Il Macco.


Novella XIII di Antonio Cesari


Il corte Burlamatti, per esperimentare il coraggio di uno de’suoi servidori detto il Macco, gli ordina di stare la notte alla custodia di un morto; sostituisce a questo un altro suo famigliare detto il Vespa; e per caricare la beffa fa vestire il castaldo da diavolo. Avviene che Macco è spaventato dal diavolo e dal morto, il Vespa dal diavolo, ed il castaldo dal morto.

Se fu mai cosa al mondo in fatto di beffe e di siffatti sollazzi, la qual meritasse che se ne facesse scrittura, questa è una delle molte che io sentii già raccontare ad un piacevol uomo mio conoscente: della quale saria peccato che la memoria se ne spegnesse: ed è la seguente.

Solea un cotal conte Ambrogio Burlamatti passarsi l’autunno ad un suo luogo assai bello e nobile, che avea vicin di Verona a due miglia: nel qual tempo si raccoglievano in casa sua parecchi gentiluomini suoi amici, a godersi alcuni dì in piacevol brigata: i quali eran quivi da lui, secondo gentile e splendido cavaliere, nobilmente onorati.
Ora fra i molti modi, che egli dava loro, ed eglino si trovavano di sollazzo, uno si era del farsi insieme, o a chiunque altro lor paresse da ciò, delle beffe piacevoli da cavarne cagion di ridere e di spassarsi. Or avvenne che di que’ dì un cotal suo lavoratore morì: la qual cosa avendo il conte sentita, pensò essergli dato modo di ricreare gli ospiti suoi molto bene.

Aveva egli tra’ suoi servidori uno che gli serviva a ogni cosa; perocchè egli era a un bisogno guattero, ortolano, carrettiere, stallone ed altro. Era costui un bastracone, con una persona quadrata e grossa: e con tutto questo era di sì picciol cuore che avrebbe avuto paura d’un sorcio; e sempre avea in bocca gli spiriti e le fantasime, che dicea aver veduto; onde sapea a mente, e recitava spesso la Intemera, e’l Dirupisti, credendo con queste poter cessare tutte le operazioni de’ diavoli. E tuttavia egli lanciava campanili, di sè raccontando le maggiori prodezze e le prove del maggior coraggio che ne potesse dare il più sicuro uomo e animoso. Volendo adunque il conte di lui prender sollazzo, il chiamò a sè; e, Macco, gli disse (che questo era il suo nome), qui è bisogno di te. È morto stamane, come tu sai, questo mio uomo: ora essendo costume di questi villani, che alcuno stia a vegliare i lor morti, io non veggo persona che a questo fare sia più acconcio di te: avrestu mai paura dei morti? – Appunto sì, rispose Macco: per sì dappoco mi avete voi, che io abbia paura di chi non può muover nè piè, nè mani? Vi dico che io non ne avrei bene di cento vivi, che con le lance mi venissero incontra: fate voi; or voglio io averne di un morto? E questo medesimo, disse il conte, io sapea bene: e per tanto avea fatto disegno sopra di te. Per la qual cosa, come sia fatto sera, sarai nella camera dov’è il morto, e faragli la veglia fino a domattina, quando il chericato verrà pel corpo; alla qual cosa acconsentendo egli di buonissima voglia, s’andò con Dio.

