FOSCHIA D’ARABIA

di Igor Stoppa

Foschia d’Arabia come pellicola di vita lontana, maturata in altri luoghi, più caldi e gustosi, odorosi, immersi di un lento strapparsi del tempo. Più morbido di quello che ci immette nel nostro scorrere per le calli, pur già così tranquillo.

La Luna si appanna. Maliziosa, informe, gesticola sulle sue punte di essere calante, una realtà che cade su Venezia e ben si adatta alla sua natura di tempio mediterraneo, alla sua voglia e bisogno di catturare l’oriente dei Sultani e dei Minareti.

Foschia d’Arabia; afa di Venezia.

Mi sento accaldato e misterioso in questa nottata languida, da Istanbul di laguna…

…e poi, Venezia è già oriente.

All’est punta il mare, ad est la vita e la scoperta, ad est la sua ricchezza.

Niente cela la scriteriata vitalità che Venezia ha per secoli rubato, o mediato, dall’arabo costume. Dalla civiltà della mezzaluna.

Moresco il capitello, negato alla figura. Moreschi i fregi dei palazzi, finissimo intarsio, come Burano di marmo e gesso. Sentore di Siria e di Medina. Casbah veneta per le strette e poco agevoli calli. Buio e pericolo, e forse preghiere in lingue sconosciute. Un dialetto che molto deve al grido del Muezzin.

“Calle degli assassini”, dall’arabo hashish, perché per uccidere era consigliato stordirsi, prima. “Campo dei Mori”, leggenda dei tre fratelli mercanti e di un amore perduto oltre Cipro. “Fontego dei Turchi”, base commerciale nel cuore della Serenissima. Retaggi di una presenza viva e salutare per la città, nella città, per secoli.

…e poi Lepanto, le crociate, i cavalli di bronzo, signori della Basilica, razziati a Bisanzio.

Venezia e il maomettano incontro-scontro della più fervida e feconda misura, che segna il pensare, il viaggiare della città; la sua vocazione allo scambio, al commercio. Regina della seta e delle spezie. Scostumata socia in affari dell’“infedele” ottomano, financo, vergogna di un’Europa “cattolicissima” e immatura.

Dall’oriente l’orgoglio e la forza delle sue conquiste, che custodiscono per Venezia un luogo inalterabile tra i paragrafi che la Storia rinnova con testardaggine.

Dall’oriente, trafugate di notte al chiaro della Luna d’Alessandria, di un Egitto da secoli precluso ai Faraoni, le spoglie della gloria conquistata della Serenissima… San Marco martire.

Adesso che cammino nel cuore dell’estate lagunare, a stento riconosco una volontà d’occidente cristiano, tra questa immobile calura della notte, e più vicino mi appare, con sollievo, l’odore di un porto addormentato, dove Allah e Dio vegliano, con misericordia e grandezza.

Igor Stoppa
[email protected]