L’ACQUA

Porto di Giaffa, in Israele

Si considera spesso che sia la Guerra il problema e il pericolo principale di Israele. In realtà il grave problema è l’acqua e il pericolo principale è la sua mancanza.

Se ci si dilunga troppo sotto la doccia, o se il rubinetto rimane accidentalmente aperto mentre ci si lava i denti qualcuno fa notare immediatamente: “Chiudi l’acqua, Tiberiade è quasi secca!”. Tiberiade è il bacino d’acqua principale di Israele.

Acqua in ebraico si dice maym che è una parole duale, che indica una coppia. Dalla stessa radice si ricava la parola cielo, shamaym che in Vicino Oriente ha un colore azzurro come l’acqua pura. La parola maym compare circa trecento volte nella Bibbia, ed è interessante considerare il contesto di utilizzo. Anzitutto l’acqua è l’elemento dell’ospitalità: quando qualcuno si reca nella tenda di un conoscente o di uno sconosciuto gli vengono offerti acqua e pane. L’acqua è necessaria per dissetarsi ma anche per lavarsi. I Numeri e il Deuteronomio regolano minuziosamente le abluzioni con acqua che acquisisce un significato vitale ulteriore: disseta e rende puri.

L’acqua e la frescura sono gli attributi della potenza e della misericordia di Dio, come nei salmi “a te si rivolge il mio animo assetato”, “tu trasformi i deserti in ruscelli”. Così come un’espressione di enorme dolore corrisponde allo spreco d’acqua “Io sono come acqua che si sparge, e tutte le mie ossa sono slogate”.

Questa caratteristica letteraria si mantiene e si rintraccia in ogni produzione antica e moderna del Vicino e Medioriente: il sovrano è “ombra per i suoi popoli”, non è “un sole illuminante”, poiché da queste parti il sole è nemico, mentre l’ombra ed il refrigerio sono amici, e l’acqua un bene prezioso. Certo l’acqua può esser anche nemica, soprattutto nel deserto dove i wadi, le strette valli, si trasformano in trappole mortali nei giorni di pioggia sicché anche Giobbe si lamenta dicendo “Ma i fratelli miei si sono mostrati infidi come un torrente, come l’acqua di torrenti che passa”.

Come in molti casi la Bibbia è attuale più di molti altri scritti. L’acqua in Israele è ancora un bene raro e prezioso, è ancora uno dei primi doni che si ricevono entrando in casa di amici o in un qualsiasi luogo pubblico, ed è ancora il bene tanto anelato che rende mortale il deserto. Negli ultimi mesi, ed in generale quest’anno, Israele ha goduto di molti giorni di pioggia dopo anni di siccità tanto da togliere i cartelli nei luoghi pubblici e negli alberghi che pregavano di ridurre al minimo i consumi d’acqua e di evitare gli sprechi. Le giornate di pioggia sono il parallelo di qualche giornata di sole nei lunghi e grigi inverni europei. La gente esce spesso senz’ombrello e si lascia bagnare dall’acqua che scende dal cielo come fosse il sapore della libertà o quello della pace.

Negli ultimi mesi è piovuto molto nel deserto donando esperienze tragiche e indimenticabili. Esistono due deserti in Israele, quello sabbioso del Negev e quello pietroso della Giudea. Dopo un giorno di pioggia il Negev si trasforma in un incredibile prato fiorito. I semi che rimangono cheti sotto la sabbia arsa fioriscono in un battibaleno tra le rocce, tra le sabbia, tra i rami carnosi dei cactus imperiosi, e il giallo della terra e l’azzurro del cielo si tingono di bianco, rosso, magenta e verde. E’ uno spettacolo incredibile, si intima Potenza che fa riecheggiare le parole d’Isaia “ha fatto scaturire per esse acqua dalla roccia; ha spaccato la roccia ed è colata acqua”. Ma il deserto è anche insidioso, per la sete, per il vento, per il sole. E con la pioggia le strette gole si trasformano in torrenti in piena, che hanno ucciso e uccidono chi si avventura maldestro.

L’acqua e la sua mancanza hanno fatto sviluppare tecniche ingegneristiche per evitare gli sprechi e per perseguire i maggiori profitti dal minimo utilizzo. E’ nel Negev che è nata l’irrigazione goccia a goccia, ossia una rete di tubi forato in corrispondenza delle piante e dei fiori da innaffiare. Qui sono state collaudate tecniche per catturare l’umidità’ della notte e trasformarla in acqua, la più semplice delle quali consiste in una rete di fili di ferro e rame sotto alla quale si posiziona una vasca che raccoglie le goccioline che si formano. Vicino ad ogni serra e in ogni pascolo ci sono vasche di raccolta dell’acqua piovana sì da poterla utilizzare per l’agricoltura e per gli allevamenti. Ci sono anche impianti di desalinizzazione che per ora non sono molto sfruttati ma si prevede uno sviluppo delle tecniche di potabilizzazione dell’acqua per i casi di estrema necessità.

L’acqua è anche un problema ed una questione politica, non così centrale come si vuol far pensare, per quanto riguarda il conflitto arabo-israeliano. Molte delle tecniche d’irrigazione e di sviluppo delle risorse idriche sono state brevettate inventate e scoperte nel primo periodo dello Stato, quando Israele era esclusa dalle risorse idriche da parte di Siria e Giordania. Dopo la Guerra dei Sei Giorni e l’occupazione delle terre al di là del Giordano e delle alture del Golan, Israele ha costruito una fittissima rete di distribuzione di acqua in ogni territorio che si era trovata ad amministrare, così come ha sviluppato tecniche specifiche per la gestione delle falde acquifere che si trovano sotto suoli di pietra velenosa.

Dopo gli accordi di Oslo, il ritiro d’Israele dalla Cisgiordania e successivamente al ritiro da Gaza nel 2005, Israele continua a fornire acqua gas ed elettricità all’Autorità’ Palestinese. Vi sono precisi accordi scritti, inglobati anche negli accordi di Oslo, ed anche un’autorità’ specifica che si occupa delle questioni delle risorse idriche.

La maggior parte delle falde, dopo la costruzione della barriera difensiva si trova in territorio israeliano, il che ha scatenato polemiche e attacchi alla politica israeliana di gestione dell’acqua.

Il problema è molto pratico e molto semplice. Si tratta di tecnologie. La gestione della falde acquifere è delicata e richiede alte tecnologie per non inquinare l’acqua nel sottosuolo, come spesso avvenuto a causa di incauti scavi nei territori sotto amministrazione palestinese. Se i palestinesi ancora non hanno queste tecnologie o ancora non le sanno usare è meglio lasciare agli israeliani il compito di prelevare l’acqua finché, certo, ne garantiscono la distribuzione.

La migliore soluzione sarebbe una condivisione delle tecnologie, come avviene con la Giordania, attraverso accordi di scambio tecnologico e di ricerca scientifica segreti, meno segreti e pubblici.

Israele sta attualmente investendo nella costruzione di un parco industriale a Jenin, una cittadina palestinese i cui abitanti sono originariamente profughi della Guerra del 48. Questo progetto porterà inevitabilmente al confronto sulle questioni idriche e sfocerà nella co-gestione tecnologica e pratica dell’acqua. Perlomeno questo dovrebbe accadere e certo potrebbe accadere anche prima ed anche altrove se solo ogni questione non fosse strumentalizzata per spargere odio, e fosse invece sfruttata per lo sviluppo di ogni popolo.

Giovanni Matteo Quer Livieri