IL PARTITO D’AZIONE

Andrea Bavaresco

Il Partito d’Azione fu un partito politico dalla vita breve ma intensa, che lavorò durante la stagione degli ultimi anni della guerra e nei primissimi del dopoguerra. Riprese il nome direttamente dall’esperienza azionista mazziniana del secolo precedente e rinacque così nell’estate del 1942 per poi sciogliersi nel 1947.

Di stampo radicale, repubblicano e social-moderato raccolse attorno a sé tra le migliori intelligenze che l’Italia potesse allora offrire tra cui Piero Calamandrei, Tristano Codignola, Alberto Tarchiani, Ferruccio Parri, Ugo La Malfa, Norberto Bobbio, Emilio Lussu, Giorgio Bocca, Eugenio Montale ed Enzo Biagi.

Il Partito d’Azione nasce dall’incontro del movimento di Giustizia e Libertà, fondato dai fratelli Carlo e Nello Rosselli a Parigi nel 1930, con gruppi di ispirazione liberal-socialista guidati da Guido Calogero e Aldo Capitini ed esponenti liberal-democratici raccolti attorno a Ugo La Malfa e Ferruccio Parri. La breve vita di questa esperienza politica può essere intuita già solo notando le confluenza culturali e ideologiche che sembrano cozzare tra loro. Risulta quindi evidente che non erano affinità politiche ben delineate ad unire le diverse radici del PdA quanto la comune e forte volontà di organizzare tutto l’antifascismo democratico non comunista e non cattolico.

Ma analizziamo ora le diverse programmazioni politico-culturali delle tre “correnti ideologiche” interne al partito.

Il Programma rivoluzionario di Giustizia e Libertà prevedeva anzitutto una capillare ed incisiva riforma agraria concepita sull’esproprio generalizzato di terre ai grandi proprietari latifondisti, la nazionalizzazione dei grandi monopoli produttivi, la presenza di consigli di fabbrica a larghe autonomie sull’orma dei soviet russi e una transizione di sapore giacobino con comitati rivoluzionari che smantellassero ogni residuo fascista dalla vita istituzionale del paese.

Il manifesto liberal-socialista pensava pure all’autogoverno operaio nelle fabbriche, alla socializzazione dei servizi di pubblica utilità, delle proprietà terriere e immobiliari e si dimostrava tenacemente garantista contro ogni possibilità di un mancato passaggio ad una fase pienamente democratica dell’Italia.

Infine durante la riunione costitutiva del partito nel giugno del 1942 la fazione liberal-democratica capeggiata da La Malfa diede il suo consistente contributo politico (approfittando dell’assenza dei dirigenti di Giustizia e Libertà in esilio in Francia): repubblica parlamentare; decentramento amministrativo su scala regionale, provinciale e comunale; solita nazionalizzazione dei maggiori complessi industriali e finanziari; una più moderata riforma agraria e ultimo ma non meno importante una ben definita laicità dello Stato e separazione fra potere civile e potere religioso.

Sicuramente il principale collante di posizioni e orientamenti spesso non proprio collimanti è da ricercare nella questione prettamente politico-istituzionale che l’Italia monarchica e post-fascista avrebbe dovuto intavolare in sede costituente. La pregiudiziale antisabauda e la volontà repubblicana dai sani valori democratici accomunavano gli aderenti al PdA.

Si arrivò cosi alle elezioni per l’Assemblea Costituente del 2 giugno del 1946 e il Partito d’Azione raccolse nel suo programma punti tanto importanti quanto ben definiti: il PdA chiedeva un voto per liberarsi anzitutto dalla colpevole monarchia filofascista, per una maggioranza tendenzialmente di sinistra alla Costituente capace di attuare senza compromessi una forma repubblicana moderna, agile e lontana da degenerazioni totalitarie imperniata su ampie autonomie regionali, per una politica economica produttivistica, per la gestione pubblica dei complessi monopolistici, per l’espropriazione delle grandi proprietà terriere e dei sovrapprofitti di guerra e per la laicità dello Stato.

Un programma politico quindi quanto mai chiaro e preciso, che voleva rivolgersi a tutta la piccola-media borghesia nazionale che credeva nei valori democratici e repubblicani; gli azionisti anzi ritenevano che la genuinità dei principi democratici non dipendesse tanto dalla rappresentanza parlamentare dei partiti di massa, quanto dal buon funzionamento delle novità istituzionali e giuridiche e delle articolazioni periferiche del potere centrale, vedendo anzi nel peso dei partiti di massa motivo d’incessante e sterile contrattazione e quindi di debolezza per ogni esecutivo.

Alle elezioni del 1946 per l’Assemblea Costituente il PdA raggiunse solo l’1,5% dei voti.

Il partito aveva già iniziato a inizio anno a sgretolarsi, diviso come abbiamo visto in fazioni culturali e politiche che difficilmente potevano trovare saldature.

La spaccatura decisiva avvenne per i “capricci” dei massimi dirigenti delle due principali correnti di partito, ovvero tra le derive socialiste di Lussu, Lombardi e Codignola che non aspettavano che unirsi al PSI di Nenni, e la “destra” di La Malfa e Parri che dopo aver dato vita a Concentrazione Democratica aderirono al Partito Repubblicano. Il tutto portò alla scioglimento del PdA nel 1947.

Lo stile politico “azionista” non scomparve però negli anni immediatamente successivi: nei partiti in cui confluirono, infatti, i membri del PdA portarono un atteggiamento laico e illuministico nel risolvere le problematiche sociali, una grande compattezza etica e morale scevra dalla ricerca di compromessi, una prima idea di europeismo e soprattutto un’incessante pragmaticità nell’azione politica, intesa come principio primo dello stesso agire politico.

Andrea Bavaresco