Leggenda Medievale
Ne’ primi anni del decimoquarto secolo, v’era in una città d’Italia un convento di frati francescani, i quali osservavano la regola del santo loro fondatore colla più scrupolosa esattezza. Pareva che lo spirito di Francesco fosse tornato a vivere nei suoi figli; così strettamente aderivano essi alle costituzioni che aveva lasciate loro, e massime alla povertà religiosa, cui tanto amò, da sceglierla per sua fidanzata.
Non si erano scostati giammai da quella legge che li mandava ogni giorno di casa in casa, invocando l’elemosina dei fedeli come unico loro sostentamento. Ad ogni momento gli avreste potuto vedere camminare scalzi per le strade fangose, coi loro poveri e rozzi abiti, e con sulle spalle un sacco grossolano, onde mettervi dentro i rimasugli di cibo, dati da certuni ch’erano troppo poveri da poter dare di più; o spingendosi innanzi l’asino del convento, carico di brucioli e di stecchi che avevan messo insieme.
Erano modelli di quello spirito mansueto, paziente e tollerante ch’è il retaggio dell’Ordine loro; eppure, a malgrado di tutta la loro bassezza e povertà, respiravano un certo che spirituale, che vi disponeva a cavarvi il cappello mentre passavano, poichè vi riducevano col pensiero alla Giudea ed alle strade di Gerusalemme, e vi empievano dell’idea di Uno che fu il primo a stampare il marchio della santità su quell’abbiezione cui essi tanto bene imitavano.
Ora, nel tempo di cui parliamo, gli abitanti avevan rimesso alquanto della loro fervente carità e di quella divozione che dapprima li rendeva tanto solleciti di far l’elemosina, quando la piccola scatola dei frati era messa loro dinanzi. Si facevano ricchi, e si ristringevano i loro cuori; e talvolta i poveri Francescani erano cacciati con maledizioni e villanie, e più d’una dura parola veniva diretta contro «gl’infingardi mendicanti.»
Pure questi campavano, a stento è vero, ma contenti; il disprezzo e i cattivi trattamenti pareva che condissero di dolce il loro scarso alimento; nè mai pensavano a lagnarsi di ciò che parea tanto far parte della loro condizione, quanto l’abito che portavano indosso.
Ma cotesta rassegnazione ed umiltà di spirito rincresceva altamente al gran nemico delle anime, il quale considerava quei poveri e disprezzati monaci di Lucca come i più fieri avversarii ch’egli avesse in città. Si risolvè pertanto di tentare uno sforzo poderoso onde smuovere la loro costanza e la loro pazienza; e ad ottenere l’intento, chiuse i cuori dei cittadini anche più di prima, ispirando loro un’avarizia ed un egoismo straordinarj, che non mancherebbero di trionfare d’ogni buona intenzione. I suoi disegni riuscirono come se l’aspettava; il popolo della città diventò di giorno in giorno più avverso ai poveri frati, e bastava che uno di questi comparisse per le strade perchè tutti chiudessero immediatamente le porte di casa.
Alla per fine le limosine ch’erano l’unica loro risorsa, vennero a mancare interamente, e la miseria dei fratelli divenne eccessiva. C’era un Lucchese chiamato Lodovico, l’uomo più ricco della città, che poco prima aveva preso una moglie giovane e virtuosa; fu alla porta di costui che il padre guardiano diresse un ultimo tentativo per cercar di soccorso; poichè Ottavia (era il nome della moglie del mercante), nota pe’ suoi sentimenti d’amicizia e di carità verso l’Ordine, non aveva permesso mai che i frati si partissero senza dar loro qualcosa per amor di Dio.
