QUANDO GLI INTEGRALISTI ERAVAMO NOI

Andrea Bavaresco

Il modo in cui oggi come ieri i musulmani vivono la loro religione tende ad etichettarli come integralisti e fondamentalisti. L’approccio morboso, austero, totale e assoluto (fanatico?) Che intrattengono col loro credo li spinge ad abbracciare una concezione della vita e del mondo imprescindibile da una fede che penetra capillarmente nella dimensione civile quotidiana dettandone regole e precetti; totalmente differente da un occidente cristiano ormai definitivamente laicizzato, in cui Stato e autorità religiosa sono due istituzioni completamente separate.

Sovente si utilizzano inappropriatamente i termini integralismo, fondamentalismo e fanatismo, talvolta come sinonimi; anzitutto va ricordato come teoricamente una condotta integralista e fondamentalista in campo religioso non debba necessariamente condurre al fanatismo oggi inteso come violenza e follia; il fatto che poi ciò accada è un altro discorso.

Semplificando, per fondamentalismo intendiamo l’interpretazione letterale e dogmatica dei testi sacri, senza che questa rigidezza abbia per forza un risvolto politico; al contrario l’integralismo mira ad applicare i principi della propria dottrina in campo sociale e politico, tendendo all’intolleranza e all’eliminazione del pluralismo ideologico, sottomettendo la stessa politica e le leggi dello stato ai precetti della religione.

A differenza di quanto avvenuto in occidente, l’iter socio-culturale della civiltà islamica non ha portato ad un netto distacco della sfera politica da quella religiosa, causando l’instaurazione di vere e proprie teocrazie in numerose comunità musulmane, in cui l’autorità religiosa è investita di ampi poteri e prerogative; da qui la tendenza a bollare la società islamica come inferiore e retrograda, poiché succube dei dogmi di fede.

Tuttavia spesso ci si dimentica come per molto tempo anche la “cristianissima” e “civilissima” Europa abbia vissuto sotto l’egida di un vero e proprio fanatismo religioso, segnato da secoli di vergognosi soprusi e violenze, a lungo sponsorizzando decine e decine di guerre dentro e fuori i propri confini.

Spargimento di sangue e sacrificio di vite umane in nome di un dio, persecuzioni e odio religioso, bando di guerre sante e conflitti fratricidi; tutto questo che oggi condanniamo e riteniamo inconcepibile è stato presente nell’Europa medievale e nella prima età moderna. Quello di cui oggi si macchia l’estremismo islamico, è stato all’ordine del giorno in Europa per un millennio.

Già dagli albori dell’alto medioevo infatti, in nomine domini nostri Iesu Christi di sangue se ne versò. E non poco.

L’Europa intera doveva essere cristianizzata: questo l’obiettivo primario della Chiesa a partire dal V secolo.

Il problema era relativo per i territori che precedentemente erano stati sotto la giurisdizione dell’Impero Romano in cui il cristianesimo aveva già attecchito; gli stessi invasori germanici mischiandosi con la cultura e la classe dirigente locale latina non furono un ostacolo insormontabile per i progetti della Chiesa.

Il problema si poneva con le aree più orientali del vecchio Impero, specialmente con quelle al di là del limes del Reno, laddove sopravvivevano forme di paganesimo e riti divinatori rurali. Non essendo mai stata romanizzate, cristianizzare quelle zone voleva dire snazionalizzare usi e costumi di intere tribù, soverchiare i loro schemi culturali dalle fondamenta. Le semplici predicazioni di monaci e chierici non erano sufficienti: bisognava quindi ricorrere alla conversione forzata, alla conversione con la spada.

Particolarmente cruenta appare l’azione cristianizzatrice in Turingia e Sassonia avvenuta con l’appoggio dell’alleato franco nell’VIII secolo. Stragi, devastazioni, battesimi di massa sotto coercizione: il tutto raccontato in una raccolta di cronache, la Capitulatio de partibus Saxoniae, testimonianza eccezionale delle angherie inflitte alle tribù sassoni.

