Vita dei Veneziani nell’inverno

Di Pompeo Molmenti 1880

Il Ridotto e i Casini.

Lo sfarzo maggiore si faceva a Venezia nell’inverno, e più particolarmente nei carnevali famosi. Proviamoci ora un poco a risuscitare uno di quei giorni carnevaleschi, che incominciavano coll’Epifania, al tocco della campana del vespro.
Nella piazza, che ha un aspetto festante, si agita una folla di popolo giuliva: un viavai continuo, una processione di maschere, un formicaio, un gridio assordante.
Qui l’armeno venditore di bagigi, là il cicalar delle gnaghe, ch’erano uomini vestiti da donne del volgo, più in là le canzoni del Moro di piazza.
Un arlecchino bisbiglia qualche motto salace all’orecchio di una donnina in bautta, che ride e scappa via lesta tra la folla; un mattaccino, maschera vestita di bianco con legacci e scarpe rosse, tira addosso alle patrizie, che stanno alle finestre delle Procuratie, certe uova ripiene d’acque nanfe (1).
Il Pantalone, il re del carnevale veneziano, dalla bazza smisurata, dal rosso giustacuore, dalla nera zimarra, prodiga consigli e fa osservazioni con una cert’aria di malizia bonaria, mentre un furbo Brighella, dai larghi calzoni bianchi orlati di verde, fa lazzi d’ogni maniera (2).

(1) BERTELLII, Omnium fere gentiun nostræ ætatis habitus. Ven. 1569.
(2) Ecco l’elenco delle maschere veneziane, tolto da un codice del secolo XVIII: « Maschere diverse: Da serva di Monache con cesto de buzzolai; da Pescator con Canestro di Pesce; da Turco con pippa e scetro; da Gniaga col Patello, o Cane, o Gatto, infasciato, parlante; da Buranello; Tracagnin; Brighella; Dottor; Camelo; Avvocato; Scoacamin; Pulcinella con cantaro de Macaroni; da Giangurgorlo; Corrier; Barcarol; Lachè; Scaletter; Fiorer; Spagnolo; Tedesco con Zerla; Strazzarol; Ebreo piangendo Carnouale, congrosso bendale nero e moretta di veluto, e fazziol in Testa; da Diavolo con vessica in mano; da Cacciator; da Vecchio tremante e gottoso; da Infermo galico, con veste bendå nero legato a cornetti sopra la Testa; da Beccher; da Armeno; Satiro; Ortolana ; Contadina; Furlana; Vedoua contadina ; con pelle d’Orso; con cappello a Pan di Zuccaro; da Forner; da Piro; da Conzacareghe; da Re; Medico; su scale o crozzole; da Carboner ; da Furlano venditore aghi; Forfe e Sculieri; con finto cauallo girando la piazza velocemente di galoppo; con sgrugno ed orecchie di asino sopra la testa; Ortolano; Venditor di sabion; Venditor di rabbia per li Sorzi; Venditor Merli da Chioza; da Astrologo; Scazzer , che mostra la Marmotina; da Venditor di Polenta; da Marinaro; Piranese ; Amazoni, Moro, Gobbo, Assasino da strada ;.Soldato; con abito di soldoni di rame; da Orso inca to (URBANI DE GHETOF, Le maschere a Venezia. Venezia, 1877).

Un borghese col suo mantello rosso sulle spalle si ferma a guardare il mondo novo (cosmorama), mentre un gondoliere della Signoria, colla cappa di velluto rosso guarnito in oro e il berretto all’albanese, pedina una tizianesca popolana di Castello.
I patrizi si frammescolano facilmente al popolo, e ai saluti rispettosi e agli inchini rispondono con un cenno famigliare della mano e colle parole: – adio caro vecio.
Sul Molo s’innalzano baracche di legno (casotti), nei quali si mostrano animali feroci, e fanno i loro giuochi i prestigiatori, e loro esercizi gli acrobati e i cavallerizzi. Dappertutto è un brulichio che dà le vertigini.

Le feste sono arte di governo, e i nobili pensano infatti a spassare il loro popolo, che conta sempre fra i suoi spettacoli favoriti i combattimenti dei tori, le lotte dei pugni e le forze d’Ercole.
Nel Giovedì Grasso, in piazza, il popolo, alla presenza della Signoria e degli ambasciatori, si dà alle più pazze baldorie: si taglia la testa ad un toro, si accendono fuochi artificiali di pieno giorno, passano compagnie di beccai abbigliati bizzarramente, passano le soldatesche, e dall’alto del campanile un bambino è calato sopra una corda tesa.

