FESTA DEL REDENTORE

di EDMONDO LUNDY -1858

Ecco giunta una delle principali feste sacre di Venezia. È questa la così detta sagra del Redentore. Fu stabilita entro il mese di luglio e fatta cadere sempre in giorno di domenica.

Già nel sabato antecedente sono stati eretli due ponti di legno sopra due lunghe file di barche che chiamansi peatte e poste traversalmente. Sul canal grande sta il primo ponte, ed è situato fra i due traghetti di Santa Maria Zobenigo e di San Gregorio. Talvolta si fanno due di questi ponti, uno per l’andata e l’altro pel ritorno, ed allora il ponte aggiunto comincia dal traghetto in calle del ridotto e termina alla dogana detta della Salute.

L’altro ponte, di gran lunga maggiore, sta sul canale della Giudecca e comincia vicino alla chiesa delo Spirito Santo e termina precisamente in faccia alla chiesa del Redentore. Alla metà dei suddetti ponti si ergono due altri piccoli ponti a volto su cui si sale per gradini, e questi ponti sono fatti per dar comodo alle barche, passandovi al disotto, di girare pei detti due canali.

Nello stesso sabato nel dopo pranzo, prima che cominciano i solenni vespri nel tempio del Redentore, si aprono i detti due grandi ponti, cioè si permette alla gente di passarvi sopra.

In principio è lento il concorso, ma quanto più fa ora tarda, tanto più la folla della gente aumenta, specialmente verso la mezza notte.

In questa sera si costuma di mangiare alternati con insalata dei giovani polli o galli d’India arrostiti. Le famiglie più riservate non trascurano di far cena dopo la mezza notte, perchè questa festa si considera come un’ allegria dovuta al benefizio distinto della liberazione dalla peste. E il far cena dopo quell’ora devesi alla qualità dei cibi usati che sono di grasso.

Tutte le botteghe e le vie per cui passa il popolo per gire al Redentore, sono adorne di ghirlande e di damaschi, fiori e finte arborature. Vi splendono altresì assaissime belle lumiere di cristallo.

Infiniti poi sono i venditori di acque, liquori, limonate, confetture, ciambelle, bindolerie, ec. che alzano temporarie bottegucce e panchetti su quelle strade.

Ma spettacolo maggiore presentano le Zattere, e’ più la fondamenta della Giudecca. Vedi erette sulle sponde file lunghe di fiammeggianti ludri che ribattono nell’acqua il loro vivace splendore. Festoni, damaschi, verdi e fioriti pergolati ammiri e per le vie e sulle porte e finestre delle case. Gli orti poi della Giudecca sono rischiarati da ciocche e da palloni di carta colorata entro a cui brilla un lume.

A mala pena puossi camminare alla Giudecca non solo per la folla del popolo, ma anche per i numerosissimi venditori di roba mangereccia e di trastulli fanciulleschi. Il più bizzarro consiste nella gran quantità di gira-arrosti attaccati nella strada al muro delle case, i quali gira-arrosti muovono un lungo spiedo infilzato di una ventina circa di polli che si cucinano ad un fuoco sottoposto, il che riesce incomodo in quella stagione per chi vi passa vicino.

Altro pregio di questa festa è l’immenso numero di battelli e gondole scoperte che in quella notte quasi coprono quel vasto canale. Tutti quelli che posseggono gondole o piccole barche, v’ intervengono certamente di qualsiasi condizione elevata. Anzi si uniscono in società e prendono a nolo la barca per tutta quella notte.

Le persone polite di rado vengono a terra, ma stando in barca si godono di mirare l’ allegra gente che passa pel lungo ponte ed innonda la fondamenta della Giudecca. Ora si fanno condurre verso le sponde per mirare da vicino gli oggetti più piacevoli della festa, ed, ora corseggiano pel canale, osservando le altre barche e quelli che dentro vi sono. Passata la mezza notte, questa classe di persone si ritira nei propri alberghi o in quelli di amici, dove fannosi lautissime cene.