Ma è sicuramente con le Crociate che il fanatismo cristiano medievale tocca il suo vertice. Vere e proprie “guerre sante” contro l’infedele musulmano, guerre volute dal Signore, dunque più che giuste e legittime; così per quasi duecento anni, fino alla fine del XIII secolo, salperanno puntualmente per la Terra Santa gli “eserciti di Dio” europei.

Sicuramente dietro le Crociate c’erano anche altri interessi. Appare infatti improbabile che tutti i partecipanti fossero spinti dall’irrefrenabile ardore religioso: tra i crociati troviamo quindi masse di contadini e mendicanti che cercavano un’alternativa al giogo feudale europeo, nobili caduti in disgrazia bramosi di gloria e avventura, mercanti in cerca di fortuna e così via. Insomma, non in pochi badavano ai propri interessi.

Ma è anche vero che il sentimento religioso e il fervore cristiano erano più che mai presenti, e lo dimostra l’adesione agli eccidi crociati di personalità carismatiche di grande rilievo quali il re di Francia Luigi IX detto il Santo, il re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone, Goffredo di Buglione, Baldovino di Fiandra (da notare come dalle Fiandre provenissero numerosissimi volontari, vero bacino di guerrieri cristiani; lì si che la battaglia all’infedele si sentiva); e questi al fine divino dell’impresa ci credevano veramente.

Scontri sanguinosissimi, massacri, stermini ed ecatombe. Le Crociate furono una periodica carneficina in nome di Dio.

Ci si lanciava al macello latrando alla giustizia divina allo scontro col nemico; scenari oggi impensabili che ci appaiono come il tripudio della follia e dell’alienazione religiosa.

Il XIII secolo vede anche l’instaurazione dell’Inquisizione: un onnipresente occhio censore, perenne sorvegliante cardine dell’integralismo cristiano. Un vero e proprio “dittatore” culturale e ideologico, un potente repressore del “diverso” e dell’emancipazione filosofica e scientifica; il braccio secolare della Chiesa che imponeva il tradizionalismo e conservatorismo religioso senza troppi compromessi. Torture, sevizie, martiri e supplizi contro tutto e tutti; cultura e uomini di cultura al rogo (come Giordano Bruno).

Tra tutti i parti dell’Inquisizione ha dell’assurdo la pubblicazione nel 1486 del Malleus maleficarum (Il martello delle streghe), redatto da due inquisitori domenicani, in cui si stabiliva che la stregoneria era solo femminile, che le streghe intrattenevano rapporti diretti col diavolo e che il sabba e il volo notturno venivano praticati veramente.

Tutto questo in piena età rinascimentale. Incredibile come, prima della peste nera (quando cominciò la caccia alle streghe), l’uccisione di una donna accusata di essere una strega era punita con la pena capitale.

Da non dimenticare che questo è anche il periodo della feroce lotta alle eresie: ecco dunque la Chiesa ordinare la soppressione di correnti cristiane minoritarie, ostracizzate appunto come ereticali, quali i catari, i valdesi o i lollardi di John Wyclif.

Con le Crociate si è visto come il sentimento di ostilità e livore verso i musulmani, specialmente contro i turchi, si rafforzò negli ultimi secoli del medioevo. Ma l’atteggiamento anti-turco e filo-crociato sopravvisse anche durante l’età moderna e alcuni sovrani si caricarono sulle spalle il vessillo cristiano di loro spontanea iniziativa senza l’usuale incitamento papale.

In special modo l’imperatore Carlo V, originario delle Fiandre (nato a Gand), imbevuto di ideali cavallereschi, profondamente devoto e paladino della cristianità, fece del protestantesimo e del turco i suoi nemici principali (dopo il re di Francia Francesco I).

Singolare invece l’esperienza del giovanissimo re di Portogallo Sebastiano I d’Aviz che nel 1578 sbarcò in Marocco in cerca di gloria rievocando le passate stagioni crociate, dove col suo esercito fu sterminato dai turchi.

