L’AMBIGUITÀ RINASCIMENTALE

Andrea Bavaresco

Il XV secolo oltre a demarcare il confine tra il medioevo e l’età moderna, è attraversato dal periodo artistico noto come Rinascimento, che sembra quasi fare da spartiacque a queste due epoche storiche.

Lo stesso termine Rinascimento (introdotto per la prima volta dal Vasari nella sua Vite dè più eccellenti architetti, pittori et scultori italiani) richiama ad una chiara “rinascita”.

Rinascita dagli ormai stereotipati “secoli bui” del medioevo, contrassegnati da superstizione, guerre, barbarie e inciviltà. Rinascita da secoli di stagnazione, immobilismo e oscurantismo culturale e sociale, che sembrano non aver lasciato nulla di cui andare fieri ed orgogliosi agli intellettuali del tempo.

E’ dalla consapevolezza di un nuovo fermento culturale e artistico estremamente vitale ed effervescente che si stava sempre più affermando, che i contemporanei decidono di staccarsi dal passato recente, quasi se ne vergognino, consci del fatto che l’epoca buia appena passata altro non sia che un infelice e cupo intermezzo tra la dorata età classica e quella presente, che voleva appunto sentirsi figlia del riscoperto gusto antico.

Il Rinascimento è anticipato dall’Umanesimo, fenomeno anch’esso italiano, che fa da pretesto e fondamento ideologico per il successivo Rinascimento. L’Umanesimo è lo sfondo culturale su cui si può successivamente stagliare il Rinascimento; è la riscoperta del classico, delle humanae litterae e degli studi humanitatis, della dignità e della forza intellettuale dell’uomo che si erge contro la cronica superstizione e ignoranza medievale; è cronologicamente antecedente al Rinascimento e coinvolge principalmente la coscienza letteraria, filologica e filosofica del tempo.

Il XV secolo vede perciò in Italia l’affermazione dapprima dell’Umanesimo e poi, verso la metà del secolo, del Rinascimento, l’applicazione artistica di una rinnovata consapevolezza culturale, motivo di grande vanto per la nostra storia. Ed ecco quindi una straordinaria freschezza artistica tanto nel campo dell’architettura, quanto in quello della scultura e della pittura, con personaggi illustri e universalmente invidiatici quali Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Masaccio, Botticelli, Carpaccio, Mantegna, Bellini, Brunelleschi, Alberti e Donatello.

Nell’immaginario comune l’Italia del Rinascimento e del XV secolo appare come una parentesi felice, un’età prospera e opulenta che abbraccia indiscriminatamente tutta la società del tempo.

Ma come spesso si analizzano acriticamente i secoli del medioevo come immobilistici e infelici, si tende così a commettere lo stesso errore di valutazione per quanto concerne il secolo quindicesimo.

L’Italia del XV secolo, il secolo dell’Umanesimo e del Rinascimento, da un punto di vista sociale ed economico è sicuramente meno attiva e dinamica rispetto all’Italia del XIII secolo.

Il Duecento rappresenta per la nostra penisola sicuramente un “secolo d’oro”, caratterizzato dall’energica e vivacissima esperienza comunale nel nord del paese, sia sotto l’aspetto economico che sotto quello politico.

L’Italia settentrionale durante il basso medioevo è certamente tra le regioni più ricche e produttive dell’intera Europa. Dopo il Mille fattori quali la rivoluzione agricola, l’aumento demografico, il successivo ripopolamento delle città, la rivoluzione commerciale e il conseguente aumento di produzione, la comparsa di un ceto borghese di artigiani e mercanti attivissimi, contribuiscono ad una rigogliosa e sorprendente fioritura sociale ed economica.

I comuni del nord Italia sono il cuore economico dell’Europa grazie soprattutto alla consistente e intraprendente attività dei suoi mercanti che alimentano continui scambi coi mercati europei e mediterranei importando ricchezza e benessere nei centri urbani, incentivando allo stesso tempo il consolidamento dell’apparato manifatturiero.

