NOWHERE IN AFRICA

27 Gennaio: Il Giorno della Memoria



NOWHERE IN AFRICA – NIERGENDWO IN AFRIKA
DI CAROLINE LINK: IN FUGA DALLA GERMANIA NAZISTA


Walter Redlich è un giurista che esercita la professione di avvocato a Breslau. Crede nell’umanità come “l’unica cosa che ci può salvare” perché “senza credere nell’umanità non sarei nessuno e niente avrebbe senso”.
Nella Germania nazista non può più esercitare la sua professione perché ebreo, così attraverso amici trova un lavoro in una fattoria in Kenya. Si ammala di malaria, guarisce con l’aiuto del cuoco Ouwar, che gl’insegna lo swahili e al quale regala la tunica, che una volta usava nelle aule di tribunale.
Sua moglie Jettel e la figlia Regina ancora vivono in Germania, godendosi l’ultimo inverno che avrebbero passato in terra tedesca. Durante una festa di addio arriva una lettera di Walter che invita la moglie a lasciare immediatamente la Germania.
La comunità ebraica del Kenya avrebbe pagato le tasse di immigrazione; ma ormai non c’è più tempo, le frontiere stanno per chiudersi e qualcosa di terribile sta per accadere. I famigliari di Walter e Jettel si dimostrano scettici riguardo al viaggio. Cosa mai potrà accaderci? Tra qualche mese tutto sarà finito. Ma qualche anno più tardi le notizie alla radio e una lettera della Croce Rossa avrebbero dimostrato il contrario.

Jettel e Regina raggiungono Walter in Kenya, dove la vita non è semplice. La fattoria è isolata, il lavoro è difficile; l’amarezza e la consapevolezza dell’imminente tragedia si trasformano in una costante insofferenza per l’amore tra due persone private di tutto. In particolare Jettel è insofferente, mal si adatta alla vita di campagna, alla lingua, ai “selvaggi” con cui la figlia Regina gioca. Un’insofferenza mista a tristezza, disperazione e spossatezza, che la porteranno a tradire il marito.

Proprio mentre le cose incominciano a normalizzarsi, mentre Regina adora la vita all’aria aperta e Jettel impara a portare l’acqua senza l’aiuto di un uomo, come si usa in quei luoghi, arrivano due camion dell’esercito inglese. Walter viene deportato in un campo di concentramento, mentre Jettel e Regina sono “ospitate” dal governo di Sua Maestà in un albergo, dove vivranno per qualche mese.
Qui Regina conoscerà una bambina con cui stringerà amicizia, mentre Jettel ricorderà il passato di feste, caffè, teatro e cene della borghesia tedesca.
Sarà una donna tedesca non ebrea a scuoterla, facendole capire che dovrebbe imparare l’inglese per poter comunicare, per poter richiedere e pretendere una visita al campo dove sono internati gli uomini tedeschi. Di qui le vicende storiche nella lontana Europa si intrecciano con quelle personali. I tradimenti e l’amore, l’identità e la fiducia nell’umanità.
La radio riporta degli orrori in Europa e Walter, rilasciato assieme agli altri internati ebrei, decide di arruolarsi nell’esercito di Sua Maestà e di fare la propria parte. Jettel si ribella, non vuole viver sola, non vuole esser abbandonata.

La figura di Jettel fa innervosire: mentre gli orrori nazisti si stanno abbattendo sulla sua famiglia, lei pensa a tradire il marito che vuole combattere i nazisti? Ed invece è la figura più umana, il personaggio più fragile, che reagisce con sentimento all’improvvisa perdita di tutto: della famiglia, della vita, dell’amore, ma non dell’identità.
Quando la guerra finisce, il nuovo governo tedesco offre un lavoro a Walter e Jettel si inalbera: “Dopo tutto quello che è successo vuoi tornare in Germania? Dove potremmo vedere ogni giorno quelli che hanno ucciso i nostri genitori?”. L’esilio e il dolore le fanno rigettare il nuovo come il vecchio. Non sopporta Ouwar, perché rappresenta la sua nuova vita cui è stata costretta, ma non sopporta nemmeno il marito, perché è la sua vecchia vita che le è stata tolta. Ma perché? La risposta arriva proprio dall’Africa. “In Germania pensavo di essere tedesca, ma invece sono ebrea, una cosa cui non davo importanza. Qui in Africa ho imparato ad apprezzare le differenze”.
È per  questo che è insofferente a tutto, che reagisce con un cinico tradimento del marito, con sprezzante distacco verso il mondo che la circonda. Non perché le è stata tolta la vita o perché i suoi genitori sono stati massacrati, ma perché tutto questo è accaduto per ciò che lei era, per la sua identità cui non aveva mai dato importanza proprio nella speranza che tutto andasse per il meglio.