A sottolineare insomma come l’impegno nel combattere l’infedele fosse ancora presente dopo le guerre sante medievali, ma anche come se ne facessero volontariamente carico monarchi e imperatori; la stessa società del tempo era investita da un generale sentimento anti-turco, dai contadini (specie nelle campagne friulane, istriane, dalmate e magiare dove non erano insolite le scorribande ottomane) ai letterati.  La stessa Gerusalemme liberata di Torquato Tasso arriva proprio dopo la straordinaria vittoria di Lepanto del 1571 e sembra quasi essere la valvola di sfogo culturale e romanzata, parodistica ma solenne dell’euforia anti-islamica: l’unione contro i musulmani rappresentò un filo costante dell’Europa per secoli, e fu motivo di coesione per il continente.

L’odio verso tutto ciò che non era cristiano si concretizzò al meglio nella Spagna del XVI secolo. A causa anche del passato arabo del paese e dei travagli della reconquista qui i musulmani non si potevano soffrire: la minoranza islamica doveva infatti sottostare a pesanti e restrittive leggi razziali che impedivano loro l’uso della lingua e dei costumi, oltre a un gravoso peso fiscale. Tra il 1568 e il 1570 scoppiò inevitabile la rivolta dei moriscos, gli arabi appunto che risiedevano in Spagna. L’insurrezione fu violentemente sedata, i nuclei familiari dispersi per il regno, fino a quando ci penserà Filippo III nel 1609 a cacciarli in massa definitivamente dal regno.

Nello stesso periodo culminava anche la fobia giudaica: nel 1492 tutti gli ebrei che si rifiutarono di convertirsi furono espulsi e quelli rimasti, convertitesi a forza (i cosiddetti marrani), non godettero comunque degli stessi diritti dei cattolici e non era permesso loro di partecipare alla vita politica.

Paradossalmente, proprio mentre il cieco feticismo religioso europeo si decorava di tanta efferatezza, i turchi si rivelavano più tolleranti di quanto molti potrebbero pensare; in terra musulmana il sultano riconosceva il cristianesimo e l’ebraismo e vi era totale libertà di culto, la libertà di commercio era garantita, le tasse per i non islamici non erano vessatorie, anche se certe abitudini poco ortodosse gli ottomani le conservavano sempre (solo due esempi: il nuovo sultano onde evitare faide e future congiure di palazzo faceva decapitare tutti i suoi fratelli, ed era solito fare castrare i giannizzeri, l’èlitaria classe guerriera ottomana, in modo che non potessero avere figli cui far ereditare le ricchezze di cui disponevano, essendo la loro una classe privilegiata, pur se eunuca).

E quando i cristiani non andavano ad ammazzare il turco, decidevano di ammazzarsi tra di loro. Naturalmente sempre in nome della religione, anzi, in nome dell’unità religiosa, dopo lo stravolgimento del protestantesimo. L’Europa del XVI secolo è sconvolta dalle guerre di religione e dalle guerre civili. In Spagna come abbiamo visto il problema non si pone: sempre cattolicissima, una volta espulsi musulmani ed ebrei solo il cattolicesimo rimane. L’Italia è la sede di San Pietro, troppo forte l’influenza del Papa.

Le follie le abbiamo in Inghilterra, Svizzera, Germania e Francia.

