La Vergine del Miracolo e di Bonaria.


LEGGENDE SACRE CAGLIARITANE.

Nei dintorni di Cagliari, in un piccolo colle ad est, s’erge un santuario edificato nel 1324, dall’infante don Alfonso d’Aragona, che assediava la città, e da questi concesso nel 1336, ai frati dell’ordine della Mercede, venuti a stabilirsi nell’isola, per esercitarvi la nobile missione di riscattare i Sardi caduti schiavi in potere dei Turchi, che scorrazzavano nei lidi della Sardegna.
Essi v’edificarono il convento, che tuttora v’esiste, però adibito ad altro uso, e nel quale verso i primi dello scorso secolo, impiantarono una tipografia, da cui uscirono molti volumi, che avvantaggiarono l’istruzione isolana.
Tale chiesetta era dedicata alla Vergine poi detta del Miracolo, per uno, che narrasi ne operasse e che trovasi registrato negli annali dell’ordine.

Miracolo o leggenda, eccone il racconto.

Due soldati spagnuoli avevano deciso di giuocare alle carte una somma presso una grotta nelle vicinanze della chiesa. Uno di essi volle prima entrare costi e, rivoltosi alla Vergine, che allora era collocata nell’altare maggiore, giurò di donarle metà del guadagno se vinceva, od una stilettata ove avesse perduto. La sorte gli si volse contraria, ed egli, privo di senno, corse in chiesa e con la daga trafisse al collo la statua della Vergine. Ma, come se quel simulacro fosse animato, il sangue sprizzó dalla ferita, ricadendo in grosse goccie sul soldato inferocito, il quale, reso immoto dallo spavento, rimase colà pietrificato.

Il simulacro conserva ancora la cruenta cicatrice alla gola.

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LA VERGINE DI BONARIA.

Quel medesimo santuario, come il colle, oggidì chiamasi Bonaria, dall’antico nome Bagnara, il quale è pure corruzione del primitivo Balnearia, che i Romani aveano dato a quel luogo, perchè vi tenevano i bagni pubblici.
Titolare della chiesa è la Vergine, detta di Bonaria e anche della Mercede, la quale, nel 1370, sostituì la Vergine del Miracolo nella nicchia dell’altare maggiore.
Anche su questo simulacro corre una leggenda, pure registrata negli annali dell’ordine.
Nel citato anno una nave, colpita dalla tempesta, mentre costeggiava la Sardegna, dovette gettare in mare metà del suo carico, fra cui una grandissima cassa, la quale placò i flutti appena vi si immerse e, galleggiando, fu trasportata dalle onde nel sito, in cui poi fu innalzata una colonna, che tuttora esiste, ed ove s’incagliò.
I molti accorsi colà tentarono tirarla a terra, ma per quanto vi si impegnassero con tutte le loro forze, non vi riuscirono. Due frati mercedari, ivi presenti, osservarono che sul coperchio di essa v’era scolpito lo scudo dell’ordine della Mercede.
Tosto si provarono a muoverla, e, come se essa fosse divenuta una leggiera piuma, se la caricarono sulle spalle e la depositarono nella chiesa.
Apertala alla presenza dell’arcivescovo don Giovanni d’Aragona e dei consoli (sindaci) della città, vi si trovò una statua bellissima, alta un metro e mezzo, con alla destra una navicella ed una candela accesa, mentre colla sinistra reggeva un bambino.
Con solenne cerimoniale ecclesiastico fu proclamata la Vergine di Bonaria, le si dedicó la chiesa, di cui andò ad occupare il posto più eccelso, relegando la Vergine del Miracolo in una cappella laterale.
Essa è tenuta in molta venerazione dai Cagliaritani e i marinai si recano al santuario in pellegrinaggio sia per raccomandarsi prima d’intraprendere un lungo viaggio, sia in rendimento di grazie, al ritorno, massime quando sono scampati da qualche fortunale.
Il grido, che il marinaio sardo manda dal cuore, allorchè, còlto dalla burrasca, vede in pericolo la propria vita ed ha poca speranza di salvezza, è un’invocazione alla Vergine di Bonaria.
Gli androni del convento, le loggie del chiostro, la sacristia e la chiesa un tempo erano letteralmente tappezzati di quadri, qualcheduno di buon pennello e la maggior parte veri sgorbi antiartistici, che rappresentavano scene di fortunali di mare o d’altre disgrazie, offerti da devoti usciti felicemente dal pericolo.
Anche oggidì la sacristia e la chiesa conservano molti di tali quadri, scelti fra i migliori, unitamente a un numero non indifferente di navicelle e pezzi di gomene, voti di marinai, di uova di struzzo e di catene, voti di schiavi liberati e di stampelle e bastoni, voti d’ammalati guariti, tutti pieni d’una fede mistica nel patrocinio della Vergine.
La cassa, in cui questa fu trovata, si conserva ancora, ma ridotta a pochi pezzi di legno, in seguito alle molte richieste dei credenti, che ne impetrano una scheggia per farsene un amuleto o scapolare.
In questa chiesa ogni sabato sera ha luogo una funzione religiosa assai frequentata e in dialetto detta Salve, forse corruzione di sagra.


LA NAVICELLA MIRACOLOSA.

Dall’arco dell’altare maggiore pende una navicella della lunghezza di 36 centimetri e intieramente d’avorio, che, secondo un’antica tradizione, dicesi segnasse i venti che spiravano fuori del porto. Dicesi ancora ch’essa sia stata portata in voto da una donna pellegrinante da paesi lontanissimi.

F. CORONA

Da: Rivista delle tradizioni popolari italiane
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AI Overview
Francesco Corona (1855-1916) è stato un scrittore, geografo e studioso sardo attivo a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, noto in particolare per le sue guide storiche e geografiche e i dizionari dedicati alla Sardegna.