Era già tardi, quando il povero frate, cui era commesso di far la cerca, bussò alla porta di Lodovico. Aveva girato per più ore, e il suo sacco era tuttora vuoto; ed egli si sentiva stracco e disanimato. Picchiò peritosamente; e forse che il debole rimbombo di quel picchio disse chiaro al padrone che razza di visita gli stesse alla porta; poichè apertasi questa, il buon frate alzando gli occhi da terra colla speranza d’incontrare gli sguardi cortesi d’Ottavia, si vide davanti Lodovico medesimo, e alquanto di mal umore, come apparve dalle ciglia increspate e da un rapido e scortese moto di mano.
– Cosa ti conduce qua, frate? disse con uno sprezzante sogghigno; torna a far orazione al tuo convento, com’è tuo mestiere; e se questo non garba alla vostra santità, ebbene, lavorate, come fanno i galantuomini; noi non ci curiamo d’aver dei vagabondi.
– Scusate, mio buon signore, ripigliò il frate tremante, speravo di vedere la signora Ottavia. È piaciuto al nostro Signore Dio di metterci a dura prova la settimana scorsa come Gli è parso bene, ed oggi nessuno di noi altri ha rotto il digiuno; ma forse che voi vi degnerete di assisterci per amor Suo…. e così dicendo, porse avanti la piccola scatola delle limosine, con un’occhiata incerta e pietosa.
– La signora Ottavia, eh? ripigliò l’altro; la ci baderà bene, prima di parlarvi ancora.
Via, dico; perchè io non faccio danari onde gettarli dietro ai mendicanti che si affollano alla porta di casa mia.
Via di qua, dico, e quanto più presto potrai; voi siete sempre pronti a dirci ch’è per la salute dell’anima nostra – si voltò, e volle chiudere la porta; ma il frate si provò di parlare un’altra volta.
– Mio buon signore, diss’egli, vi scongiuro che abbiate un po’ di pazienza; davvero che ci siamo affaticati l’intero giorno, senza ricever nulla; non mi mandate via a vuoto, e Dio vi rimeriterà della vostra carità, come se l’aveste fatta a Lui stesso. La signora Ottavia ci ha comandato più d’una volta di chiedere liberamente quand’eravamo nel bisogno…. Ma le di lui parole furono interrotte da una bastonata.
– Se tu pronunzii ancora quel nome, ti rimando a casa colle ossa rotte da empirne il tuo sacco, fu la risposta irritata. Qua, buoni vicini, ajutatemi a ricondurre questo briccone nel suo buco: e, a queste parole, i circostanti che s’erano affollati al romore di quell’alterco, si strinsero addosso al frate e cominciarono a dargli la baja e a schiamazzargli dietro mentre se n’andava, intanto che certuni più arditi degli altri gli gettavano del fango e delle pietre, comandandogli che n’empiesse il sacco e lo portasse in convento.
E mentre andava innanzi, la folla si faceva ognora più numerosa e più furibonda, finchè, giunti alle porte del monastero, fu proprio un negozio difficile per il povero frate il potersi introdurre senza ricevere gravi oltraggi da alcuni di coloro che gli stavano intorno.
Quella sera i frati andarono in refettorio, ma veramente non fu per mangiare. Sedevano col cuore afflitto e ad occhi bassi, mentre un di loro, secondo l’uso, leggeva ad alta voce; e le tavole erano apparecchiate al solito, ma non c’era nemmeno un boccon di pane. E il giorno dopo le cose andarono anche peggio, poiché il tumulto della sera prima avendo risvegliato l’attenzione del governatore della città, venne questi al convento, e procurò, parte colle minacce e parte colla persuasione, d’indurre i frati ad abbandonare un luogo dov’eran diventati un oggetto d’avversione popolare, e dove la loro presenza altro non faceva che disturbare la pubblica quiete.
Molti frati si perdettero di coraggio; fecero bensì buon contegno davanti al governatore, ma partito appena che fu, un senso generale di scontento e di scoramento cominciò subito a manifestarsi.
– Avremmo fatto meglio ad accettar delle terre, come altre nostre comunità, disse uno. Il nostro padre Francesco non intese già che i suoi figliuoli dovessero morir di fame per attenersi alla lettera morta.
