseguita settimana dopo settimana da chi non ha nulla, quella speranza sempre delusa, ma sempre rinata, quel viaggio fantastico alla ricerca di una fortuna che un capriccio del caso può far cadere all’improvviso nelle vostre mani, quel miraggio che svanisce tristemente ogni sabato sera, ma per riapparire subito otto giorni dopo, come un’oasi di piacere o almeno di benessere, quel sogno settimanale che sfocia sempre in un disincanto, ma che almeno per otto giorni ha sostenuto, consolato, rallegrato anche i più poveri nel cuore della più atroce miseria o almeno della più triste indigenza: tutto questo è indispensabile per il popolo di Napoli.
Occorre versare ancora molti bicchieri d’acqua sulla sua ardente immaginazione per fargli comprendere la cassa di risparmio, quella lotteria in cui si vince poco, ma sempre.
Detto questo, signore, mi permetta di fornirle alcuni dettagli su questo singolare inganno perpetrato a beneficio del governo e a spese dei poveri.

L’estrazione dei numeri, come viene chiamata, si svolge ogni sabato, con grande solennità, a Castel Capuano, nell’aula del Gran Tribunale Civile. I cinque numeri estratti vengono scelti uno a uno da un bambino vestito con una tunica gialla, coperto di reliquie, benedetto da un sacerdote, e raccolti chissà da dove; i cinque numeri, dico, vengono estratti uno a uno da un sacco contenente novanta numeri.
Ciò avviene alla presenza dei magistrati della Corte dei Conti e di altre figure eminenti, tra cui il capo o il vice dei lazzaroni. Ogni numero passa di mano in mano, sotto gli occhi dei dignitari, prima di essere gridato a gran voce alla folla radunata nel cortile del palazzo e nella piazza.
Lascio a lei immaginare lo spettacolo. Vede questa folla di persone in attesa, fremente di ansia, tremante di impazienza? Sono tutti poveri, tutti hanno rischiato qualcosa del loro necessario qui, un bicchiere di vino, forse un pezzo di pane: molti hanno mendicato, molti hanno rubato, gettando la loro offerta nell’abisso, alcuni hanno sofferto la fame. Tutti sperano in una fortuna.
Diversi hanno consultato gli stregoni che vendono i numeri, pagandoli profumatamente, triplicando così la somma investita. Alcuni hanno dato ascolto al cabalista delle mense, che mormora numeri quando è ubriaco; altri hanno corrotto i profeti moderni, che dispensano oracoli vaghi come quelli degli antichi sacerdoti di Apollo.
Altri si rivolsero ai Cappuccini, che vendevano anche biglietti della lotteria. Altri ancora giocarono il biglietto dato da La Pacchiana (la contadina). Fu una ragazza di Pozzuoli ad andare nella grotta della Sibilla in cerca di ispirazione; ne uscì spettinata e, sollevando uno specchio alla pallida luce della luna, vide dei numeri scritti con il sangue. Credetemi, non sto facendo romanticismo. Sto semplicemente ripetendo ciò che si dice a Napoli. E ci sono persone oneste che considerano tutte queste cose articoli di fede.
Altri giocavano a caso; ma la maggior parte traduceva un sogno, un evento di quartiere o una calamità pubblica in un biglietto della lotteria. Questa traduzione è semplice: ognuno dei 90 numeri corrisponde a due o tre sostantivi che indicano ogni possibile soggetto e oggetto. Così, 84 significa la chiesa; 50, il pane; 3, il vino; 47, il morto; 48, il morto parlante. Tutte queste interpretazioni sono registrate in vocabolari ad hoc chiamati Smorfie (smorfie). Non ho mai saputo perché. Ma la gente comune non ha bisogno di vocabolari. Hanno tutto nella testa, e profondamente radicato…
Altavilla, che era appena uscito da casa mia, mi chiese entrando:
«Cosa stai scrivendo lì?»
– Sto scrivendo della tua lotteria. – Beh, metti questa frase finché è ancora fresca. Stavo passeggiando per i borghi (quartieri operai) in cerca di soggetti per delle scene. Ho visti due guappi stavano litigando. Ho pensato tra me e me: ecco la mia occasione; e in un attimo mi sono ritrovato accanto a loro. Uno dei due debordava di insulti, esaurendo il nostro repertorio di parolacce, il più ricco del mondo. L’altro ha lasciato passare quel torrente di parole e poi rispose: “Ti dico solo una cosa: sei otto carlini meno un chicco di grano”. Capisci?
— Assolutamente no.

Estratto un capitolo da: Le tour du monde: nouveau journal des voyages
a cura di Edouard Chart
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AI Overview

« Huit carlins moins un grain » (huit carlini meno un grano) è un’espressione popolare napoletana legata alla tradizionale Smorfia e al gioco del lotto, citata nei diari e nei racconti di viaggio dell’Ottocento sulla vita a Napoli.