VITA

VITA

Di Giovanni Chiaravalle

(Foto di Claudio Ravenna)

La dimensione tempo è misura della vita che in essa si consuma, ma non è la vita, sebbene questa sia legata al tempo da un’ineludibile relazione. E la connessione vita-tempo costituisce un’unità concettuale; e l’una è misura dell’altra, reciprocamente.

Ciascuno può avvertire o meno tutta la gioia o il peso della sua vita, trascorsa tra letizie e sofferenze mai assoluta, né esclusive, ma nessuno si sottrae, in un tempo del suo percorso, ad un esame retrospettivo, ripercorrendo mentalmente e minuziosamente la strada tracciata, e prefigurandosi quella da percorrere.

Ed io questo viaggio non l’ho compiuto solitario. Ho preso per mano me stesso bambino e mi sono incamminato lungo il viale della vita, rispecchiandomi felice in quel volto sereno di bimbo. Il “nostro” passo era naturalmente diverso. Ma chiunque avanzasse poi s’arrestava, e l’altro spingeva l’andatura felice di raggiungerlo.

E mentre il mio “io” bimbo osservava le limpide acque del fiume-tempo, che scorre parallelo al viale della vita, il mio sguardo si distendeva sul suo tratto finale fino al suo termine, e oltre.

Allora ho separato in due orizzonti la volta della mia vita, affidando al “bimbo” quello già tracciato e riservando a me l’altro orizzonte fino al suo limite estremo.

Qui, in armonia, convergono sia la vita sia il tempo di ciascuno e insieme con un sordo rumore di cascata, scompaiono alla vista. Ma un attimo prima (lì dove inizia la transazione dell’io pensante e la trasformazione dell’io come rapporto) alla destra bela loro confluenza, si apre uno spazio illimitato di luci e di profumi sotto un cielo cromatico di desideri e speranze da realizzare, e di vittorie da conseguire; alla sinistra, invece, uno stretto ruscello si inoltra, nascondendosi, in una tenebrosa selva. E questa, non esplorabile dal viale o navigando sul fiume, di luci è muta, e fredda, e triste. Il suo nero colore rifugge alla vista, e gli occhi si offuscano allo sguardo.

Allora, con gli occhi da fanciullo, ho rivisto la mattina del mio giorno. Ed è stato come se un vortice, annullando la barriera del tempo, avesse costituito una meravigliosa unità tra passato e presente. E io riuscivo a cogliere le stesse emozioni, le medesime gioie e l’intensa felicità del bimbo in quel volo leggero e meraviglioso, sempre più altro, tra nuvole trasparenti in un cielo azzurro smeraldino, e per le splendenti stelle dei desideri del bimbo e dei miei ricordi. E mentre il bimbo era intento a osservare il felice scorrere del fiume, io riflettevo sulle immutabili determinazioni della vita. Quel fiume liscio, calmo, e appena increspato in superficie, era meraviglioso per i giochi che la luce costruiva sull’acqua rilucente. Questo il bimbo osservava sul fiume della mia vita, e mi sollecitava a seguire con lui più dappresso quei meravigliosi arcobaleni d’acqua.

La mia riflessione, invece, mi conduceva a rilevare la diversità del significato che il termine “presente” assume all’inizio della vita cognitiva e, poi, nell’ultimo tratto della sua luce.

Da bimbo si vive il presente, cioè l’attimo fuggente, che avvertito dai sensi e impresso nella mente, costituisce l’esperienza costruttrice della conoscenza. Così che ogni nuova sensazione o emozione è vissuta e consumata completamente e totalmente nel medesimo momento in cui si presenta e si trasforma in conoscenza.

Nel crepuscolo della vita, invece, il presente è quasi sempre o una particolarità del passato o uno sguardo nel futuro; e l’emozione non è più la percezione che forma l’esperienza, ma arricchimento del patrimonio dei ricordi. I quest’ora, l’assenza di altra conoscenza conduce inevitabilmente a un’analisi del passato e a un rifugiarsi in esso che, per riflesso, rende accettabile la stasi del presente; oppure diventa un proiettarsi nel futuro e un ricercare in esso una nuova, diversa dimensione di vita, in armonia con il vigore e con i vivi sentimenti non scalfiti dal tempo. E la più crudele delle realtà, che potrebbe manifestarsi d’enorme insopportabilità, è la solitudine non voluta, né cercata. Ed è in questo tratto del cammino che s’abbisogna degli affetti più veri; quella mano li rappresentava tutti, e tutti li racchiudeva.

Un crepuscolo non allietato da amorevoli affetti che, come raggi disseminati dell’ultimo sole, allontanino il tramonto, né mitigato dalla piacevolezza dei ricordi, che illuminino l’animo della dolcezza d’allora, è inaccettabile, e non può che essere un lento, amaro e mortificante andare verso il triste vuoto della vita.

Allora, in quell’amorevole stretta della mano ho sentito, e nei miei ricordi ho avvertito la consapevolezza, di aver vissuto esclusivamente per le persone a me care, non altro desiderando che il loro bene, nella totale rinuncia della mia vita estetica.

E’ mio augurio che nessuno abbia mai a sentire nel suo animo questi versi, ed è mio desiderio che una felice primavera cosparga il lunghissimo viale di quella felicità che costituisce il sommo bene della vita.

EPPURE…

Nel chiuso pugno il vuoto,
il nulla nell’aperta palma,
e nell’abbraccio
l’indisponibile niente.

E se anche il nome
t’è nemico, e chiami a te
l’amaro sonno non mendace,
serve chiederti
chi fosti, se mai fosti?

E quando dal dubbio vinto
cederai alla tua sorte
né volontà né scelta,
ma la tua natura
fu d’obbligo.

Giovanni Chiaravalle

Con la preziosa Collaborazione di Clara Chiaravalle