Intanto il conte, che già avea seco ordinata tutta la beffa, ebbe tosto a sè un altro dei suoi famigliari chiamato il Vespa, uom sollazzevole ed avveduto, e che in cotai servigetti valeva un mondo; e, Parti, gli disse, che noi la facciamo solenne a Macco stanotte? Odi bene: egli, da me mandatovi, sarà a vegliar il morto che sai, qui di corte. Or tu, innanzi ch’egli ci vada, che sarà in sul far notte, fa d’esserci tu: e riposto il morto dovechessia, fatti tu medesimo il morto: che ben so io quanto a questi giuochi tu vaglia: e come tu vegga il bello, saltato in piedi e rifatto vivo, stammi a vedere se a Macco sieno per rimanere più gambe, da gittarsi fuori di camera. Al Vespa la cosa entrò molto bene: di che messosi ad ordinar tutto che bisognava, così un’ora innanzi vespro, si ridusse in casa del morto. Quivi, mostrato a quei di casa l’ordine che ne avea dal padrone, fece che il morto fosse portato nel palco di sopra; ed egli distesa in terra la bara, che i becchini ci avean portata, e sopravi il panno nero, e procacciato e rifornito ben d’olio un lumicino, si mise tutto a camuffarsi in figura di morto. Messosi un paio di calzette bianche in gamba, e vestitosi una cappa nera, di quelle che portano i battuti della Compagnia alla morte, e ‘l cappuccio tiratosi bene sul viso, il quale si era imbiancato tutto di gesso; come sentì l’avemmaria essere in sullo scocco, così acceso il suo lumicino, e messolsi in capo della bara, ed egli tutto sopra distesovi con le mani incrocicchiate sul petto, e ravvoltovi intorno un rosario, cominciò ad aspettare che Macco dovesse entrare alla vegghia. Il qual poco stante, niente di ciò che fatto era sapendo, fu all’uscio, e picchiò. Alla porta era stato messo un cotale, ben indettato d’ogni cosa che da far fosse, il quale sentito appena a toccar l’uscio, l’aperse; e detto; Chi è costi? Macco rispose: Io vengo mandatoci dal padrone a far la vegghia al morto stanotte, o non è codesta la casa sua?
Il pórtinaio, mostrandosi lagrimoso, e asciugandosi gli occhi: Troppo ella è dessa, rispose; entrate pure: egli è là in quella stanza; siavi raccomandato quel poveretto; e qui, come dal dolore impedito, si tacque e ricominciò a lagrimare. Macco, dopo avere rendutegli alcune buone parole, entrò nella camera che gli era mostrata; e la prima cosa gittò gli occhi sul morto, tutto da capo a’ piedi squadrandolo; e quantunque così sulle prime si sentisse un cotal nuovo ribrezzo andare pel sangue, prestamente rassicuratosi, presa una sedia che vicin v’era, sopra essa gittossi a sedere.

Stato così quivi buon tratto (che ‘I morto non si moveva: sì andava talor gittandogli qualche occhiata, seco ridendo), sentendosi così solo di notte con quel meschin lume e con un morto davanti, si sentì la paura da capo battergli al cuore, e per poco pensava d’andarsene; ma tosto se medesimo rimproverando: Deh! dicea a se stesso, che fai! or dov’è il tuo coraggio? tu saresti schernito per tutto là dove ti facessi vedere. Ha’ tu forse paura che cotesto morto ti manuchi, o facciati baco? Sta su, poltronaccio, fa cuore; e qui per richiamare gli spiriti a casa, messo mano ad un fiasco di finissimo vino, che avea portato, in due o tre tirate poco mancò che il fondo non si scoperse.
Così un poco riconfortato, si rimise a sedere, vedendo se gli venisse fatto di pigliare qualche poco di sonno; e non istette guari, che egli ebbe legato l’asino a buona caviglia. Il morto veduto Macco dormir ben sodo, non parendogli ancora tempo da far il colpo, s’andava volgendo ora su l’un fianco, ed ora su l’altro; ma tosto si rimettea al primo stato, temendo non forse Macco in questo mezzo svegliandosi lo scoprisse.

Intanto, facendomi un po’ addietro; mentre così procedevano le dette cose, al conte (come una ciriegia tira l’altra) era entrato nell’animo un nuovo pensiero da caricar meglio la beffa, e prendere tre colombi a una fava. Fattosi adunque venire il castaldo: Tu dei aver saputo, gli disse, come essendo morto questo mio lavoratore, per togliere questa fatica a chicchessia di sua famiglia, ho mandato Macco a vegliarlo stanotte; ora io ho pensato di lui aver nuovo giuoco. Fa di trovare qualche nuovo ingegno e foggia d’abito, che tu assomigli a furia o a diavolo, secondochè tu puoi averlo veduto immaginare ai pittori; e come sia l’una ora di notte, tu dei dal solaio (dove per quella porta falsa, che tu ben conosci, potrai salir leggermente) scender giù alla stanza del morto; e quivi mostrando di volernelo portar via, dare a Macco tal battisoffia, che poscia se ne ricordi quanto egli viva.

