La vita in Ciociarìa.

UN DELITTO

Di Giovanni Targioni-Tozzetti


Quello che narro in questo breve scritto è tutta la verità, niente altro che la verità. Il fatto è successo pochi giorni or sono, i dialoghi sono quasi stenografati.

Sulla piazza del paese c’era un insolito movimento.
I ciociari, a gruppi, parlavano gesticolando e sotto le ali larghe e spioventi dei cappellacci gli occhi loro brillavano stranamente, e le faccie incartapecorite dal sole avevano un’aria di doloroso stupore.
Essi dicevano concitati:
– Embè, che è?
– Pe’ Crisce!(1) ‘n lo sai? Chillo ‘nfamo de Sorecicchio(2) ha menato a la moglie.
– E perché?
– Sossai, dice che essa era gelosa; seppe che lu marito iva ‘n campagna ‘nda l’amica, e ci jette da presso, eh, che vôi, a isso ce presero le fregne(3) e ci menò ‘na sassata!
– E andò la côta?(4)
– ‘Ncima a lo petto.
– È morta essa?
– Sossai, dice sta proprio male, puretta!(5)
– E a esso l’hanno preso?…
– Elli, elli li carabinieri!(6)
E in quel mentre, dal fondo della piazza, tra i carabinieri veniva ammanettato un uomo sulla sessantina.

Non vestiva l’abito tradizionale del ciociaro, chè era un cantoniere della strada ferrata, ma solo del costume del suo paese aveva la grossa e ampia camicia di cotonina aperta sul petto, dalle larghe rivolte che gli coprivano le mostreggiature dell’uniforme.

(1) Per Cristo! – (2) Soprannome, vale: Topolino. – (3) Presero le rabbie. – (4) Poveretta. – (5) Eccoli, eccoli i carabinieri!

I carabinieri, sotto il raggio del sole meridiano, andavano a testa bassa, stanchi della corsa fatta lungo le ripide vie del paese, per giungere in tempo ad arrestare l’uxoridicida, e per non dargli modo alla fuga.
Egli camminava franco, a testa alta; e da lontano pareva un uomo che si avanzasse minaccioso, colle braccia incrociate sul seno.
I villani ristettero dal parlare, guardando; e come l’arrestato fu loro vicino, fecero ala e si levarono il cappello(1).
Sorecicchio chinò il capo, come per rispondere al saluto e seguitò il suo cammino.
Quando allo svolto della strada egli ed i carabinieri scomparvero, i villani ripresero la loro conversazione.
– Quanti anni teneva issa?
– Tre vôte venti e sett’agni(2).
– Pe’ Crisce, era giovanotta, era!
– Embè, che fa? Mica poi’n poterìa campà! Basteria che ce levassero nu poco de sango(3).
– Ah! si…. Mó con ‘sto guverno te cacciano lo sango!… Fussi ‘na võta !… Prima, si sa, la povera ‘ggente almeno’ va…. ma mòne?(4)
– Siano accisi! ajescio(5) poi li dottore fanno come ce pare. Chella, sai, se more dicerto!
Un ragazzo intanto venne correndo verso il gruppo dei ciociari.
– Embè? – dissero, ansiosi in coro.
– S’è morta Pasquetta! – balbettò il ragazzo, e seguitò la corsa verso la chiesa.
– Eh! l’aveo detto je! – riprese a dire un vecchio
– Ammazzato!(6) ci avìa minato(7) propio bene…. Vattene a fida di quillo vecchio fottuschero, ma móne, ‘n dubità, ti lu mettono ‘nto lu collegi(8) e ‘n te lo ricacciono più!
– Ah! si sa, cu ‘na ‘micizia(9) che ha fatto….
– Domani ce favo la ricondizione e l’elezione(10).
– E ched è?
– Sacc’je? dice che ci tagliano lo pettu pe’ véde’ sì di che male è morta!
– Che male ?… E come ‘n lo sanno che è morta co na sassata ‘n pettu?
– Embè, che ci vo’ fa’? Dice che se no ‘n pôto’ fa la cauza!
E dopo un momento di silenzio i ciociari si squajarono (II).


(1) I ciociari, per salutarsi, anche tra padre e figlio, si tolgono il cappello come gentiluomini. – (2) Tre volte venti e sette anni. – (3) Sangue. – (4) Ma móne, e uguale a: Ma mône neh? – (5) In questo luogo. – (6) Imprecazione comunissima fra i ciociari. – (7) Aveva menato. – (8) Dentro il collegio; in carcere. – (9) Un omicidio. – (10) La recognizione e la sezione. – (11) Squagilarono, separarono.