La vita non si restringe a san Marco, ma feste e movimento vi sono anche nei vari campi di Venezia; basti rammentare che nel carnevale 1783 una compagnia di centoventi giovani patrizi innalza un anfiteatro in campo a san Polo, e dà uno spettacolo ad imitazione del Giovedì Gnoccolaro di Verona.

Le malvasie, botteghe che prendevano tal nome dal vino che vi si vendeva, sono gremite di gente allegra e chiassona.
Alla sera, sulla porta di alcune case pende una lanterna intrecciata con fiori. Quivi un impresario dispone allegri festini, e al suono di una spinetta e di un violino si ballano le contraddanze e la furlana, con certi gesti e passi figurati, pieni di grazia e di eleganza.
Vecchi e giovani, patrizi e plebei, ricchi e poveri tutti si mascherano: molte madri portano in collo i loro bimbi in maschera, e molte fantesche, uscendo per la spesa, pongono sul volto la larva (1). È un’ebbrezza, una febbre di spasso.

Ma finchè il popolo era in preda all’allegria romorosa, i nobili e i cittadini consumavano intanto le intere notti, perdendo gli zecchini, accumulati dai padri, al faraone, alla bassetta, al biribisso, al panfil (2).

(1) SAINT-DIDIER, op. cit., III partie.
(2) « 1743, 17 maggio. Si pubblico che l’abate Cornaro figlio del fa « procuratore Cornaro della Cà Grande, stando a Roma, dove era andato « per ascendere in prelatura, avesse perduto 17,000 scudi al giuoco » (ZANETTI, Mem. aut. cit.) Del resto il giuoco non era passione particolare ai Veneziani. Madama di Montespan perdette una sera, alla bassetta, quattro milioni. Nel 1718 l’ambasciatore del Portogallo guadagnò in una volta alle carte un milione e mezzo di lire alla sorella del Duca di Orléans. Durante la rivoluzione la passione del giuoco giunge in Francia ad eccessi spaventevoli. I nobili spiantati vi cercano la fortuna, e i deputati si riposano al giuoco delle fatiche dell’Assemblea. In una sola sera Barnave perde 30,000 lire. Il conte di Genlis rovinato tiene banco. I bottegai affittano ai giuocatori i loro magazzini e ad

Il Ridotto, i casini, i caffè erano divenuti i favoriti ritrovi non degli uomini soltanto, ma altresì delle donne.
I men ricchi gareggiavano nel giuoco coi più doviziosi, e la smania era tale che, dopo aver perduto l’ultimo ducato, molti giuocavano gli anelli, le scatole, gli orologi, i ciondoli e tutti gli oggetti preziosi che si trovavano indosso.
La pubblica casa di giuoco, chiamata Ridotto, che sorgeva nella contrada di san Mosè, era ampliata nel 1768, sul disegno del Macaruzzi.
In quelle vaste sale erano disposte lunghe file di tavolini, dinanzi a ciascuno dei quali era seduto un patrizio, con vari mucchi di zecchini ducati, e parecchi mazzi di carte, pronto a tenere il banco con chiunque si presentasse, purchè patrizio o mascherato.
Non si udivano voci, nè grida; si faceva il giuoco silenziosamente, e si guadagnavano o perdevano somme enormi con un mirabile sangue freddo (1).
Quando negli ultimi anni del secolo XVIII il carnevale non si annunziò più così festante, come per lo passato, quando il Gran Consiglio, per sopprimere nella sua principal sede il vizio del giuoco, ordinò che si chiudesse il Ridotto (27 novembre 1774) (2), i Veneziani, che non potevano più passeggiare per la camera longa (3), ciondolandosi intorno ai tavolini della bassetta, andavano inquieti e melanconici in piazza san

ogni angolo di via si trovano uomini che propongono formare una società di giuoco. Alle rovine frequenti tengono dietro i suicidî (GonCOURT, Histoire de la société française pendant la Révolution. Paris, Didier, 1875).

(1) SAINT-DIDIER, op. cit., III partie.
(2) La votazione in Maggior Consiglio per chiudere il Ridotto, dove il giuoco era solenne, continuo, universale, violento, ebbe il risultato seguente:
De sì. 720
De no 21
Non sinceri 22
Il Ridotto servì poscia di sede ad uffici pubblici (Arch. di Stato. In Pregadi, 7 maggio 1796. Senato I, Fa 3105).
(3) La sala maggiore del Ridotto.

