IL PRESEPE NAPOLETANO

Di Gloria Pasquali Meliconi


Nel contesto del Presepe un’osservazione particolare merita il Presepe napoletano.
Mentre i primi Presepi napoletani non si discostarono troppo dallo schema tradizionale e vennero modellati con gesso ed altri materiali poveri, successivamente si cominciò ad usare altre materie, come la carta incollata, il legno, la cera, la terracotta, fino ad arrivare alla raffinatezza della porcellana.
Ma è solo nel corso del secolo XVII che si diffuse quell’esplosione di figure e di colori di cui rimangono sfarzose e favolose testimonianze nel museo di San Martino a Napoli. Alle iniziali poche figure, modellate con semplicità e che puntavano più sul calore intimistico e religioso della rappresentazione, si aggiunse una miriade di altre figure: contadini, venditori, donne, animali, vasellame, fiori, frutta e tantissimi pastori che davano l’idea più di una festa popolare e pagana che sacra.
Le semplici vesti divennero ricchissime, cariche di ricami, di fregi, di ori (i Re Magi ed il loro corteo) o elaborate fino alla perfezione anche in quelle modeste e povere (i Mandriani, la Zingara).
Ma la figura che più fu sottoposta all’attenzione ed al lavoro dei creatori, dapprima modesti artigiani, poi artisti di fama, fu quella del pastore, che diventò una statuina dalle caratteristiche originali. Infatti, da figura fissa e statica assunse degli atteggiamenti dinamici, e si trasformò in una figura dinamica.
Il sistema fu molto ingegnoso: dapprima si applicarono sul legno della figura alcune giunture a snodo per le articolazioni, in tempi successivi si applicarono testa ed arti, sempre in legno, su una specie di manichino di filo di ferro avvolto in stoppa. In questo modo si dette alla figura una sorta di motilità e questa motilità degli atteggiamenti, che potevano essere variata all’infinito, dava una strana sensazione di figura “viva”, pronta a camminare o a lavorare: un braccio ripiegato morbidamente, una mano intenta a sollevare il coperchio di una pentola, una gamba divaricata nella posizione di passo, tutto questo infondeva una specie di movimento all’insieme della rappresentazione.
Un’altra importante innovazione si presentò all’inizio del XVIII secolo: si andò, infatti, unificando l’altezza delle figure (intorno ai 40 cm. circa) ed il legno delle testine venne sostituito dalla terracotta, materiale che per la sua duttilità meglio si adattava alla resa espressiva dei tratti del volto: la dolcezza, il sorriso, lo stupore attonito, la fierezza di certe testine hanno poco di diverso dalle espressioni di un viso umano.
La massima affermazione del Presepe napoletano si ebbe durante il regno di Carlo di Borbone: una vera “esplosione” scenografica in quanto il Presepe divento fantasiosissimo, grandioso, rutilante impreziosito da un’arte raffinata che in quel tempo non si poté certo definire “minore”.
L’aspetto religioso e mistico venne definitivamente sorpassato – rimase forse ancora in piccole tracce nelle tre figure centrali: Bambino, Madonna, Giuseppe, unicamente per ciò che rappresentavano – ma tutto il resto assunse, nel suo splendore, una giocosità profana e più che una processione adorante come era all’inizio, diventò una rappresentazione vivacissima di napoletana vita quotidiana.
Il Presepe napoletano uscì, quindi, dal semplice ricordo della Natività per diventare un’arte a se stante, assolutamente originale nella sua espressione.
Da questi spaccati di vita quotidiana trasse ispirazione addirittura il regista della corte borbonica, il Liveri, per eseguire “quadri plastici” formati da persone, rappresentazioni che divennero in seguito oratori natalizi con musiche composte da Pergolesi, Scarlatti ed altri musicisti.
