La Paura.


Novella di Ferdinando Paolieri

IN verità non si poteva dare una sera più squallida di quella. I miei nervi, debbo francamente confessarlo, erano sovraeccitati.
Tornavo dalla zona di guerra, in licenza, e la vista di tanti orrori, il rombo delle cannonate, lo scoppio di qualche proiettile di grosso calibro vicino, mi avevano scosso l’organismo; ma, certo, le circostanze nelle quali compievo il cammino che mi ero prefisso non potevano per altro che ingigantire le mie sensazioni.
Tornavo, dunque, in licenza, dalla zona di guerra. A casa non avevo trovato più nessuno, chè la madre e la sorella con cui convivevo mi erano morte durante quel terribile anno; il quartiere mi era apparso così vuoto, ostile e squallido che avevo deciso di non sostare a Firenze, ma di recarmi subito in campagna, al piccolo cimitero tutto bianco tra il verde degli alti cipressi, per inginocchiarmi davanti ai marmi di quelle due amatissime tombe.
Non so perchè, forse per un bisogno di raccoglimento e di solitudine, invece di prendere la strada maestra, mi prese l’estro di passare traverso alle fitte boscaglie che vanno dalla stazioncina tramviaria perduta lungo la Greve sonnolente, guardata dai gattici d’argento, per quel sentiero tortuoso e misterioso, pieno di sorprese ad ogni svolta, che piglia il suo nome dal masso del Topo.
Se, però, avessi immaginato che nel vespro il tempo avrebbe assunto l’aspeto minaccioso che, dopo, assunse, mi sarei risparmiato molte commozioni.
Mentre mi inerpicavo, tra i corbezzoli e le mortelle, annusando con voluttà l’acre odore della terra e del bosco, vedevo lontano, in faccia a me, il monte sormontato dalla grande croce la quale spiccava nera contro il cielo che incupiva.
E pensavo, senza volere, alla leggenda del monaco perverso.
Nell’evo medio un romito non potè più reggere alle tentazioni del demonio e una brutta notte, veduta passare, sola, una pastorella, l’assalì.
La montanara si difese a pugni, a morsi, a graffi, ma il romito era forte ed ebbe il sopravvento, finchè, imbestialito dalla resistenza della fanciulla, avendola afferrata con ambe le mani per il collo, tanto strinse che l’ebbe strangolata.
Di poi, disperato per il timore che il misfatto venisse scoperto, si trascinò dietro per i lunghi capelli il misero cadavere fino a una quercia a metà del monte e col capestro onde soleva cingersi i lombi l’appiccò ad una enorme quercia, e fuggì nel fitto della macchia.
All’alba i contadini videro oscillare al vento il corpo della sventurata irrigidita, mentre nel fitto della gran chioma della quercia che il sole dorava, facendola scintillare come se ogni foglia fosse stata fusa nell’oro, cantavano sommessamente, gemevano quasi, in quantità non mai veduta, gli uccelli.
I pietosi accorsi, sciolsero il corpo e lo calarono a terra adagiandolo sull’erba fresca, e, facendo questo, s’avvidero come la corda che stringeva la gola della disgraziata altro non fosse se non un cordiglio da romito.
Allora, armatisi di vanghe e di pali, corsero in cerca del tristo; nè fu loro difficile trovarlo, poichè, vie più rintanandosi nel folto del macchione, dovunque più fitta e buia fosse l’ombra, il disgraziato vedeva un occhio luminoso che lo inseguiva e lo raggiungeva per tutto, e metteva perciò spaventosi ululati, come di lupo.
In breve, stretto da una turba di villani, di zappe, di bastoni, fiutato da cani feroci, l’assassino, per nulla differente da una fiera, uscì fuori, strapazzato, graffiato, sanguinante, dai triboli che lo nascondevano, corse un tratto, inseguito a morte da tutta la schiera, e, nell’atto d’esser raggiunto dai cani, si precipitò a capofitto da un dirupo nel burrone sottostante dove si sfracellò sulle roccie.
Levato il rumore dell’atroce fatto, la notizia, correndo quelle terre, giunse fino ai frati di una abbazia distante di lì poche miglia e della quale non rimangono oggi che alcune pietre, ricoperte d’edere sulle quali le bisce s’adagiano al sole, e i monaci vennero e dettero sepoltura in luogo consacrato alla Vergine e in un fossato, fuor della cinta sacra, all’assassino. Di poi, in espiazione, alzarono, in cima al monte del delitto, una enorme croce piantata dentro un mucchio di pietre sopra tre alti gradini di macigno.