– Sarebbe bene che si vendessero i vasi d’argento, disse un altro; forse che questa sciagura ci piomba addosso perchè la nostra chiesa è straricca d’ornamenti: se siamo figli di povertà, certo che dei vasi di legno ci serviranno tanto bene e ci converranno assai meglio.
– Il padre guardiano ascoltava tutto, e non sapeva come rispondere.
– Non sapete, figliuoli miei, disse finalmente, che noi non possiamo aver tenute, nė vender nulla pel nostro mantenimento, senza violare quei venticinque precetti che ci ha lasciati il Padre nostro, e che ci obbligano sotto peccato mortale? Non temete del futuro: perchè Dio medesimo ha certamente promesso il suo ajuto a coloro che son perseveranti; e non son vane le Sue promesse. – Ma quantunque parlassè così, i frati s’accorsero dal tremito della sua voce che il suo cuore non teneva dietro a quelle parole; la sua fiducia mancava come quella degli altri; e pareva che il trionfo del diavolo fosse vicino ad esser perfetto.
E ben lo sapeva il diavolo. Stava egli in mezzo a quei timidi cuori depressi, e gli atterriva e li tentava – empiendoli d’uno strano inesplicabile terrore, mediante l’influsso inosservato della propria presenza.
E siccome cedevano alle codarde suggestioni che andava sussurrando loro all’orecchio, estendeva ogni ora più l’imperio suo sui loro cuori. Gli stava egli ora spiando con gioja infernale; ma quella gioja fu di breve durata; venne questa interrotta da una luce che brillò a traverso la sua visione; e gli rimbombò alle orecchie una voce, i cui accenti gli erano ben noti, e l’empierono dell’antica angoscia, e gli ricordarono la sua sconfitta. Era la voce di Michele:
– Stella caduta del mattino, furono le parole dell’Angelo, a che sei tu qui? Io vengo per cacciartene, e umiliar di nuovo la tua superbia.
– Fa la tua volontà, ripigliò lo spirito maligno; non v’ha un solo di questi frati che oggi non m’abbia servito, poichè han dubitato della parola di Dio e diffidato della Sua promessa. Son contento d’andarmene, e di lasciarli così.
– Ma così non li lascerai tu, perverso ed iniquo serpente, riprese l’Arcangelo: se hai fatto l’opera tua, avrai pur anche a disfarla; le proprie tue labbra dovranno richiamare questi poveri figliuoli che han peccato per debolezza, e dovranno ricondurre anche Lodovico a sentimenti migliori, e restituire la carità ai cuori dei cittadini; e a tale che fabbricheranno del loro un altro convento dentro alle mura di questa città, nel quale Dio verrà lodato e servito, e la regola di Francesco, che tanto detesti, sarà strettamente osservata.
È questo il decreto dell’Altissimo, che non si muta.
Il diavolo digrignò i denti. – Io non sono un predicatore, sclamò; e non combatto contro la mia propria casa – e farò anche meno l’opera di cotesto Francesco onde tu parli; perch’ei fu sempre il mio più mortale nemico.
– E però ti è dato come castigo della tua malizia il fare com’egli stesso farebbe se tornasse al mondo, ripigliò Michele; e devi obbedire. Dovrai prendere la figura d’uno de’ suoi monaci, ed entrare in questa casa, e virtuose parole ti scorreranno dal labbro contro tua voglia; e richiamerai questi frati al coraggio ed alla fiducia, e gli sgriderai per la vergognosa pieghevolezza dei loro cuori; e li fortificherai con santi discorsi e parole di conforto.
Inoltre, dovrai tu stesso procacciar loro quei mezzi onde abbisognano, in guisa che cessino i loro patimenti, ed abbian modo di alimentare i poveri che accorrono alle porte del loro convento, come facevano nei tempi andati: e così tu imparerai cosa sia il combattere contro Dio e i Santi suoi….
