RILASSAMENTO E DEMENZA

Non va più di moda, non sembra più utile oggi, rilassarsi, meditare, pregare.

Nella nostra civiltà sembra che tutti i nostri problemi possano trovare risposta, ed essere risolti, sul piano esteriore, con il darsi da fare: si deve fare qualcosa, si deve “poter” fare qualcosa, lavorare, avere degli obiettivi, risolvere “il” problema.

Pensare che non si debba fare niente per risolvere qualcosa sembra veramente un controsenso.

Eppure quando ci si occupa di assistere una persona affetta da demenza ci si scontra con il problema di non poter fare nulla, di non poter fare nulla per risolvere definitivamente “il” problema.

Non ci si capacita del fatto che l’unica cosa vera da fare è “stare con”; è stare con qualcuno senza per forza dover andare da qualche parte.

Invece il “non poter fare nulla” può diventare una possibilità.

In un luogo dove l’obiettivo non può essere altro che prendersi cura di qualcun altro in modo gratuito, unilaterale e senza aspettative terapeutiche, laddove non vi sono prospettive di un qualche miglioramento e, talvolta, non vi è neppure qualche speranza di costruzione relazionale, allora, in quel dove, non si può che puntare ad un altro livello di significato, che non è il risultato dell’intervento ma il senso della relazione.

Ma in un tempo, come quello odierno, in cui sembra che la costruzione del “sé” sia legata alla costruzione e alla realizzazione di cose, e alla soluzione veloce di problemi, il trovarsi di fronte ad un tempo diverso in cui si guarda al disfacimento delle cose, in cui non si può realizzare e costruire niente, in cui  non si può risolvere alcun problema, riempie di paura e angoscia, e fa emergere la perdita di senso.

Ma si può, e si deve, ripartire da qui. La risposta al disfacimento non può che essere la relazione, la relazioni profonda con l’altro, nel qui e adesso, anche se dopo, tra un minuto, l’altro, la persona demente, se ne è già dimenticata.

La speranza spirituale è che resti qualcosa nell’anima del malato; quella psicologica è che resti qualche traccia nel limbo della sua memoria.

A che serve?

Molti sono i tentativi di dare una risposta alla demenza. Molte tecniche sono state provate, molte metodiche di accudimento hanno dato risultati soddisfacenti sul piano di miglioramento della gestibilità, e anche la farmacoterapia ha aiutato ed è diventata più efficace.

Nessuno, che io sappia, ha ancora cercato di dare un senso, cioè un significato psicologico, umano, antropologico, morale, religioso, filosofico a questa patologia: eppure questa viene a dirci in modo prepotente che il disfacimento esiste, e può essere un disfacimento della mente.

Le tecniche di rilassamento sono tecniche di relazione con il corpo, e attraverso il corpo, che non possono non porsi questi problemi: perché ti fermano e ti fanno pensare, e io mi sono chiesto se avesse senso lavorare con queste utenze.

Parlo di rilassamento con queste premesse non perché manchino indicazioni bibliografiche sulla possibile utilità del rilassamento nella demenza, ma perché la gestione di questa patologia deve essere inquadrata in un senso più generale che spesso si dimentica. Un senso filosofico ed etico della relazione che pesca la risposta del rapporto con l’altro come valore in sé, come risposta propria al rapporto con la morte. Altrimenti si arriva direttamente o indirettamente alla rinuncia o alla demotivazione all’intervento.

Ma anche perché il rilassamento non deve portare con se l’ansia del risultato, ma solo la preoccupazione di essere nella relazione in quel momento.

 Ci sono stati diversi motivi che mi hanno spinto all’idea di utilizzare il rilassamento nella demenza, motivi tutti legati al tentativo di contenere alcuni sintomi della malattia. Sintomi fonte di estremo disagio per i malati e i famigliari.

Uno dei sintomi importanti è la frequenza abbastanza alta, nelle persone affette da demenza, di disturbi del comportamento e psichiatrici (in particolare l’agitazione psicomotoria, l’ansia, l’insonnia, l’aggressività): l’idea è di verificare la possibile diminuzione dell’uso di psicofarmaci per il contenimento di questi disturbi.

