LA DIALETTICA DEL MALE

Andrea Bavaresco

L’intervento di questo mese non ha il carattere di una “lezione” ma vuole più che altro essere una riflessione che nasce dall’ennesima lettura “amatoriale” in cui ho visto accostare lager nazisti e gulag russi col fine di trovarvi sostanziali differenze.

A parlare di questo tema personalmente mi trovo molto a disagio. Troppo grande e complesso che si rischia di essere banali o male interpretati; così pesante e gravoso da poter sfuggire facilmente di mano. Non è mia intenzione intavolare un resoconto sulle brutalità ed efferatezze dei lager e dei gulag, di cui tanto si è scritto e di cui peraltro giustamente bisognerà sempre scrivere.

Lager tedeschi e gulag sovietici sono tra le esperienze più drammatiche e intense del secolo scorso (due facce peraltro di una stessa medaglia), e il punto della mia riflessione si focalizza su quella che è stata ormai largamente riconosciuta come la differenza principale tra queste due sciagure.

I lager nazisti inseguivano un obiettivo naturalistico e genocida, un progetto che prevedeva di fatto una soluzione finale e pianificava lo sterminio razziale.

I campi sovietici consistevano, invece, in una specie di grande laboratorio schiavista: i deportati costituivano una smisurata forza di lavoro coatta e non vi erano, almeno teoricamente, pulsioni annientatrici verso i prigionieri.

Si potrebbe concludere che i lager fossero campi di sterminio, i gulag campi di concentramento; gli uni ammassavano persone per annientarle perseguendo una follia eugenetica, gli altri per sfruttarli come forza lavoro illimitata. Quest’analisi non va comunque affatto generalizzata dal momento che molti lager non erano campi di sterminio e che, conti alla mano, nei “campi di lavoro” sovietici si consumarono più morti, oltre al fatto che non mancarono anche in Russia campi di annientamento.

Attraverso una competente analisi storica sulla genesi, il funzionamento e gli obiettivi dei campi di concentramento tedeschi e sovietici è storicamente e moralmente doveroso riconoscere la suddetta differenza di fondo tra i due scenari. Ma tale eterogeneità di finalità è sembrata essere talvolta il punto d’appoggio per giungere a pericolose tendenze apologetiche bolsceviche.

Questa diversificazione di intenzioni alla base dei campi di concentramento tedesco-sovietici non può portare a conclusioni secondo cui il dramma dei gulag non dovrebbe essere assolutamente equiparato a quello dei lager, proponendone la minor gravità morale, prammatica e ideologica dal momento che non era sotteso da contorte utopie genocide.

Un’altra precisazione inoltre. Talvolta capita di vedere strumentalizzati i dati agghiaccianti delle morti e delle atrocità degli stermini, costruendo una vera e propria “dialettica del male” tra le due parti, in cui il primo cerca di demonizzare il secondo, portando alla propria causa numeri e particolari a danno dell’altro, riducendo quella che dovrebbe essere una costruttiva memoria in un ennesimo e totalmente distorto scontro politico e ideologico, in una gara a chi è stato “meno peggio” dell’altro. Non voglio rischiare inconsapevolmente d’inciampare in questo gioco deviante di classificazione su chi sia stato il “più” o il “meno cattivo”. Quello che mi preme sottolineare è come non trovo sensato né corretto sostenere le (fondate) differenze tra i lager e i gulag a favore di un’incomparabilità tra le due categorie.

Non sto ora riferendomi alla storiografia recente che negli ultimi decenni ha saputo spostare in modo deciso la propria attenzione al riguardo, riconoscendo la pari inumanità del potere “nero” e di quello “rosso”. Ma dal dopoguerra in avanti per lungo tempo la sorda fedeltà ideologica dei comunisti occidentali, il silenzio dei mass media e dei sistemi d’informazione e più avanti una schiera di negazionisti, hanno contribuito a ritardare una corretta interpretazione dei fatti. A ciò si aggiunge la chiusura ufficiale della stessa Russia nei confronti del resto dell’occidente sulla realtà dei gulag almeno fino al 1960. La prima vera svolta si ebbe forse solo nel 1962 con la pubblicazione di Una giornata di Ivan Denisovic di Aleksandr Solzenicyn che sensibilizzò l’attenzione dell’opinione pubblica europea, prima dell’epopea di Arcipelago Gulag.

Una disattenta lettura, una mancata divulgazione (a causa anche sicuramente di un’effettiva e decisiva mancanza iniziale di prove “forti” contro lo stalinismo presso l’opinione pubblica) dicevo, ha permesso il proliferare per anni di un’interpretazione dei gulag come di comuni “lavori forzati”.

Ma nonostante le documentazioni storiche venute alla luce negli ultimi vent’anni, sono ancora presenti interpretazioni e pareri abbastanza convulsi al riguardo. Qualche anno fa una mia docente, volendo evidenziare come non si potessero assolutamente paragonare lager e gulag, espresse un punto di vista alquanto singolare: “…almeno Stalin ammazzava i suoi…”

Se certe parole vengono proferite nelle sedi dell’istruzione media secondaria temo non ci sia allora da sorprendersi se la convinzione di una minor efferatezza sovietica sia davvero presente.

La Ceka in Russia già dal 1920 arrestava e deportava migliaia di persone tra avversari politici, borghesi, kulaki e persino ebrei. All’odio biologico si sostituiva “semplicemente” quello di classe. Le modalità erano quasi le stesse, i risultati gli stessi. Arresti, torture, interminabili viaggi transiberiani in vagoni sovraffollati, senza acqua, dovendo sopportare una volta giunti a destinazione temperature di 30-50 gradi sotto lo zero esposti a malattie come lo scorbuto e il tifo, lavorando giornate intere senza cibo al freddo e al gelo morendo d’inedia e assiderati.

Sì non c’erano le camere a gas; comunque si moriva lo stesso, col vantaggio che si moriva lavorando. E un’emblematica frase dello stesso Solzenicyn per cui “per fare le camere a gas ci mancava il gas”, lascia senz’altro riflettere.

Detto questo concludo ribadendo come trovo estremamente irrispettoso verso decine di milioni di morti proporre che la mancanza di un progetto sistematico di annientamento nel sistema dei gulag giustifichi il ridimensionamento di questi rapportati ai lager, dal momento che alla fine, la sostanza (ovvero milioni di vittime) è stata la stessa; e sarebbe doveroso che questa differenza di fondo tra campi tedeschi e sovietici, che ha sovente portato al alzare una barriera che tenta di separare il “più cattivo” dal “meno cattivo”, non sia più strumentalizzata per fini (fanta)politici.

Andrea Bavaresco