Si sentì bussare alla porta del convento, e il portinajo aprì con un certo timore, non sapendo cosa potesse accadere. Un frate, vestito del rozzo abito dell’Ordine, era lì fuori; ma non era della comunità, e il buon uomo non si ricordava d’averlo veduto mai prima d’allora.
Una pellegrina maestà di portamento poteva discernersi anche a traverso quell’umile sprezzato sembiante di povertà – non che un’aria soverchiamente imperiosa, come taluni avrebbero potuto avvertire; tuttavia la grandezza e la nobiltà del suo aspetto, e il vivo lampo de’ suoi occhi, risplendenti sotto il fitto cappuccio che gli copriva il viso, pareva che ispirassero il rispetto.
– Vorrei parlare col padre guardiano, diss’egli; e la sua voce aveva un segnalato accento musicale.
Il portinajo s’inchinò in silenzioso stupore, e lo condusse alla presenza dei religiosi radunati, che stavano facendo gli ultimi preparativi per la loro partenza.
– Deo gratias, fratelli miei, fu il suo saluto; e il suono di quella voce li colpì stranamente.
– Madre di Dio! sclamò il guardiano stupefatto, chi siete voi, fratello, e donde venite?
– Vengo assai di lontano, e sono stato condotto qua dalla mano di Dio, ripigliò lo straniero; ed ero tanto lontano, quando mi fu imposto di venir qua, che certo, s’io nominassi quel paese, voi non lo conoscereste; perch’è un paese di cui si parla poco, e il sole stesso non vi risplende come sul vostro.
– E il vostro nome, buon fratello; voi siete del nostr’Ordine?
– Mi chiamo Obbediente Obbligato, e, come vedete, porto l’abito vostro. Anticamente, prima ch’io lo vestissi, la gente mi chiamava Cherubino.
– Ebbene, buon fratello, riprese il guardiano, voi siete proprio il benvenuto. Bramerei che avessimo qualcosa da offerirvi; ma i tempi ci sono molto avversi, e da vero che voi avete scelto un momento inopportuno onde visitarci.
Gli uomini di questa città sono insorti contro di noi, e non voglion far nulla pel nostro sostentamento; anzi, ora appunto ci stiamo preparando ad andarcene, e a cercare un altro rifugio; poichè se c’indugiamo qui, abbiamo paura di morirvi di fame.
L’alta statura dello strano monaco assunse un’aria d’anche maggior maestà nell’udire queste parole; lasciò cadere indietro il cappuccio, e spiegò un sembiante che colpì di rispettoso terrore tutti quei frati. La testa rasa era coronata d’un anello di capelli più neri che non le penne del corvo; alta la fronte; e gli occhi, profondamente incavati nelle orbite, mandavano scintille infocate, mentre contemplava il guardiano con uno sguardo fisso che pareva ne penetrasse l’intimo del cuore.
Anche la sua faccia era pallida, e pareva patita come quella di colui che avesse nudrito sempre in seno un occulto dolore; e quando parlava, parea quasi che il disprezzo gl’increspasse le labbra.
– O generazione infedele e perversa! disse finalmente, son questi dunque i soldati del loro Signore, i figliuoli di colui che portò scolpite in sè le piaghe del Crocifisso, la prole dei Santi, e i seguaci dei Martiri? Due giorni di stenti vi son piombati addosso, e già vi manca la fiducia? Speravate in Dio e lo pregavate quand’Egli vi mandava l’abbondanza, nè cessavate dai pii discorsi e dalle parole valenti, quando le scatole delle limosine vi tornavano piene in monastero; ed ora, dopo due soli giorni di prova, la vostra fede e il vostro coraggio si son dileguati, e siete vicini a credere che la parola di Dio, promessa ai vostri padri, stia per venir meno! Perciò errate gravemente, e tanto più quanto che dubitate della veracità e della fedeltà dell’Altissimo.
E mentre parlava un’espressione di nuovo dolore gli traversò la faccia.