***

La croce si vede da tutte le parti della pianura.
Mi era stato detto, ricordavo, da ragazzo, che quando il vento infuria e l’uragano s’addensa minaccioso dai gioghi delle montagne sui campi sottoposti, nei vesperi tragici d’estate e d’autunno, non bisogna passare vicino alla croce.
In coteste sere terribili il monaco assassino viene a sedersi sull’ultimo gradino e guarda con occhi terribili verso il luogo del suo delitto.
Se poi, chi passa, è in condizioni d’anima pure, vede ai piedi del frate, distesa e rigida, la forma della fanciulla strangolata, che lo persegue dovunque, come il suo rimorso vivo.
Ora, io, per arrivare al paese, che è in alto, dovevo battere il sentiero che passa davanti alla croce.
Frattanto, siccome l’ora si faceva tarda, e non avrei voluto, per tutto l’oro del mondo, passar di notte dinanzi alla croce, affrettai il passo.
Ma quando giunsi sotto il monte, di dove non potevo più vedere la croce, imboccai proprio il sentiero che doveva condurmi alla cima, scorsi, a un tratto, accendersi di riflessi infuocati il terreno e le rocce di faccia a me, mentre, dietro, udii un lontano e sordo rotolare di tuono.
Mi voltai allora e vidi una cosa magnifica e spaventosa.
Il sole calava in quel momento.
S’era aperto, disperatamente, un varco tra le pesanti cortine delle nuvole, e guardava nella pianura con un grande occhio luminoso d’una intensità sanguigna da mettere spavento.
Non so perchè, mi ricordò l’occhio da cui il triste monaco si vedeva inseguito dopo il delitto.
Ma fu un attimo. Quell’occhio si spense, il sole annegò sotto le pesanti valanghe delle nuvole bige che crollavano silenziosamente l’una dopo l’altra, fino a fondersi in un enorme tendone turchino che incupidiva sempre più.
L’enorme tendone, srotolato da un vento sordo e implacabile, veniva avanti sul cielo gonfio di lampi e d’acqua.
Ad ogni bagliore, il torrente sinuoso luccicava e il rovescio di tutte le foglie lustrava, sicchè pareva che sulle boscaglie un mago favoloso buttasse alternativamente velarii d’ombra e manciate di gemme scintillanti.
I tuoni, susseguendosi senza posa, facevano tremare il terreno, e le montagne fumavano come vulcani. Alfine un obliquo fascio di pioggia nascose completamente le catene montuose lontane, mentre gli alberi vicini s’incurvavano, come colti di sgomento improvviso, ad un veemente soffio ghiacciato.
Coll’acqua alle spalle, gli occhi fissi al suolo, dove diventavano sempre meno visi i sassi, le buche, i fossatelli, le barbe delle piante affiorate dal terreno, io m’affrettavo, più che potessi, verso la cima. Correvo su per l’erta e la fatica non mi sembrava penosa perchè era come se il vento mi spingesse con mani invisibili, aiutandomi.
Ma, benchè procedessi alla svelta, non potevo fare a meno, ogni tanto, di voltarmi a guardare quel che accadeva alle mie spalle ed era una cosa terrificante, uno spettacolo che non potrò mai dimenticare.
Ad ogni bocca silenziosa di lampo che illuminava tutto di un bagliore fosforescente, le montagne s’aprivano come immensi anfiteatri rivelando, per una frazione di secondo, le menome anfrattuosità, i punti bianchissimi delle casine, dei presini sparpagliati lungo i pozzi, e la immensa pianura si stendeva fra le cortine oscure delle boscaglie.
In breve l’orizzonte, da turchino cupo, diventò nero, le cose presero una tinta livida, le pietraie erano fosforiche, le piante smorte e scosse da lunghi fremiti, e il paesaggio assunse un aspetto infernale.
In quel momento io mi avvicinavo alla voltata da cui avrei visto la croce.

