LA SALVEZZA IN ISRAELE E LA FINE DEL MONDO

The Ohel Yaacov Sinagogue, in Zichron Yaacov
RickP June 2006 (UTC) – www.wikipedia.org

Per secoli la Terra di Israele è stata la meta degli Ebrei che da tutto il mondo volevano terminare la loro vita nella terra dei padri. Così in particolare fecero gli ebrei cacciati dalla Spagna e molti marrani che riabbracciavano la religione originaria, come descrive Edgarda Ferri ne “L’ebrea Errante”. Ma oltre i racconti dei crociati, i pellegrinaggi sul tramonto della vita degli Ebrei, gli studiosi di cabala che si stanziavano a Safed o a Gerusalemme, Israele è stata per lungo dimenticata.

Nel XIX secolo cresce tra i cristiani, specialmente tra i protestanti, l’idea salvifica di un’Israele riunita, per cui il Messia verrà quando gli Ebrei ritorneranno nella Terra Promessa. Così si fa strada il sionismo religioso cristiano, mentre la letteratura in lingua inglese annovera titoli di viaggiatori e avventurieri che avanzano tra paludi e deserti che avevano malridotto i sogni di Mosè in tanti anni di stantia amministrazione ottomana.

Nel 1860 parte dal Maine una delegazione di una congregazione battista per la Palestina. Volevano stabilirsi in Terra d’Israele, viverci come agricoltori e colonizzarla di cristiani. Certo i viaggiatori che vi erano stati avevano sicuramente sentito delle comunità di Templari che negli stessi periodi perseguivano gli stessi scopi escatologici, credendo però che con almeno un milione di cristiani in Palestina, il Messia sarebbe tornato.

Dal Maine sbarcarono a Giaffa, l’antico porto della Palestina, con tanto di assi di legno tagliate per case prefabbricate, precisamente come ora si fa di ritorno dall’IKEA. Pieni di speranze e di fede nella redenzione, questi americani da poche generazioni, inglesi tedeschi e olandesi da tante generazioni, incominciarono a costruire le loro casette da pescatori in poche centinaia di metri quadri fuori Giaffa, dove si stava espandendo il primo quartiere prevalentemente ebraico fuori dalla cittadella.

La vita però non era così semplice. Il caldo era insopportabile; il sole seccava i raccolti che sopravvivevano alla sabbia; l’umidità cocente erodeva i balconcini fioriti di pescatori zelanti che all’Atlantico preferirono il Mediterraneo. Dopo vent’anni molti incominciarono ad andarsene, ma altre famiglie rimasero, confortate dall’aiuto dei Templari che occupavano i posti abbandonati. Costruirono una chiesa in stile gotico, che ancora serve come punto di riferimento dei cristiani non autoctoni, e anche un centro culturale che ora è la sede del movimento degli ebrei messianici.

Questo piccolo quartiere, la Colonia Americana, tra Giaffa e Tel-Aviv è adesso un grazioso quartiere residenziale, con un museo che ne racconta la storia, con le campane della Chiesa che suonano a festa la domenica, e con il centro culturale per gli ebrei che credono in Gesù figlio del Signore.

Una storia affascinante, un po’ edulcorata dal clima messianico che si respirava allora e tipica del passato da rifugiati degli americani. Eppure ancora oggi ci sono comunità in Israele di cristiani occidentali che hanno lasciato l’Europa per vivere la Terra Santa.

A Zichron Yaakov, graziosa cittadina nel centro nord di Israele, vive una comunità di ebrei tedeschi che vi emigrarono nel 1960 per fondare una comunità chiamata Beth-El, Casa di Dio. Emma Berger viveva in quegli anni nel terrore della fine del mondo che stava incombendo col finire del millennio, e pensava che Israele fosse, per ironia della storia, il posto più sicuro dove risiedere. Così raggruppò i suoi seguaci, cristiani luterani, e andò in Israele dove comperò pochi appezzamenti di terreno in una delle più antiche cittadine del neonato Stato.

Zichron Yaakov era stata fondata circa ottant’anni prima, da Ebrei europei che vi si erano insediati col patrocinio del Barone Rothschild, con le cui disponibilità finanziarie avevano aperto una stazione termale, un’impresa vinicola, e avevano costruito molte casette in muratura dallo stile centreuropeo. Presto arrivarono anche i Templari che aiutarono gli abitanti della città a costruire una sinagoga.

Vi abitarono anche gli Aharonson, una famiglia impegnata in politica che tentava di ricucire le fratture tra l’establishment ebraico e il regime britannico nel periodo mandatario. Ora ci si va in vacanza alle terme, o a sorseggiare qualche vino delle cantine del Barone Rothschild, o semplicemente a passeggiare tra le vie di un villaggio mitteleuropeo che però è nel mezzo del Vicino Oriente.