Marco a sbadigliare e a mormorare sommessamente del governo (1).
« Tutti sono diventati ipocondriaci, » si scriveva allora, « gli ebrei gialli come poponi, i mercanti di merci non vendono più nulla, i venditori di maschere muoiono di fame, e a certi gentiluomini barnabotti, avvezzi a mischiar le carte dieci ore al giorno, si sono aggrinzate le mani; assolutamente i vizi sono necessari alla attività di uno stato » (2).
Ma l’indole arguta del Veneziano trova facilmente uno sfogo al suo malumore nella barzelletta e nello scherzo. In un Piano di riforma del carnevale proposto ai cinque Correttori, pubblicato senza nome d’autore, in seguito ai severi provvedimenti del Gran Consiglio, i lustrissimi barnabotti ragionano in tal guisa: «I altri ani aspetavimo el dì de san Stefano come i Abrei aspetta el Messia. E se averziva el Ridoto per divertirse e guadagnavimo dei bezzi; la matina andavimo dal luganegher, e compravimo le nostre bone fete de figao, do bragiolete, una bossa de vin, do soldi de pan, mezzo tra reto de fruti, e se la passavimo da gran cavalieri. Dopo che gavè serà le porte del Reduto, servo a luganegher, adio al frutariol, sarà finio la tola. »

Ma i giuochi rischiosi, banditi dal Ridotto, si rifuggirono nei caffè e nei Casini, piccole case o stanze, che si prendevano a pigione per radunarsi a conversare e a giuocare.
I padroni dei caffè suddividevano le stanze in molti camerini che, servendo a tutt’altro uso che a quello cui parevano destinati, furono disfatti per ordine del tribunale (3). Ma le donne, giuocatrici appassionate (4), trovarono rimedio

(1) Molti però approvavano i provvedimenti del governo. Un poeta anonimo lodando i cinque Correttori scriveva:

Vedo el vizio estirpa, crolla el Redutto,
Venezia salva, el ziogo alfin proscritto,
De cinque omeni illustri, opera e frutto.


(2) Lettre de Mme Sara Goudar. Amsterdam, 1776.
(3) Arch, di Stato Inquisitori di Stato, 12 settembre, 1763.
(4) « Il caffè al ponte dell’Anzolo è ridotto per metà casino privato,

a questo divieto e andarono in gran numero alle malvasie, ai pestrini (1) e alle osterie, ove potevano godere la libertà dei camerini e andarono in gran numero alle malvasie, ai pestrini (1) e alle osterie, ove potevano godere la libertà dei camerini. Ma si giuocava con maggior furore nei casini, che dovevano essere numerosi anche nel secolo xv.
E gravi disordini fin da allora vi si dovevano commettere, se una parte del Consiglio dei Dieci, in data 17 dicembre 1455, dice che in domo scaletariorum (dei ciambellai) huius nostrae civitatis, multi juvenes et alii diversarum aetatum et conditionum se reducunt de die et de nocte ubi tenentur ludi (2).
Un’altra parte del 1457 aggiunge che in quelle radunanze si commettevano multa illicita et suspiciosa, ciò che era da proibirsi, pro honore Dei et nostrorum civium.
Nel 1527 e nel 1586 si proibiscono ancora li redutti che apportano gravissimo danno al pubblico et al particulare, e nel 1598 gli Esecutori contro la bestemmia pubblicano una nuova legge contro i pubblici et infami redutti di giuoco, di crapula et d’altre disonestà (3).
Convien credere però che i Dieci non si mettessero con tutta quella buona voglia che sapevano impiegare per altri affari, giacchè, per ciò che riguarda quei reduti, certo è che essi continuavano, e senza misteri anche nel 1609.
Il 18 settembre di quest’anno un altro decreto ripeteva che erano tulerabili mentre servivano per honesta conversatione, ma diventavano perniciosissimi alla famiglia non meno che alla repubblica, sogliendo in essi farsi conventicole, segreti congressi per dar nell’estremo eccesso di giuoco e di altre abbominevoli maniere di vita troppo licentiosa.
Quindi si concludeva essere proibito, sotto severissime pene, tener alcuna casa o pigliarne ad affitto da altri, solo,

« e colà si giuoca tutta notte. L’Eccma sigra cav. Madre non parte a di là che ad ora di terza. » (BALLARINI, Lett. cit., vol. 19).