Tuttavia dalla seconda metà del Trecento si assiste ad una violenta crisi della mercatura. Le cause principali sono sicuramente la peste nera che nel 1348 si abbatte sull’intera Europa falcidiando un terzo della sua popolazione, e la progressiva avanzata dei turchi nel bacino mediterraneo, che colpiscono in profondità i mercati delle spezie.

La peste sconvolge l’assetto delle campagne, comporta un endemico impoverimento generale e il dilagare di carestie ed epidemie; il mondo agricolo ne è sconvolto e gli affari e i traffici borghesi si interrompono.

L’Italia si chiude così economicamente in se stessa. I mercanti italiani non sono più dinamici e propensi ai lunghi viaggi tanto per mancanza di mezzi quanto per insicurezza, e il paese perde la vitalità economica e commerciale che l’aveva contraddistinto. Dalla metà del Trecento, per oltre un secolo, dunque in pieno periodo umanistico, i soldi e le merci non girano più come duecento anni prima e i settori commerciali e manifatturieri in Italia e in Europa si ritrovano arenati in una congiuntura di sostanziale improduttività e paralisi.

L’Italia del XV secolo, l’Italia del Rinascimento, è ancora economicamente provata dalla crisi trecentesca; la popolazione comincia ad aumentare solo dalla metà del secolo ed è quindi inevitabile che la stasi economica delle attività produttive sia una realtà ineludibile del panorama rinascimentale. Nel XV secolo inoltre, la questione ottomana si fa sentire come mai in passato: la capitolazione dell’Impero Romano d’Oriente, il 29 maggio del 1453 per mano del sultano Maometto II, porta il Mediterraneo a diventare un vero e proprio “lago musulmano”; contemporaneamente si affermano sempre di più i commerci nel Mare del Nord e nel Mar Baltico con un massiccio spostamento di capitali verso i nuovi mercati atlantici. Il Mediterraneo viene cosi pesantemente tagliato fuori dalle rotte commerciali europee, con forti disagi per i mercanti italiani.

Un altro fattore destabilizzante per il dinamismo economico comunale è la comparsa della signoria, istituzione politica chiave e caratteristica dell’epoca rinascimentale. Il XIV secolo e l’inizio del XV segnano infatti l’avvento delle signorie e dei principati; per rispondere all’esigenza di un governo cittadino forte e durevole esente dalle fragilità tipiche del comune podestarile e del comune popolare, influenzati periodicamente o dagli interessi delle oligarchie borghesi o da quelli delle oligarchie aristocratiche, il potere viene raccolto e saldamente esercitato da una potente famiglia rappresentativa della città.

In età comunale non conviene avere beni immobili o immobilizzare i propri capitali, anche e soprattutto a causa dell’elevata instabilità politica, che porta spesso a capovolgimenti rocamboleschi nella gestione del potere (basti pensare agli eterni scontri tra le fazioni guelfe e ghibelline), col conseguente rischio di poter subire forti perdite o confische dei propri beni; anche questo rende florida e dinamica l’economia mercantile incentivando l’attività alto borghese durante l’esperienza comunale. E’ evidente come il motore economico sia trainato dalla mercatura: le stesse risorse con cui si finanziano gli appalti pubblici provengono dalle plus valenze mercantili.

Con il Rinascimento e l’ascesa delle signorie e dei principati invece, per la crisi della mercatura certo, ma anche per la rinnovata situazione politica, si immobilizzano i capitali e non girano più grossi quantitativi di denaro.

L’apparente stabilità politica porta ad una massificazione della nobiltà; persino la borghesia tende a nobilitarsi e viene a mancare la mentalità imprenditoriale e la voglia di mettersi in gioco investendo capitali.

Ha modo così di nascere la grande città rinascimentale, con i suoi grandi e ricchi appalti edilizi finanziati da capitali che non si riesce ad investire in altro modo, destinati a trasformare le vecchia città medievali di legno in moderne città in pietra con le loro nuove meraviglie architettoniche. Il resto del denaro viene utilizzato per le sempre più numerose committenze artistiche, il mantenimento delle corti e il morboso desiderio da parte della nobiltà di circondarsi di arte.

