LONTANO DA LEI

Presso il teatro “Mabilia”, la casa di riposo di Mestre “Antica Scuola dei Battuti“, con la collaborazione della “Associazione Alzheimer Venezia”, sta proponendo una serie d’incontri denominati “Angolo del tè“, in cui vengono proposte riflessioni e dibattiti sul tema della demenza e, talvolta, vengono proiettati film inerenti al tema trattato. Questi film sono di particolare intensità e mettono in luce diversi e peculiari aspetti dei problemi affrontati (i prossimi incontri saranno giovedì 24 febbraio 2011 sugli interventi non farmacologici della demenza e giovedì 31 marzo 2011 sul problema delle difficoltà famigliari nella gestione della malattia).

Giovedì 20 gennaio 2011 c’è stata la proiezione del film “Lontano da lei” per la regia di Sarah Polley (Titolo originale “Away from Her”, di produzione canadese, anno 2006; cast Julie Christie, Michael Murphy, Gordon Pinsent, Olympia Dukakis, Kristen Thomson, Wendy Crewson, Alberta Watson, Thomas Hauff).

Nel film Grant è sposato da 40 anni, e ancora fortemente legato, con Fiona che comincia a perdere la memoria e a cui viene diagnosticato il moro di Alzheimer, inizia così il lungo e doloroso processo di separazione imposto da questa patologia. Il film è molto coinvolgente e affronta un argomento inusuale, che ai nostri giorni tende ad essere dimenticato, cioè la perdita, la separazione, come processo ineluttabile legato alla malattia e alla morte.

Morte come separazione ultima, senza ritorno.

Pochi autori si sono occupati del rapporto tra malati di Alzheimer e loro famigliari da questo punto di vista.

L’uomo vive, lungo la sua esistenza, una serie molto lunga di separazioni: quando nasce si separa dal grembo della madre; in adolescenza si separa dalla famiglia; ancora di più, nel matrimonio, si separa dai figli quando questi si sposano; poi dal lavoro quando va in pensione e così via. Se, fino ad un certo punto, ogni separazione è motivo di crescita, oltre quel punto cominciano ad esserci separazioni per la decrescita e la morte.

Pensare alla morte come elemento di separazione ci fa scontrare con il problema del senso del nostro essere. Dover riconoscere il limite, la caducità e la relatività della nostra esistenza, porta a cercare un senso più alto, un senso che va oltre la morte.

Così quella che sembra essere la nuova malattia, forse la più diffusa del nuovo secolo, ci riporta alle verità più profonde dell’anima, ponendoci nuovamente di fronte a ciò che avremmo voluto tanto dimenticare.

I famigliari si trovano a dover affrontare la necessità di lasciare andare i propri cari colpiti da demenza, lasciarli andare per una strada che, anche se li travolge direttamente, non è la loro strada; ma questo può, forse, indirizzarli verso una nuova ricerca di senso, ponendosi quella domanda sulla morte che la nostra società, sempre, cerca disperatamente di evitare, di nascondere.

La demenza in particolare obbliga a questo percorso con una specifica densità, perché si sviluppa in un tempo lungo, che sembra non finire mai; perché crea nel famigliare un peculiare vissuto di prigionia, di ineluttabilità, prigionia senza sbarre; perché è una separazione senza separazione.

Un autore osserva: “quando l’oggetto d’amore non è sparito e continua a convivere con noi trasformato, non abbiamo più la possibilità di elaborare il lutto”* diviene un lutto impossibile, una separazione senza morte fisica, da una persona “altra”, che è lei ma non è lei. Difficile descrivere qualcosa di più angosciante.

Ed è in questo il vero senso dello sforzo di accudimento del malato: nella ricerca di una risposta sulla morte che le dia un senso. Un senso che, per essere tale, deve andare oltre la stessa.

*Lucioni Romeo, Pecheni Jame, 2006 in www.autismo-congress.net/timologinews/alzaesp.html

 Daniele Malerba