– Hai tu veduto? bisbigliò uno dei fratelli più giovani nell’orecchio di colui che gli stava più vicino; è sicuramente una sant’anima, cui rincresce perfino il parlar di peccato; ma ecco ch’ei torna a parlare. Scommetto che i segreti delle anime nostre gli son tutti manifesti.
– Sì, mi son manifesti, disse frate Obbligato, volgendo il lampo degli occhi suoi scintillanti in piena faccia all’ultimo parlatore. – E tu, che ultimamente offristi i tuoi voti a Dio, gli stai adesso davanti, indeciso di rompere la tua fede, e vagheggi le ricchezze e i beni mondani, per timore che forse tu non abbi a patire un’astinenza troppo dura pel tuo corpo dilicato.
O insensati e tardi di cuore, non sapevate voi dunque che pria che venisse a mancare una Sua parola, gli angeli stessi vi avrebbero addotto il nutrimento? che dico? gli stessi demonii sarebbero stati costretti a servirvi, e a sopperire ai vostri bisogni.
– Padre mio, disse il guardiano, con un profondo inchino, voi ci siete del tutto ignoto, pure vediam bene che voi parlate per lo Spirito di Dio. Noi non possiamo resistere o contraddire alle vostre parole, da che si portan seco una strana potenza; e, quanto a me, succeda quel che può succedere, sento che ora morrei le mille volte, anzichè abbandonar vilmente questa casa, o violare una lettera della regola di Francesco.
– Anch’io! anch’io! sclamarono ad una i fratelli. Padre, avete trionfato, e siete proprio per noi come un angelo di Dio; fate di noi il piacer vostro, perchè sappiamo in verità ch’Egli parla per la vostra bocca. Che momento pel tentatore! poi ch’era desso. Vide che la momentanea fiacchezza dei poveri frati s’era fatta soltanto l’occasione di meritarsi un nuovo titolo al favore celeste, per via della loro pronta penitenza nell’udire una prima parola d’esortazione. Ei si sarebbe ritratto volentieri lontano da uno spettacolo che gli straziava il cuore: ma frate Obbligato non avea volontà sua propria; v’era un potere più forte che lo sforzava a proferir parole che non eran le sue, e cui tornava per esso un’agonia il proferire.
Sicchè, velatasi per un momento la faccia con ambe le mani (i fratelli credettero che fosse per celar l’emozione prodotta dalle loro parole), continuò:
– Fratelli miei, Iddio è stato in collera; ma Egli si placherà per le vostre preci e la vostra umiltà. In quanto a me, sarà ora fatto mio il provvedervi in Nome Suo di quanto abbisognate.
– Buon padre, disse il guardiano, se vi proponete di cercar limosine, sappiate che non vi sarà nessuno in questa città che ve ne dia.
– Non abbiate paura di nulla, ripigliò frate Obbligato; ma voi altri andatevene in coro, e fate sì che le porte rimangano aperte, poichè non tornerò certamente a mani vuote.
E allora il predicator ripugnante si vide costretto a correre di via in via, è a scuotere i freddi cuori di quanti incontrava colla sua portentosa eloquenza. Tutti gli si affollavano intorno e pendevano dalle parole di lui; sentivano essi che nulla poteva resistere alla forza e alla magia de’ suoi inviti alla carità, e tutto per l’amor di Dio. L’amor di Dio!… parole che gli uscivan di bocca in suono cosi mesto e soave, mentre gli si squarciava il cuore nel pronunziarle.
Ed oh! trovarsi costretto a parlare a quella moltitudine della vanità delle ricchezze, e del pericolo di quella cupidigia che allontana il cuore da Dio e l’incatena a Satanasso come uno schiavo da galea! parlare della superbia e dell’egoismo, che fa somigliar gli uomini ai demonii e sfigura in essi l’imagine dell’Onnipotente! oh amara ed umiliante necessità! e come si dimenava e contendeva contro quella mano che lo spingeva innanzi, mentre la gente si figurava che altro non fosse fuorchè l’energia d’un uomo che si studiava di trovar parole acconce ad esprimere le proprie idee, e lo zelo per la salvezza delle anime che infiammava i detti dell’appassionato oratore!