(1) Pestrino era il luogo ove si vendeva il fior di latte sbattuto coi cialdoni (storti).
(2) Arch. di Stato. Compilazione delle Leggi, Busta 326.
(3) Ibid., Consiglio X. Comune, Ro 48.

o accompagnato da chi si sia, se non per propria ed ordinaria habitatione, sotto alcun immaginabile pretesto, ovvero nome supposito. Parrebbe pertanto che di tali ritrovi non si avesse più a far parola. Ma invece nel secolo XVIII a san Cassiano, al ponte dell’Anzolo, a san Zulian, a santa Margherita, a san Moisè, a san Geminiano, alla Giudecca (1) v’erano casini dove si teneva giuoco e si davano feste, banchetti, mascherate.
Se il Tribunale supremo ordinava che si chiudessero i casini a una data ora di notte, s’alzava per tutta la città un bisbiglio di malcontento.
Secondo quel che ne scrive un maldicente contemporaneo, il casino di san Cassiano era divenuto nel 1781 « il ricapito di tutta la città « patrizia con una mescolanza delle prime signore colle più « infime miserabili, del signor procuratore Morosini e sog« getti simili coi più miseri.
Nessuno voleva esser inferiore « nell’abito e nel gioco. Il Panfil dominava in ogni angolo. « Le povere signore, per pagar e continuar a divertirsi, « erano ridotte a divertir gli altri quasi palesemente… « Qualche analogia di scandalo avea il casino al ponte « dell’Anzolo » (2).

Anche il Casanova dipinge questi casini come templi di mollezza e di voluttà, adornati elegantemente, rischiarati da lumiere di cristallo, riscaldati da camini di marmo (3).
Tal lusso non si riscontrava invece nei casini privati, nemmeno in quello celeberrimo a san Zulian della procuratessa Caterina Tron.
Ogni lunedi nel suo casino, ove non si sfoggiava alcuna magnificenza e dove bastava un gondoliere a introdurre i visitatori e a smoccolare le candele, notavasi uno strano miscuglio di letterati, di poeti, di prin

(1) Arch. di Stato. Indici delle Annotazioni degli Inquisitori di Stato.
(2) BALLARINI, Lett. cit., vol. 10.
(3) Il 2 dicembre 1628 in Pregadi si diceva che tali detestandi ridotti aveano apparati di ostentazione e di lusso non più mai soliti qui di vedersi (Arch. di Stato. Compilazione, ecc., busta 326 R.).

cipi, di avventurieri, di cantanti, di ballerini, e avveniva per ciò non di rado che il grave senatore si trovasse vicine ad una celebre mima. Ognuno chiacchierava, giuocava, prendeva caffè e faceva gli occhi dolci alle donne. Era una società un po’ licenziosetta e leziosa, ma garbata ed amabile.
Quel grande movimento d’idee, che s’era manifestato in Francia, aveva un’eco nei crocchi della Procuratessa; i nomi del Voltaire e del Rousseau non vi erano sconosciuti, e, fra i dialoghi pieni di motti e di sali, serpeggiava qualche ardito proposito di riforma sociale; tanto che gli Inquisitori credettero opportuno chiudere il casino di san Zuliano.

Quel gran Luni sociabile,
Quel Luni no gh’è più, diceva una canzone del tempo.

Ma il riunirsi in allegre brigate non era solo desiderio dei ricchi patrizi. Il 12 agosto 1782 veniva a notizia degli Inquisitori che, dietro l’osteria del Salvadego, era stato istituito un casino di compagnia con le regole, ordini, ballottazioni di cariche, ed in tutto e per tutto ad imitazione e sul piede di quello dei nobili; formato questo da camerieri, le loro mogli ed altre donne di egual condizione, ove si giocava e si viveva con un lusso non corrispondente al loro stato.
Il tribunale ne ordinava immediatamente la chiusura (1). Anche il popolo adunque voleva avere i suoi casini, e sciupare il denaro fra balli e giuochi: anche il popolo, seguendo il moto del secolo, voleva scimmieggiare i signori.

Questa gaia spensieratezza, che esce dalle sale dorate ed entra nella casa del povero, nasconde proprio il germe della dissoluzione.

(1) Arch. di Stato. – Annotazioni degli Inquisitori, ccc.


Tratto da Google Libri
La storia di Venezia nella vita privata dalle origini alla caduta della Repubblica. – 1880.
Di Pompeo Molmenti