Ritornando all’osservazione delle statuine, soprattutto a quella del pastore, che fu per un lungo periodo considerato il soggetto più importante, bisogna ricordare che diverse persone vi lavorarono intorno: per le testine concorsero scultori, pittori, modellatori di porcellana (ricordiamo tra i tanti Sammartino, Viva, Gori, poi Trillocco, Polidori ed altri) e tutti profusero nella modellazione delle testine freschezza ed espressività.
Al completamento della figura provvedeva poi una schiera di artigiani: gli intagliatori per le mani ed i piedi, i sarti per la confezione degli abiti spesso ispirati ai costumi veri delle regioni meridionali e centrali: Lucania, Campania, Calabria, Abruzzo (es. una vecchia contadina in costume abruzzese del Gori), e tali costumi erano riprodotti uguali fin nei minimi particolari. Inoltre, tantissimi altri artigiani lavoravano intorno alla stessa figura per la ricostruzione di gioielli, argenti, ricami, strumenti musicali, brocche, fiori, frutta, animali.
Intorno al Presepe napoletano sorse, quindi, un’enorme fucina che, pur suddivisa in una miriade di “botteghe”, formava per il risultato ottenuto, un prezioso tutt’uno.
Fra i tanti artisti ricordiamo solo alcuni nomi: Luigi Ardia confezionatore dei cestini di frutta; Gallo, Amatucci Schettino e soprattutto i Vassallo creatori di grandi e piccoli animali. Ai fondali delle scenografie lavoravano pittori ed architetti anche noti: Tagliacozzo, De Bonis, Mosca, Cappello, Gentile ed altri, fra i quali anche gli scenografi addetti ai presepi reali ed alle scene del teatro San Carlo.
Quindi, un gruppo di artigiani o meglio di “artisti” lavoravano separatamente nella parte che era loro più congeniale per poi dare luogo ad un risultato globale di ottimo livello.
Perciò, da un umile omaggio al mistero della Natività, il Presepe napoletano si trasformò in una manifestazione d’arte al cui splendore concorsero centinaia di artisti e di artigiani più o meno conosciuti, frequentemente, intorno alle botteghe degli artisti più rinomati, sorsero le botteghine di oscuri artigiani per soddisfare le richieste numerosissime di figurine, soprattutto di pastori: laboratori che ripetevano i modelli dei maestri; da qui la distinzione tra figurine “firmate” e figurine “anonime”, ma anche queste talmente belle e costruite con tanto amore da indurre a chiedersi, alla fine, quanta importanza poteva avere la firma più conosciuta.
Questi Presepi si trovavano nel Palazzo Reale e nelle dimore dei vari aristocratici e ricchi borghesi. Tutt’oggi è facile trovare a Napoli presso antiche o anche meno antiche famiglie, parecchi Presepi che, in dimensioni minori, riproducono in parte lo splendore di quelli presenti al Museo di San Martino. Mentre quelli privati difficilmente sono visibili, quelli di San Martino sono visitabili per la gioia degli occhi e dello spirito. la maggior parte di questi ultimi provengono dalla collezione di Giuseppe Catello, anch’egli provetto figulinaio che nel XIX secolo iniziò la raccolta che fu poi continuata dai suoi discendenti, alla ricerca appassionata dei pezzi migliori e più artistici ed ordinata negli schemi che possiamo ammirare ancora oggi e che, come già detto, rappresentano spaccati di vita napoletana, ad eccezione del sontuoso cortei dei Re Magi il cui carattere esotico esula dallo spirito napoletano; ma nelle scene dell’Esterno di Osteria, della Tarantella, dei Mandriani ritroviamo intatta l’atmosfera popolaresca che sempre caratterizzò questi Presepi.
E nello sfarzo dei colori, nella plasticità delle scene, nelle espressioni vive dei volti, negli sguardi brillanti e dolci e tristi, per una magica illusione ottica, pare di vedere tutte queste figure vivere e muoversi in un ordine prestabilito: dagli elefanti ai cammelli, dalle galline alle pecore, dai cani ai gatti, dai pastori ai Re Magi, dagli angeli adoranti al misterioso Bambino nato io una irreale sinfonia religiosa e profana insieme. (…)



  Gloria Pasquali Meliconi