Le limosine piovevano da ogni banda, ed egli era costretto a prenderle, e a portar sulle spalle il sacco pesante, entro al quale ogni mano mostravasi adesso premurosa di gettare una qualche offerta, ed a recare il tutto al monastero.
Questa faccenda tirava innanzi un giorno dopo l’altro; la fama del maraviglioso predicatore si sparse anche fuor delle mura della città, e i forestieri accorrevano in folla d’ogn’intorno a contemplarlo: e udito che l’avessero una volta, si sentivan nascere in cuore uno spirito novello: insomma, era una mirabile conversione.
E il peggio di tutto l’altro si era quel dover prendere in presto il mansueto ed umile sembiante del povero cappuccino, e scuotere la cassettina, e sclamare: «La carità, signori miei, la carità, pel caro amor di Dio!» e mentre la gente vi lasciava cader le monete, inchinarsi profondamente, e promettere orazioni pei suoi buoni benefattori, e chiedere a Dio che li benedica e li compensi della loro generosità.
A capo ad una settimana le limosine ascesero ad una somma talmente enorme che si stimò opportuno d’impiegarne in un modo o in un altro l’eccedente, e il grido universale dei cittadini fu per la fabbrica di un altro monastero.
Pareva che ora non potessero più essere stanchi d’avere i padri cappuccini, e frate Obbligato si vide astretto a correre intorno per trovar lavoranti e muratori, e a sollecitarli, in modo che lavoravano con una celerità straordinaria, tanto che appena sapevano come; poichè i muri parevano crescere sotto le loro mani con una prestezza soprannaturale dovunque comparisse il bruno cappuccio del frate maraviglioso.
Intanto gli stessi monaci erano alquanto perplessi nell’indovinare chi fosse realmente quel loro strano soccorritore. Dicevano alcuni che fosse Francesco in persona, tornato in terra ad ajutare i suoi figliuoli; ma quelli pur anche, i quali ammiravano maggiormente frate Obbligato, dubitavano della verità di quella supposizione; poichè, a malgrado delle sue sante e pie parole, trovavano in esso un contegno assai differente dal mansueto ed umile sembiante del fondatore dei Frati minori. Il padre guardiano serbava un prudente silenzio; dicevano che la verità gli fosse stata rivelata divinamente; ed era infatti così, ma egli non si lasciò sfuggir mai di bocca una sola parola.
Ora, accadde un giorno che, mentre passeggiava su e giù nel giardino del convento, incontro frate Obbligato che tornava dal nuovo edifizio; e quantunque, solitamente, non ne cercasse la compagnia, pure questa volta non potè a meno di abbordarlo. Fu egli primo a parlare:
– Fratello, disse, come va innanzi il convento? Vien su per bene?
– È finito, disse Obbligato, nascondendosi la faccia mentre parlava; perchè cominciava ad essere inquieto alla presenza del guardiano, nè gli piaceva troppo lo sguardo di quel chiaro occhio grigio.
– Come? finito! ma, non fu cominciato se non cinque mesi fa!
– E sono stati cinque anni per me, disse amaramente il demonio; pure, se ne avessi avuto licenza, avrei potuto fabbricarlo in cinque giorni.
– Iddio non fa miracoli senza necessità, rispose freddamente il guardiano, il quale stimò bene di non parere che ne sapesse più degli altri.
Ma Obbligato s’avvide ch’era scoperto; e non curandosi di dissimulare più a lungo, si voltò fieramente verso il suo compagno, dicendo, con un gesto impaziente:
– Iddio! sempre Iddio! L’avrei potuto fabbricare, vi dico. Ho potere bastante da ció.