Ma è evidente come questa sia un’economia su larga scala statica e drenata rispetto a quella della fiorente età comunale.

E’ il 1293 quando a Firenze vengono emanati gli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella con i quali la borghesia si impone sulla vita politica comunale: per fare politica infatti bisogna ora essere iscritti ad una corporazione di arti e mestieri. Vengono esclusi quindi dalle cariche pubbliche i magnati, ovvero le famiglie di antico lignaggio aristocratico. Il nobile stesso deve rinunciare alla sua nobiltà per potersi inserire nel mondo produttivo borghese. L’alta borghesia delle arti maggiori vince la sua battaglia per il potere.

Sempre a Firenze, è del 1378 il Tumulto dei Ciompi, con il quale, seppur temporaneamente, le corporazioni delle arti minori impongono dei loro priori alla ricca borghesia delle arti maggiori nella condotta politica comunale, operando una drastica verticalizzazione della gerarchia sociale, situazione impensabile fino al pur recente comune podestarile.

Tutto questo per evidenziare come in Italia settentrionale, in piena epoca medievale (XIII secolo) vi siano sotto il profilo politico delle istanze sicuramente non pienamente democratiche, ma comunque, se vogliamo, “proto-liberali” (seppur questa stessa definizione debba essere presa con estrema elasticità).

Se certamente in molti casi il potere resta nelle mani o di un’oligarchia mercantile borghese o di un’oligarchia aristocratica, è comunque vero che il comune è un organismo economicamente e politicamente totalmente autonomo, svincolato da qualsiasi altra influenza politica straniera, un esempio totalmente nuovo di istituzione, che consente comunque una maggiore e più diretta partecipazione alla vita pubblica da parte dei ceti produttivi, fatto mai avvenuto in passato.

Questa situazione di dinamismo politico tramonta in età rinascimentale, l’età come abbiamo detto delle signorie cittadine. La classe borghese è tagliata fuori e relegata ad un ruolo sempre più marginale nella condotta politica: il suo campo d’azione e la sua incisività vengono ridimensionati e fortemente limitati. Nell’arco di un secolo si eclissano i nuovi diritti e i nuovi poteri che la borghesia era riuscita con fatica ad agguantare.

Dopo questa analisi economica e politica è evidente come il XV secolo e il Rinascimento nascondino delle ambiguità dietro una facciata apparente di tanto splendore e ricchezza; aspetti negativi che sicuramente affondano le loro radici in passate congiunture sfavorevoli quali la peste nera e il pericolo turco, ma anche in contemporanee mancanze come il venir meno dell’intraprendenza economica.

Durante il Rinascimento assistiamo esclusivamente ad un’evoluzione di tipo artistico e culturale; siamo davanti sì ad un eccezionale fenomeno di rifioritura artistica, ma che fa da sfondo a una società che di fatto non vede sicuramente migliorate le sue aspettative e qualità di vita rispetto ai precedenti secoli medievali. Anzi, tutt’altro.

Si può affermare quindi che almeno nella prima metà del Quattrocento, i postumi della profonda crisi sociale ed economica trecentesca sono ancora fortemente presenti e mascherati dalla tanto straordinaria quanto elitaria rifioritura artistica rinascimentale; dunque una copertura culturale per un’effettiva situazione di stallo sociale ed economico.

Ulteriore elemento non totalmente positivo: il Rinascimento è un fenomeno strettamente elitario che si sviluppa nella sua quasi interezza a livello di corte. E’ col Rinascimento che prende vita infatti il mondo delle corti; corte (e con essa la cultura) che si stacca dalla dimensione cittadina e accentua la dimensione elitaria della partecipazione alla vita artistica; mentre al contrario, nel Duecento e per buona parte del Trecento, i centri culturali erano quasi esclusivamente le università.

Andrea Bavaresco