Al castaldo la cosa piacque, e disse: Io il farò per forma, che se Macco si vanta mai più di coraggio, siccome e’ fa, io ci voglio mettere da qui in su: e si mettea la mano sul collo. Trovato dunque prestamente ogni cosa che bisognava (perocchè di cotali fogge e zacchere da mascherate, ve n’avea un arsenale, che per li passati autunni avevano a somiglianti beffe servito), e salito per la detta porta chetamente nel palco di sopra, egli si fu trasfigurato in forma di diavolo.
Dalla cintura in giù, cosce e gambe pelose, coda d’asino, e a’ piedi grand’ugne di girifalco; dalla parte di sopra s’era coperto d’una pelle che ‘l mostrava nudo, ma d’un colore così tra’l livido e il giallo, e dove chiazzato di sangue; al viso poi una maschera orribile, con due occhi rossi come bragia, bocca aperta e fuor un palmo di lingua; in testa due gran corna s’era messo di caprone, e per i capelli serpenti d’ogni maniera, alle corna avviticchiati ed al collo, e parte ne cadean sulle spalle; nell’una mano un gran forcone di ferro, nell’altra un torchio di pece acceso; dal quale egli sapea con suoi ingegni gittar fuochi artifiziali, che davan un lume ceruleo e rossigno: finalmente una catena ai lombi, che cadendogli dietro, si strascinava a due braccia.
Camuffatosi in questa orribil figura, che non che altri avria potuto spaventarsene egli medesimo, come sentì esser l’ora posta, si mosse per scender giuso.

Il conte con parecchi de’ suoi ospiti, chi ad una finestra da via, chi all’uscio, chi altrove stavano in guato, ridendo seco del giuoco che ne seguirebbe: tenendosi tuttavia, per non farne rumore. Intanto Satanasso scendea la scala, e la catena saltellando giù per li gradi, faceva uno strepito che mai il maggiore, che dal silenzio della notte aiutato, tornava più pauroso.
Macco, dopo schiacciato un buon sonno, fosse per lo rumore, e forse da se medesimo s’era già desto; e protendendosi sbadigliava, ragghiando come asino: e sentito lo strepito, così sonnacchioso come era, non ci pose mente alla prima; ma crescendo quello e avvicinandosi tuttavia, cominciò ad entrargli qualche paura.

Il Vespa, che era tuttavia a questo mondo, sentiva troppo ogni cosa, e non sapendo che fosse e pur dubitando, volea levarsi; ma per non guastare, si tenne quatto, tuttavia aprendo a otta a otta gli occhi, e vedendo Macco, che come trasognato stava in orecchi, guatando pur verso l’uscio, levava la testa per pur vedere, ma la rimettea tosto giù. Or facendosi a mano a mano maggiore e più forte lo strascinio, Macco tutto pien di paura, si fece all’uscio per me’ sentire: e già tra per l’ubbia del morto, e per quel nuovo strepito così a quell’ora, egli aveva il battito della morte.
Ed ecco che Satanasso fu all’uscio; e datovi una gran pinta e forzatolo, il saltar dentro con una cotal voce cavata da Malebolge, e scotendo quel suo torchio gittar nella camera uno de’ suoi fuochi, che tutta l’illuminò a guisa d’un lampo, fu una cosa medesima. Macco a quella orribile vista fu tutto fuor di sè e voltate le reni, si gittò a fuggire dall’altra parte, gridando misericordia. Correndo così alla rotta, incespicò nel morto che era attraversato, e gli venne pestato sopra l’un piede, di che il morto, che avea veduto ogni cosa, e per lo gran tremore non gli era rimasto tanto di fiato da gridar, Dio m’aiuti; vinto dal dolore del piede, mise un fortissimo strido, e sbalzato in piè si diede a correre anche egli, non sapeva dove. Macco, che sente il morto risuscitato correre e gridargli dietro, senza che gli parea aver tuttavia Satanasso alla vita, fu a un pelo che non tramortì; ben tornò tutto in sudore dallo spavento.