*

Davanti alla casupola di Sorecicchio stavano su due file, senza parlare, le villane, aspettando che la porta s’aprisse; e come una donnetta scarmigliata e piangente si fu fatta su l’uscio, le cumari entrarono nell’unica stanza dell’abitazione.
Dal camino, sul quale bolliva il calderone, saliva e si spandeva per la camera un fumo acre, e i riflessi della fiamma azzurrognola illuminavano sinistramente il volto enfiato della morta, adagiata sopra un lettuccio e ravvolta in un lenzuolo sanguinoso.
Cogli occhi sbarrati, e la bocca contratta negli spasimi dell’agonia sembrava che ella sghignazzasse!
Un porchetto, intanto, grugniva lamentoso aggirandosi dalla soglia della stanza alla strada.
La figlia della vittima, gettatasi a sedere sopra una bancarella, a piè del letto, diceva tristamente mettendosi le mani nei capelli:
– Oh! Dio, mò mamma s’è morta, tato sta carcerato, e sto bono porco, che ci ha commattuto tanto, mamma bona me,(1) chi se lo magna? – E volta al fratello, piagnucolando, soggiungeva:
– Mòne , Francì, ce lo magnamo je e ti! –
Le donne, alcune con una cantilena uniforme, recitavano le preghiere dei morti, altre, quasi le prefiche d’un tempo, si lamentavano, piagnucolando.
Francì intanto, fumando la pipa, stava silenzioso in disparte, accomodando un lenzuolo vecchio e rappezzato nella bara.
Entrarono finalmente i carabinieri ed i fratelli della compagnia della morte: questi misero il corpo dell’assassinata nella cassa e s’avviarono al Camposanto, balbettando le preci di rito.
Un ragazzo seguiva il tristo corteo portando in testa il coperchio della cassa; il figlio della vittima, che non si era mosso, gli mormorò a mezza voce:
– Angelù, dicci a gliu becchino che aspetta ‘n atro ‘occone(2), che mó ce manno gli cuscinetti pe’ mette’ dentr’a la cassa a mátrema, e che l’acconcia bene!
– ‘Mbè! – assentì il ragazzo, e si avviò.
Le piagnone erano nel frattempo uscite sulla via, e la figlia della Pasquetta, fra i singhiozzi, ritta sulla porta gridava al corpo della madre che si allontanava sballottato sulle spalle dei fratelli, costretti ad andar saltelloni per la via sassosa:
– Ah! matre carnale mê!, ahi carnale mê!… So’ rovinata!… Ah! matre carnale mê!…(3)
Due comari intanto in cima alla strada parlavano a bassa voce fra loro:
– Modonna mê, io me songo ammattuta(4) quanno steveno a fa’ tutta quella commedia, che esso l’ha ‘ccisa… sóra mea, me songo tutta aggianata(5) pe’ la pavura…. Mi toccarraje levacce la zizza a st’uttero(6), e so’ quattr’agni soli che ce dongo lo latte…. Sta’ a vede’ che mò resto ‘centa…. Mannaggia li puccate mê!(7)
– Eh! cumare mê, tutto lo male no’ vê’ pe’ nôce: ci volimo jocà?… Accisa fa 76, pavura 90 e 7 pretata(8).
– E je vorria tôlle puro carcerato… 77 fa.
– ‘Mbè, allora faciamo ‘na quaterna!
Le due comari tacquero, e si fecero il segno della croce: la campana del cimitero suonava a morto.


(1) Che combattuto tanto, la buona mamma mia per allevarlo. – (2) Un altro boccone. – (3) Esclamazione affettuosa, comunissima. – (4) Mi sono imbattuta. – (5) Gelata. – (6) Questo bambino. – (7) È opinione delle ciociare che nel tempo nel quale allevano non possono rimanere incinte. Questa è la ragione per cui danno la zizza (puppa) al bambino per sei o sette anni. – (8) Pietrata.

GIOVANNI TARGIONI-TOZZETTI

Da Cronaca minima: rassegna settimanale di letteratura e d’arte
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Giovanni Targioni Tozzetti (Firenze, 11 settembre 1712 – Firenze, 7 gennaio 1783) è stato un medico e naturalista italiano .
https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Targioni_Tozzetti

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Nella cultura rurale e popolare di Ciocaria, come in molte altre comunità contadine italiane del passato, questo meccanismo biologico veniva interpretato come una regola fissa e un metodo contraccettivo naturale sicuro, sebbene non lo fosse del tutto.