– Io ti conosco, disse il guardiano, e so che Dio permette la tua presenza in questo luogo; e so pure, che ad onta del potere onde ti vanti, tu sei men forte del nostro padre Francesco.
– Egli forte! disse Obbligato; sì, quando fa orazione; trista razza di potere: il mio, se non altro, è mio, proprio.
– Eppure sei decaduto; i monaci han fatto ritorno alla loro pristina fede; i cittadini son più divoti e più generosi di prima; non rimane ormai fuorchè un lavoro che il ciclo t’impone di compiere, e tutta la tua malizia sarà delusa. Va pertanto, e fa sì che il mercante Lodovico si converta, e disprezzi l’oro; poichè mi sembra che ivi pure si stia preparando un’alta umiliazione per te.
Infatti la conversione di Lodovico era l’impegno più difficile imposto ad Obbligato. Vi lavorò notte e giorno, ma sempre inutilmente. Il mercante non poteva negare di ammetterlo, perchè frate Obbligato era uomo grande in città, il prediletto del popolo, e il confidente del governatore e del Consiglio. Inoltre, v’era un che nel suo contegno cui nessuno ardiva d’affrontare apertamente; di modo che Lodovico ne tollerava la presenza e l’esortazioni; ma le ascoltava indifferente, e il suo cuore indurivasi ognora più.
Finalmente ammalò; i medici lo dichiararono in punto di morte; sua moglie stavagli sempre a fianco, e l’implorava perchè ora finalmente pensasse all’anima sua; ma egli invece d’altro non chiacchierava che di danaro e di negozio, nè voleva sentire a parlare di frati o d’orazioni, e si voltava in là quando gli presentavano il crocifisso; era un caso disperato.
– Oh, volesse Iddio, disse Ottavia piangendo, che fosse qui quel santo frate Obbligato! Corri a cercar di lui, buon Beppo, soggiunse poi, voltandosi verso un servitore; e digli che messer Lodovico è peggiorato; e pregalo che non s’indugi, perchè abbiamo gran bisogno della di lui presenza.
– Son qui, figliuola, le disse all’orecchio la cupa voce del frate; messer Lodovico ha veramente bisogno d’orazioni e di sante parole, perchè l’ora sua è finalmente sonata.
Poi, voltatosi verso l’ammalato, parve che tutte le sue forme si dilatassero, mentre scoppiò in uno di quegl’impeti di penetrante eloquenza che affascinarono tanto spesso le orecchie del popolo per cinque mesi. Parlò dell’anima e della perdita della medesima, di quella morte che non muore mai, e dell’angoscia di quel rimorso che vien troppo tardi, e non se ne va mai più. Parlò del fuoco inestinguibile; e gli ascoltanti si sentivano arricciare i capelli.
– In verità, quell’uomo ha dovuto vedere le cose di cui parla, mormorarono; parli egli del cielo o dell’inferno, è tutt’uno; è come se li contemplasse cogli occhi proprii.
Sì; parlò del cielo – non goduto, non posseduto – ma dell’eterno cordoglio di uno che fu creato a goderlo e a possederlo, ed altra volta ne gusto quasi la felicità, e poi la perdè, la perdè per propria colpa. Oh! le frenetiche lagrime, e il dolore, e il digrignar dei denti, e l’urlo d’eterna disperazione per quella perdita! Oh come, mentre parlava, i lugubri suoni del carcere interminabile parevano sorgere ed echeggiare intorno al letto del moribondo! parlava della perdita di Dio, di Dio, suprema bellezza e verità suprema; di Dio, fine d’ogni desiderio e d’ogni amore (e i gemebondi accenti di quella voce parean riboccare d’ineffabile cordoglio), tutto perduto – perduto – perduto!
– Il mio padrone ha uno strano coraggio, mormoró Beppo a un altro servitore; so ben io che per tutti i suoi forzieri pieni di quattrini non mi vorrei lasciar dire simili parole al letto di morte.