In Inghilterra tutto comincia nel 1534 con il celebre Atto di Supremazia di Enrico VIII che decide si staccarsi dalla Chiesa di Roma e istituisce la Chiesa Anglicana. Dopo la parentesi della cattolicissima Maria Tudor (Bloody Mary) che perseguita i protestanti, durante la seconda metà del secolo, sotto il regno di Elisabetta I, la confessione anglicana si emancipa sempre di più da quella cattolica, avvicinandosi a posizioni calviniste e prende così forma e sempre più forza il movimento del puritanesimo. Si accentuano le discriminazioni e i dissidi con la minoranza cattolica all’interno del paese,  ma è nel XVII secolo che si hanno gli episodi più amari. Durante il Seicento il puritanesimo porta la chiesa anglicana a rigorose posizioni calviniste e la rigidità e la severità del movimento sfociano presto in violenza. Ai cattolici è vietato l’accesso alla vita politica (tutto ciò nell’Inghilterra patria del liberalismo) che durerà fino all’Emancipation Act del 1829; l’odio verso i cattolici è esportato anche nella vicina Irlanda, dove l’Inghilterra conduce una pressante campagna repressiva. Ma è soprattutto durante la dittatura di Oliver Cromwell che l’estremismo puritano tocca i punti più alti: persecuzioni sempre più feroci contro i cattolici, sia in patria che in Irlanda, e contro movimenti protestanti minoritari come quello dei quaccheri (l’etica puritana porta persino alla chiusura dei teatri e al divieto degli spettacoli).

Anche il cliché di una Svizzera pacifica e moderata è sfatato dalla situazione interna del paese nel Cinquecento. La Svizzera è la fabbrica del calvinismo che sconvolge la Chiesa quanto il luteranesimo, è la patria di Zwingli e Calvino. Divisa in cantoni cattolici e cantoni protestanti è il teatro di una guerra civile che culmina nella battaglia di Kappel nel 1531 dove lo stesso Zwingli perde la vita. Il frazionamento religioso si protrae a lungo all’interno del paese e nei cantoni calvinisti si sviluppa un clima di intolleranza e persecuzione verso i cattolici. Soprattutto a Ginevra, dove Calvino riesce ad instaurare un’intransigente comunità calvinista.

In Germania la divisione religiosa è più forte che mai, visto che il protestantesimo scoppia proprio in terra tedesca con l’azione di Lutero. L’impero viene a frazionarsi così in principati cattolici e principati protestanti, causando una lunga guerra interna tra lo stesso imperatore cattolico Carlo V e l’unione dei principi protestanti, riunitisi nella Lega di Smalcalda; scontri che culminano nella battaglia di Muhlberg del 1547, dove il sovrano ha la meglio. Gli scontri cessano con la Pace di Augusta nel 1555 dove si impone il principio del cuius regio eius religio, ma anche questa tregua è destinata a non durare. Anche in Germania sono perseguitate correnti protestanti minoritarie come quella degli anabattisti. Persino una delle guerre più violente della storia moderna, scoppiata in territorio imperiale, ha alle sue origini cause religiose: si tratta della Guerra dei Trent’anni. La “fiabesca” defenestrazione di Praga è infatti solo la punta dell’iceberg di una soffocante tensione tra cattolici e protestanti per la successione alla corona di Boemia.

In Francia si raggiunge forse l’apice della ferocia; il paese è sconvolto da una serie di otto conflitti tra cattolici e protestanti dal 1562 al 1598 che devastano il paese. A essere perseguitata dai cattolici è la minoranza protestante degli ugonotti; repressioni violentissime intrecciano le deboli reggenze del tempo con le bramosie di potere delle più influenti casate francesi. La follia culmina il 23 agosto 1572 nella tristemente famosa Notte di San Bartolomeo, quando vengono massacrati migliaia di ugonotti riunitisi a Parigi per il matrimonio dell’ugonotto Enrico III di Navarra (futuro Enrico IV) e Margherita di Valois. Le guerre di religione in Francia sono le più violente di tutta Europa e durano per oltre un trentennio causando decine di migliaia di morti. Solo con l’ascesa al trono del re Enrico IV , che per la ragion di stato preferisce convertirsi al cattolicesimo e assicurare la pace alla Francia -“Parigi val bene una messa”- approvando poi nel 1598 l’editto di Nantes, si liberalizza la confessione ugonotta in Francia. Ma non lo sarà definitivamente.

Andrea Bavaresco