La figlia, al contrario, si rende conto subito di cosa siano le differenze. È la sola bianca in mezzo ai bambini africani nel villaggio vicino alla fattoria. È ebrea in mezzo agli inglesi che non lasciano correre occasione per farglielo notare. A scuola, al momento della preghiera, i bambini ebrei devono farsi da parte, mentre il pastore recita una prece di cordoglio per gli orrori contro il popolo ebraico. Il preside ammira la sua volontà, la sua determinazione negli studi, ma quando le chiede perché s’impegni così tanto e la bambina gli risponde che i genitori investono tutti i proventi della fattoria nella sua educazione, allora il disprezzo riemerge: “E’ forse un’usanza ebraica parlare sempre di soldi?”.
Ma Regina non si fa travolgere da tutto questo; riesce a “integrarsi”, ossia a rispettare le convenzioni della società in cui vive senza “assimilarsi”, senza dimenticarsi che lei è diversa. Capisce che non potrà vivere l’attrazione adolescenziale per il bambino del villaggio di cui è amica fin dai primi giorni del suo arrivo in Kenya, perché i mondi cui appartengono sono troppo diversi, ma sono amici, partecipano entrambi alle gioie e ai dolori dell’altro. Un’abilità che apprende da Walter, che ha imparato a parlare swahili, che tratta Ouwar come un amico più che come un cuoco, che agisce secondo i propri principi, seguendo i quali lascerà l’Africa.

Nowhere in Africa parla della Shoah vista da lontano, da un’altra prospettiva. In tempi di memoria, predefiniti e stabiliti dalla legge, le date le cifre e i dettagli si ripetono e si mescolano, senza dare vera risposta alla tragedia che in troppi vorrebbero dimenticare, che molti credono una menzogna, che in pochi ormai hanno vissuto per testimoniare.
Di anno in anno la tv trasmette gli stessi film; politici e uomini di potere compiono gli stessi atti; storici e intellettuali dibattono sugli stessi argomenti. In questo susseguirsi di discorsi e immagini già viste, ogni volta si dà meno importanza al silenzio e sempre meno si appaga la sete del dettaglio, il gusto del macabro, l’attrazione per l’orrore, come se la Shoah fosse ormai vista e interpretata secondo le formule visive ormai convenzionali, cioè come se fosse un film horror, un reportage di una tragedia, un peso di cui ci dobbiamo liberare per pensare ad altri accadimenti tragici, più vicini, più palpabili, più sensazionali.
E così dopo l’ennesimo reportage da Auschwitz in cui si fa vedere la scritta “Arbeit macht frei” o in cui si fanno vedere i forni crematori o qualche altra immagine agghiacciante sui ghetti o sui campi di sterminio, i volti che ci rimangono impressi sono quelli di chi partecipa alle cerimonie, che si raccolgono in qualche minuto di silenzio posando fiori e ripetendo parole il più delle volte vuote.

Non si ricorda più l’umanità. Nowhere in Africa non mostra nessuna immagine che possa appagare la morbosa curiosità dell’horror. Questo film non mostra né dice nulla di chiaro su quanto accaduto. Racconta la storia di una famiglia che è fuggita, che è sopravvissuta.
Racconta la disperazione di una donna che sa di poter perdere tutto, sa di aver perso tutto ciò che credeva di essere e per la spossatezza mette a repentaglio anche il poco che le è rimasto. Insegna che qualcuno che è stato vittima crede ancora nell’umanità, perché senza credere nell’umanità non saremmo nulla.
Un film che racconta non un’altra Shoah ma un altro lato della Shoah, che spesso ci si dimentica e che è il punto della questione: possiamo ancora credere nell’umanità? Dovremmo sforzarci di credere nell’umanità? Come dovremmo vivere con l’umanità che annienta le nostre differenze? Walter risponde coi principi, Regina con la vita, Jettel con l’amore che lentamente ritrova, Ouwar con la saggezza della sua cultura.

Giovanni Matteo Quer Livieri