Ma le intese appena Lodovico, e in quella appunto che Obbligato ne proferiva le ultime sillabe, il rantolo della morte oppresse la gola del peccatore; e come la parola «perduto» uscì dalle labbra del frate, dette un tratto convulso colle mani, e ricadde supino sul guanciale. Obbligato gli si chinò sopra anelante….. era morto davvero.
– Mio! sclamò il demonio in tuono di trionfo. Mio finalmente. Ora, Michele, tu sei scornato.
– Ohimè! il buon frate è fuor di sè, dicevano i circostanti. Santo padre, voi avete fatto veramente l’impossibile per quel pover’uomo, in grazia, prendete un po’ di riposo; il parlare soverchio vi ha spossato…
Ma mentre parlavano s’accorsero che il frate lottava contro un qualche vigoroso potere, che lo sforzava contro sua voglia. Gli scoppiavano dalle labbra alcune sentenze interrotte:
– Non posso – anzi, non voglio – è mio, dico.
Poi rivoltosi a coloro che occupavano la stanza:
– Seguitemi sulla Piazza Grande, disse; non posso resistere a quella voce!
E così dicendo, balzò fuor della camera e si precipitò nella strada; traversò la piazza a passi frettolosi, finchè giunse a quel luogo dond’era stato solito di parlare alla moltitudine che gli si affollava intorno per udirlo. La nuova dell’accaduto s’era subito sparsa dovunque.
– Il mercante Lodovico è morto impenitente, e i demonii ne han portato via l’anima, dicevano l’un coll’altro; probabilmente che frate Obbligato ne fu testimonio, e avrà molte cose in mente da dirci; sarà un discorso veramente singolare.
E così la curiosità, la speranza d’ascoltare, e la ben nota eloquenza del frate sur una materia così terribile e commovente, addussero in breve un’immensa folla che empì la piazza da un canto all’altro.
Obbligato stava là in piedi davanti a loro. Che parole fossero quelle ch’ei disse noi non tenteremo di registrarlo: certo è che l’udienza non aveva sentito mai le simili. Quanti peccatori furono riscossi dal loro sogno di lussuria e di comodi per quelle parole che sembravano aprir l’inferno sotto ai piedi di lui! quanti cuori freddi o indifferenti sentirono adesso per la prima volta cosa fosse l’avere un’anima e poi perderla! Sì, Lodovico era veramente caduto vittima della sua avarizia e della sua empietà; ma la perdita di quell’anima sola fu la conversione di mille. E più d’uno ebbe ragione d’allora in poi di ringraziare Dio d’essere stato testimonio della tragedia di quel giorno, che lo ridusse per la prima volta a penitenza, e lo salvò da un simile fato.
L’ultima predica del diavolo frate era finita. Sapeva egli quante anime gli avesse fatte perdere, ed era passato il suo momento di trionfo. Stracciandosi indosso la tonaca da frate e scagliandola lungi da sè, sclamò: «Francesco! la tregua nostra è terminata. Ho fatto l’opera tua, e tu hai vinto». Poi rivoltosi alla moltitudine stupefatta: «Andate dal Guardiano dei cappuccini, diss’egli, e domani vi dichiarerà il significato di queste cose; ma voi altri non vedrete mai più frate Obbligato».
Così dicendo, sparì, che appena si seppe come; nè lo rividero mai più. La stranezza degli ultimi suoi detti, e quel buttar via l’abito santo, li confusero penosamente, fin tanto che la verità fu loro dichiarata; e allora uno spavento anche più solenne comprese le anime di tutti; nè s’è mai perduta la tradizione di questo evento: chè anzi d’ogn’intorno, e in più d’una città d’Italia e d’altri paesi, si può rinvenire anch’oggi, a frammenti spezzati, la leggenda del Diavolo predicatore.
Da: Le Maraviglie cristiane. I. versione dall’Inglese
a cura di [Anonymus AC10097994]
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