IL DEBITO PUBBLICO

ITALIANI!

Se volgiamo lo sguardo retrospettivo al tempo che, oppressi e divisi da tirannie straniere ed indigene, la diplomazia irrideva alle nostre nazionali aspirazioni, chiamandole – non senza però una celata preoccupazione – la così detta questione italiana, ora noi abbiamo ben ragione di rallegrarci.

In pochi anni la Nazione s’è costituita; l’unità nazionale, se non è appieno raggiunta, si può, quandochessia, conseguire; l’indipendenza è conquistata; la nostra capitale ad ogni modo, è nostra.

Ma dopo tutto ciò la gran massa della Nazione sente ella forse quella compiuta soddisfazione, che è sempre il frutto di una vera conquista verso il comune benessere? Chi lo dicesse sarebbe illuso o ingannatore.

Una cancrena rode il corpo della Nazione, lo prostra e intisichisce è dessa il debito pubblico.

I nostri governanti ci hanno le tante volte promesso di sanare la piaga col sospirato conguaglio dell’entrata ed uscita. Il popolo d’Italia sulle prime ci credette; e sperando in un prospero avvenire, si sobbarcava rassegnato ad ogni spogliazione, ad ogni gabella. Ed esso in tale speranza assistette contento alla vendita dei Beni demaniali; ma i 650 milioni che fruttarono alla cassa pubblica non bastarono. – Ebbene, diss’ egli, purchè si raggiunga il promesso pareggio, vadano pure i Beni eccleslastici; ma i raccolti milioni non bastarono ancora. – Si vendano, soggiunse, le Ferrovie dello Stato; ogni sacrifizio è lodevole purchè si ottenga l’intento; – ma i milioni delle vendute Ferrovie non furono sufficienti; anzi il debito pubblico frattanto ingrossava.
Ebbene, ripeteva il popolo d’Italia per compiacere a’ suoi governanti vadano pure le Fabbriche dei tabacchi; si consumi anco questo ricco cespite di rendita nazionale; si rinunzi alla speranza che la libera coltivazione del tabacco diventi una fonte di più larga ricchezza; si sacrifichino le risorse dell’oggi e le aspirazioni dell’ avvenire, purchè si colmi la voragine del debito pubblico. – Ma i milioni della Regia, mentre non valsero a coprire il debito pubblico, scopersero l’abbiettezza di certi sacerdoti di quell’obeso impudente idolo sporco, che è il Capitale, in mano d’ uomini senza principi e senza cuore. E il buon popolo d’Italia, dopo tutto ciò, non può indursi a negare la sua fiducia a’ proprî governanti, e con essi ripete: Se i milioni della Regia non valsero, si colmi il debito pubblico coi risparmî finanziari e colle nuove imposte: ogni sacrifizio è santo, quando è fatto sull’altare della patria, e ad ogni costo si salvi la Nazione, col sospirato bilancio, dal precipizio economico che la minaccia: – ma i risparmi vengono fatti in dose omeopatiche, e non colpiscono ove sta il vero superfluo; le imposte gravitano sulla povertà più ancora che sulla dovizia; affamano il povero coll’assottigliare il suo tozzo di pane, e passano lievi sulla testa del ricco. Così gli speciosi risparmi e le inique gabelle, cui niun modo vale ad esigere, giovarono a nulla, – e il debito ingrossa. –

I sette Stati d’Italia d’un tempo avevano in tutti un debito pubblico di due miliardi e mezzo circa: oggi l’Italia unita paga 360 milioni all’anno d’interesse circa un milione al giorno! – che corrisponde a un debito di 7 miliardi. Veda ognuno che siamo andati di galoppo sulla strada del debito. Eppure si sono fatti tanti sacrifizî; eppure in questi ultimi nove anni sono entrati nello Stato oltre a 9 miliardi e 316 milioni, cioè un miliardo e trentacinque milioni all’anno! Perdurano le gabelle insopportabili, che diseccano le fonti della prosperità nazionale; accresce la miseria del proletario, e la sfiducia è nel cuore di tutti.

Chi è oggimai che, col presente andazzo di cose, crede possibile il bilancio economico? Nessuno. Fingono di crederci i pochi privilegiati che arricchiscono sull’ altrui impoverimento: chè la nazione è divisa in due classi. Consta Î’una di una turba di astuti gaudenti, che, danzando sotto la tenda del privilegio, ascendono rapaci ad ora ad ora l’albero della cuccagna; consta l’altra della grande massa del popolo d’Italia, che assiste stupida e misera a quella ridda spudorata.

Nell’albero della cuccagna, intendi la Banca, a cui si rese mancipio il Governo, e troverai il filo per discendere nella tenebrosa voragine, che inghiotte senza fine i fondi del debito pubblico; figurati nelle Cartelle della Rendita dello Stato il ponte ove passano nella voragine i milioni,’ frutto del sudore del popolo italiano, e avrai la spiegazione come sconpajono col languore dell’agricoltura, dell’industria e del commercio le piccole proprietà, come vivano a stento le mezzane; come piombi nello scrigno del banchiere e di tutta la falange cointeressata il risparmio del proletario per istraricchire chi è già tropppo ricco.

Così l’Italia si va un’altra volta infeudando. Questa volta non è più il nobile Castellano che domina sopra i vassalli, di cui è arbitro della vita e delle sostanze, e dona loro in ricambio pane, giuoco e protezione: è invece il banchiere, l’uomo del Capitale e dell’Usura, che ti tosa adagino, che ti spoglia ‘senza accorgerti de’ tuoi averi. Al violento, ma talora generoso feudatario, è sottentrato il subdolo e ipocrita usurajo; ma la società è ancora divisa in oppressi ed oppressori.

Ma torniamo alla estinzione del debito pubblico…

Antonio Longo

Continua… (… fino ad oggi) … (e anche domani…)

Articolo estratto da: Progetto di pareggio del debito pubblico del regno d’Italia – 1874
Digitalizzato in Google Libri