Le famiglie tedesche non trovarono un’amichevole accoglienza. L’esperienza della Shoah era ancora troppo forte, e il tedesco era una lingua bandita che in molte famiglie ancora si parlava ma forse a bassa voce. In più erano zelanti cristiani, e la paura che la loro presenza avesse scopi evangelizzatori rese la convivenza ancor più complicata. In pochi anni però gli immigrati tedeschi seppero conquistarsi le simpatie dei locali per la loro estrema discrezione, la loro cautela nel muoversi in pubblico ammantata da una velo di mistero più che da un’innata riservatezza.

I membri di Beth-El, infatti, vivono appartati dal resto della cittadina. Parlano poco anche tra di loro. Si vestono assai modestamente. Rifiutano la tecnologia nella vita privata, e non mandano i figli alla scuola pubblica. Sopravvivono con un’industria militare che crea materiali di difesa per l’aviazione, e tecniche di difesa per la guerra chimica. I proventi sono devoluti per la quasi totalità allo sviluppo dell’industria, salvo il poco che basta ai membri per sopravvivere.

Questi Amish tedeschi in Israele sono misteriose persone che si aggirano circospette per la cittadina. Non rilasciano interviste, sfuggono agli sguardi e fuggono dalle macchine fotografiche. Tutti parlano l’ebraico, i figli ricevono educazione in casa o, a quanto pare, in patria, per poi tornare a vivere in Israele dediti alla loro causa. Ma qual è precisamente la motivazione ideologica o religiosa che li fa vivere in Israele?

Oltre alla questione della fine del mondo, che ancora si ostina a lasciare a bocca asciutta tutti i visionari e gli zeloti che affidano il loro credo a massime apocalittiche, vi è sempre la questione del Messia. Vivere in Israele per aiutare la sopravvivenza di Israele li appaga. La loro presenza ha un senso mistico, perché ogni gesto nella preparazione degli armamenti di difesa è un passo verso la redenzione finale che a quanto pare sarebbe vicina.

Pochi sono riusciti ad avvicinarsi, e molti hanno strappato vaghe dichiarazioni e ridotte interviste. Non c’è verso di saper di più e quindi si ritorna a passeggiare tra le vie, si sente qualche anziana signora parlare in ceco con la vicina e qualche chiassoso turista esprimere ammirazione per il luogo.

Tornando in un mondo cui siamo abituati si ripensa alla determinazione, alla volontà e alla bonaria follia di questi pellegrini instancabilmente devoti alla ricerca della redenzione.

Gli Ebrei cercavano una redenzione nazionale nel ritorno in Israele. I cristiani cercano la redenzione finale collaborando con lo Stato che da voce al popolo che essi stessi hanno perseguitato.

C’è chi pensa subito alla pazzia, al fondamentalismo religioso, chi s’impaurisce al solo sentir nominare un atto compiuto in nome della Scrittura. Eppure i pellegrini luterani vivono indisturbati, esercitano un’attività di alto valore civile e non chiedono nulla né pretendono nulla che non sia che, perseguire quanto credono, aiuterà il Messia a tornare.

Certo che dopo un’ora a vedere un bel film al cinema, si pensa con scherno a persone che non parlano, che a stento conversano, che non usano i bottoni perché chiari simboli d’immodestia, che rifiutano il vivere civile per cosa non si sa. Dopo un’altra ora passata a scrivere qualche mail, si ha paura del fatto che qualcuno porti avanti posizioni così nette perché le ha lette nella Bibbia e si temono la forza e il vigore che si nutrono dell’irrazionale pura fede.

Il giorno dopo, stanchi delle mail e dei film, pensando alla vita “normale”, si va oltre la paura si va oltre il cinico scherno, e forse si ammette che le cose possono esser considerate da un’altra prospettiva. Senza abbandonare le mail, né i film, né il frullatore, né le cinture di pelle, né i bottoni di pura plastica, non è forse vero che un senso più profondo nella vita, va cercato? Magari non si trova conforto nella Bibbia, non si cerca la ragion d’esser nella parola sacra, ma non rimane forse un senso di rispetto per dei pii individui che vivono attorno ad una sola cosa, il sacro?

Israele attrae un po’ di tutto, fondamentalisti religiosi e politici, che ammaliati dalla stranezza e dalla bellezza di questi luoghi barcollano in saio bianco vaneggiando discorsi profetici o sbandierando striscioni di violenza ai fini della pace. Israele attrae chiunque anche per questo, per il senso del sacro, per il rispetto verso ciò che è superiore pur non credendoci, per la devozione verso un senso che trascende la vita quotidiana: una speranza, un ideale o un credo quale esso sia.

Giovanni Matteo Livieri Quer