Le persone di rango più basso, come bottegai, artieri, ec., passata la mezza notte, lasciano i loro battelli alle sponde dell’isola, e vanno in que’ grandi orti, ove uniti in famiglia, od in amichevoli compagnie, mangiano giocondamente. La loro letizia è resa maggiore dei giullari, cantanti e suonatori colà guidati dal loro parziale interesse. Non pochi di detta classe e della classe cittadina trattengonsi a far cena in barca ad oggetto di schivare i disgustosi incontri dei popolani ubbriachi ed i pericoli delle non rare baruffe.

Ma il popolaccio colla sue donne passa tutta la notte in quell’isola beata, e negli orti, nelle osterie e bettole mangia, beve, canta e contrasta.

Appena l’alba comincia, già le porte della gran chiesa si aprono e già le campane suonano festa. Si ammira nella porta maggiore una gran ghirlanda pendente detta festone che per metodo mostra le primizie dei frutti. È cosa questa di non poca curiosità, atteso la legge che vieta la vendita del più delle frutta prima del mese di agosto ad oggetto di schivarne la insalubre immaturità, e perchè esse dieno un prodotto più esteso.
La gente corre al tempio ad udirvi la santa messa, e non pochi popolari in assai cattivo contegno. Ed in quelle ore di primo mattino vedi partire da’ luoghi più remoti di Venezia, uomini , donne, vecchi e fanciulli verso il tempio del Redentore, i quali tutti si fanno un sacro dovere di visitar quella chiesa in tal giorno.

Alla metà del mattino ecco la messa solenne alla quale interviene il Doge e la signoria condottivi dalle solite aurate barche. Allora la calca del popolo è massima, ed è periglioso il trovarsi sopra i due ponti, i quali non avendo laterali ripari, fanno non impossibili le cadute in acqua. In quelle ore le persone caute non vi vanno.

Segue il popolaccio a concorrervi nel rimanente del giorno. Già alla Giudecca moltissimi pranzano, ed altri, dopo il desinare fatto alle loro case, vi tornano per bere vino ed a far merende nelle ortaglie.

Ma verso il tramonto, la campana solita in San Marco ad annunziare il partire dell’astro diurno, indica il fine della festa. Tosto alcune guardie pubbliche separano nel mezzo i due ponti, e conviene, alla gente che vi sta sopra, retrocedere suo malgrado.

A migliaia restano alla Giudecca di coloro a’ quali l’ora troppo presto sopraggiunse. Chi ha barca propria, parte comodamente. Ma chi non l’ha, deve partire co’battelli del traghetto dell’isola che sono piuttosto pochi. Qui comincia un imbarazzo straordinario. Ognuno vuol prender posto il primo. Que’ battelli si caricano di tante persone che pare impossibile non affondino.
I barcaiuoli le depongono o sulle Zattere o sulla ripa vicina alla Zecca. Questo viaggio di quasi un miglio lo faranno quei battellanti otto o dieci volte.

È spettacolo curioso il vedere quando sbarcano quelle persone tanto affastellate.

Si veggono sei o sette barche giungere nel medesimo tempo all’approdo della Zecca. Ogni barcaiuolo, premurosissimo di tornar indietro a prender altri passeggieri, vuol far smontare i proprii prima di ogni altro. Si odono contrasti vivissimi per il prezzo e per la gran fretta. Altri barcaiuoli strapazzano i primi, perchè non solleciti a dar luogo.
Gli uomini scendono dalle barche, spesse volte saltando da una nell’altra. Non pochi, perchè ubbriachi, si muovono lenti e barcollando, e sono perciò da que’ remiganti insultati con parole le più abbiette, e le donne alzano forti grida per la paura, in tanta prescia e confusione, di cadere nell’acqua.

Segur volle condurmi un anno nel dopo pranzo alla Giudecca onde mirassi il solazzo di tanta festa. Fu rotto il ponte, ed io paventando di entrare in que’ sopraccaricati battelli, fui costretto starmene alcune ore come imprigionato in quell’isola.
Guai a ehi, trovandosi al pari di me, avesse bisogno pressante di tornare in città!

Tratto da Google Libri
Misteri di Venezia di Edmondo Lundy volume 1
Pubblicati da Pasquale Negri – 1858