Non mi vergogno a dirlo, ma non credo che fosse soltanto la fatica della salita a farmi battere il cuore.
Mi fermai alcuni istanti prima di decidermi a voltare; ma l’aria adesso sapeva talmente di pioggia vicina, i tuoni, divenuti ormai un solo, ininterrotto boao, rombavano sordi, il bosco, dietro a me, ai piedi della collina, fischiava, gemeva, si torceva con tanta angoscia, che, finalmente, decisi di andare avanti, e di corsa, per arrivar presto alla via maestra dove, quando l’uragano scrosciasse violento, avrei potuto trovare un riparo.
Mi slanciai dunque innanzi con un salto e rimasi immobile, subito dopo, galvanizzato dallo spavento.
A sedere sul primo dei tre gradini della croce il monaco colla testa (o teschio) di cui non distinguevo le lineee, appoggiata sulla mano, col gomito puntato contro un ginocchio, guardava fissamente ai suoi piedi una forma rigida composta nell’immobilità della morte.
L’idea della suggestione mi attraversò come un fulmine la mente; e pur recalcitrando, istintivamente di qualche passo, formulai con la rapidità che solo il pensiero possiede, l’ipotesi che la conoscenza della leggenda avesse agito sul mio cervello sovraeccitato, dall’elettricità dell’ambiente.
Pur troppo, questo filato ragionamento dimostrando che i miei centri inibitori funzionavano ancora avrebbe dovuto fare immediatamente svanire la visione dai miei occhi veggenti.
E invero, il chiarore fosforico tremante, d’un lampo lungo, mi svelò in ogni dettaglio l’orribile gruppo.
E allora, lo confesso, ebbi paura. Una paura folle mi prese, un gelo orribile parve mi attanagliasse il cuore, le mie mani tremavano, la voce che voleva uscire dalla gola, per invocare o per gridare, si risolveva in un gorgoglio fioco… non sapevo se dovevo ridiscendere il monte (dove sarei andato a finire con quel tempo spaventoso, a quel buio?) o se era meglio buttarsi di sfascio passando davanti allo spettro…. in ogni modo la mia situazione era terribile; ma non c’era da indugiare.
E ricordo, perfettamente ricordo, che per quanto sotto l’ossessione dello spavento, tra quell’incrociarsi inverosimilmente rapido di idee, una, fra tutte, sovrastava alle altre, questa: Ma esistono, dunque, davvero, i fantasmi? Ed ecco, mentre stavo sul punto di attuare il proponimento fatto e di slanciarmi a corsa pazza e disperata, giù per la china, successe una cosa atroce.
Il fantasma si alzò. Venne incontro, nell’ombra, a me, che, addossato ormai a una delle pareti di macigno del viottolo, incapace di articolare anche un semplice monosillabo, aspettavo col cuore che mi palpitava in bocca il mio destino.
Ed il fantasma disse: «Scusi… è da destra o da sinistra che si passa per andare al paese? Son venuto quassù dalla fattoria di Casinfranta, con questo mezzo sacco di grano sul groppone e non ne posso più….»
Si chinò ad alzare da terra faticosamente il sacco che giaceva ai piedi della croce, e concluse, prima di buttarselo in ispalla:
«Ma con un tempo simile c’è poco da riposarsi, è meglio trottare verso l’abitato, ci faremo compagnia a vicenda, se non le rincresce quella d’un povero frate cercatore.
– Oh! anzi… fortunato…. contentone.. felice..,
Ma, a denti stretti, sa Iddio solamente gli accidenti che gli mandai!

Ferdinando Paolieri

Da Il secolo 20. rivista popolare illustrata
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Ferdinando Paolieri (Firenze, 2 maggio 1878 – Firenze, 4 maggio 1928) è stato uno scrittore, poeta e commediografo italiano.
https://it.wikipedia.org/wiki/Ferdinando_Paolieri