Un altro sintomo importante nel demente è la perdita di autonomie. Il tentativo di mantenimento delle autonomie è un obiettivo che molti interventi si prefiggono ed ha forte ricadute sulla gestibilità del malato e sulla sua qualità di vita (e anche su quella della sua famiglia). Il movimento del corpo è controllato dalle aree motoria e premotoria del cervello, aree relativamente conservate abbastanza a lungo rispetto alle aree che controllano aspetti più cognitivi; capita che un livello cognitivo piuttosto basso coesista con autonomie residue ancora decenti. Inoltre il movimento resta conservato molto a lungo: l’idea è che il rilassamento permetta un mantenimento del controllo cognitivo del movimento stimolando i collegamenti tra queste due aree e, dunque il controllo volontario del movimento.

Ma altri sintomi importanti possono forse trovare risposte con l’uso del rilassamento, in particolare l’incidenza degli aspetti vascolari della patologia, l’ipertensione, la tendenza ad una rigidità posturale e una ipertonia muscolare importante nei malati di demenza, la loro incapacità di passare dalla tensione al rilassamento, l’insonnia (o, meglio, la “deframmentazione” del sonno), i dolori collaterali alla malattia, la tendenza ad una respirazione “alta” (cioè con inspirazione non profonda e un respiro veloce e superficiale). Tutte cose che in via teorica possono essere alleviate con tecniche di rilassamento.

Mentre ci sono molte ricerche che dimostrano l’utilità del rilassamento in tutti i sintomi menzionati, quando legati a patologie specifiche, non sono a conoscenza di ricerche mirate ad una patologia che includa in sé molti di questi sintomi, magari legati ad una etiologia (cioè che abbiano una causa) prevalentemente neurologica, come nel caso di demenza.

L’unica mia guida è stata, dunque, l’esperienza clinica. Esperienza che però mi è più che sufficiente per sostenere l’importanza di questo intervento e la necessità di fare ricerche più approfondite in questo senso.

Risultati

I risultati all’interno del setting di lavoro sono evidenti: sia gli utenti con demenza lieve che quelli con demenza grave riescono a restare concentrati durante i laboratori di gruppo e dopo il laboratorio parlano e sorridono di più.

Durante il laboratorio la respirazione diviene migliore, imparano i movimenti (a volte anche i gravi ripetono i movimenti appresi la volta precedente, senza che gli sia richiesto), migliorano la capacità di rilassamento muscolare, diminuiscono i movimenti anticipatori Tutti segnali questi che indicano che in qualche modo l’intervento fa breccia.

Anche se non ci si possono aspettare risultati di forte evidenza come quando si lavora con persone sane e non mi è stato possibile sapere le ricadute nella quotidianità domiciliare degli utenti e dei famigliari del mio intervento, è evidente che queste osservazioni  cliniche indicano che tentare questo percorso ha un senso.

In particolare è da notare che i pazienti sono in grado di eseguire i movimenti richiesti e che alcuni movimenti restano nella memoria implicita del paziente anche se grave.

Va inoltre notato che persone che hanno già usato tecniche di rilassamento nella loro vita (ad esempio hanno fatto yoga) rispondono in modo molto efficace alle consegne e dimostrano una entità minore dei sintomi che prima ho indicato.

E’ chiaro che vanno affrontati molti problemi tecnici (che non è il caso di discutere in questa sede) e che le classiche tecniche di rilassamento usate vanno adattate alle particolari caratteristiche della patologia.

In questa sede non mi metto a discutere gli specifici accorgimenti tecnici. Per chi è interessato posso segnalare che io ho usato una tecnica denominata “rilassamento progressivo di Jacobson”, abbinata alla tecnica proposta dal “Bergé” e ad interventi di tocco corporeo (ricerche sull’uso del “tocco” e del massaggio come quelle di “nurturing touch” hanno dimostrato l’utilità di questo intervento).

Devo infine dire che i famigliari spesso dichiarano che gli utenti dicono loro di venire volentieri e si sono mostrati contenti di partecipare e che i rifiuti di partecipare da parte degli utenti sono sempre piuttosto rari (nella mia esperienza si sono avuti solo alcuni casi in cui vi era un concomitante importante stato depressivo dei malati).

Ma quello che conta veramente, il risultato reale, è che attraverso interventi a mediazione corporea si può ancora, ai malati di demenza, proporre e realizzare una comunicazione, un incontro, una relazione, cercare un legame, un aggancio, proporre un affetto. Dunque è senz’altro possibile e sensato proporre un intervento di questo tipo.

Dott. Daniele Malerba
Psicologo – Psicoterapeuta
Terapie individuali e di gruppo
Visualizzazioni neuropsicologiche adulti e anziani