Il diavolo anch’egli, veduto il morto in piedi e sentitol gridare, misesi a tremar come verga; e correa anch’esso per la camera all’impazzata, dove la paura e le gambe il menavano; se non che traballando, le ginocchia si davano fra sè tanti baci, ch’era una festa; nè certo Macco ne stava meglio.
Così fuggendo e temendo l’uno dell’altro; il diavolo del morto, il morto e Macco del diavolo, anzi Macco di tutti e due; urtandosi spesso or nel ventre, or nel viso, spesso cadendosi addosso l’uno all’altro, e dando del capo nel muro, durarono a correre per la camera buona pezza, gridando tutti con quanto n’aveano in gola: Mercè per Dio, Accorr’uomo.
In quel trambusto il diavolo perdette la coda e l’un delle corna; Macco ebbe a lasciarvi un occhio, e rimase svisato, perchè al diavolo correndo venne ficcatogli il torcio acceso nel muso, e tutti e tre chi sciancato, chi slogato un piede, correano pure la giostra. Bene si riduceano talora all’uscio per quindi uscire; ma il conte, sentito che il sorcio avea mangiato il cacio nella trappola, uscito del guato, era corso a serrarlo, e attraversato nella campanella un bastone, il tenea così arrandellato; di che la danza segutò tuttavia, ansando tutti e tremando come Dio vel dica.

Finchè il conte, parendogli averne avuto sollazzo assai, aperto l’uscio, con una voce grossa disse: Ola? voi siete una gabbiata di pazzeroni vigliacchi: chetatevi in nome di Don Fermo oggimai. Voi m’avete chiaro abbastanza di che animo e cuore vi siate tutti e tre: asinacci, poltroni, che voi dovete essere; finitela e uscite costinci.
I cattivelli, conosciuta la voce del padrone, fermatisi; e dopo alcuno spazio riavutisi da quello stordimento, e guatatisi prima in cagnesco l’un l’altro, e forse non ben credendo che’l fosse vero, l’un dopo l’altro s’uscirono dalla camera; e quindi il conte rinfrescatigli di buon vino e di qualche confezione, così ben li riebbe, che poterono, cessato il timore, meglio formar le parole.
Poi fra le tazze e le risa del conte e degli ospiti suoi, ravvisandosi insieme: e Macco riconosciuto il Vespa, comechè tuttavia fosse nella sua cappa nera e col viso imbiancato, ed ambedue a gran fatica il castaldo, il quale già s’era tratta la maschera, e mostrava il corno e la coda ch’avea meno: le parole fra loro ne furon molte, e sarebbono venuti a peggio, se non che la riverenza del padrone li ritenne ne’ termini: il quale ben rappacificatigli, e loro dimostro come tutto si era fatto di suo ordine, li rimandò pe’ fatti loro.
Ed essi, comechè per alcuni giorni rimanessero spiritaticci, finalmente rivolta la paura in risa e cagion di solazzo, per parecchi mesi ebbero a raccontarsi i vari accidenti di quella beffa; della quale si fece per molto tempo un gran dire in tutta quella contrada.

Da Novelle di Antonio Cesari
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Wiki – Antonio Cesari (Verona, 17 gennaio 1760 – Ravenna, 1º ottobre 1828) è stato un linguista, scrittore e letterato italiano. Appartenente alla congregazione dell’oratorio di San Filippo Neri, fu il maggior teorico del Purismo nel XIX secolo.