E Hitler ordinò la distruzione di Firenze

WANDA LATTES,
…E HITLER ORDINÒ: DISTRUGGETE FIRENZE
Breve storia dell’arte in guerra (1943-1948) 

 e Hitler ordinò la distruzione di Firenze

Questo breve volumetto di agile lettura, a cura di Wanda Lattes, è una descrizione che non vuol essere minuziosa né esaustiva, ma piuttosto condotta attraverso esempi, delle perdite procurate al patrimonio artistico europeo, e segnatamente italiano, durante la seconda guerra mondiale.

La tesi del libro è che i maggiori danni procurati all’arte europea furono causati dalla Germania, soprattutto per la cieca obbedienza tributata dal popolo al proprio Führer e ai suoi deliri di onnipotenza.

Si citano le mostre di “arte degenerata”, dopo le quali nel grande rogo del 20 marzo 1939 furono bruciati 1004 dipinti e 3825 acquerelli. Oppure le circa 600 opere di Picasso, Léger, Mirò e Klee sequestrate e distrutte dopo la resa della Francia.

Si accenna a Varsavia, distrutta nel 1944, senza specificare che Hitler mandò uno stuolo di storici e critici d’arte in Polonia, perché indicassero ai genieri quali erano i monumenti più caratteristici e autorevoli, in modo che li minassero per farli saltare in aria. Fu l’esempio più clamoroso e ignobile di smantellamento di una città pianificato scientificamente allo scopo di cancellare l’identità e la memoria culturale di un popolo.

Si citano le collezioni del Louvre, una buona fetta della civiltà artistica europea, salvate dalle fiamme nel 1944 grazie all’ostinazione del loro curatore Van der Kemp nel salvare la propria vita. Se il plotone d’esecuzione lo avesse giustiziato, i soldati non avrebbero trovato le condotte dell’acqua necessarie a spegnere l’incendio, e Göring li avrebbe fatti fucilare tutti per quello spreco: fu questa minaccia a fermare l’ufficiale tedesco.

Si cita la colpevole connivenza del regime italiano, grazie al quale già nel 1938 alcune opere presero la via della Germania grazie a vendite fasulle, inscenate per compiacere l’alleato d’Oltralpe.

E si cita il capillare saccheggio delle città d’arte italiane dopo l’armistizio, sistematicamente spogliate delle loro opere, frettolosamente imballate e caricate sugli autocarri diretti in Germania. Tutto questo mentre gli Alleati sbarcavano in Sicilia e poi in Normandia, minacciando di raggiungere il cuore dell’Europa, e quindi procurando ai generali tedeschi ben altri pensieri che non assecondare la megalomania del Führer o la cupidigia di Göring, convinto di poter continuare tranquillamente a giocare al collezionista mentre il regime che lo sorreggeva minacciava rovina a ogni istante.

Che senso avessero poi quelle razzie, quando la sconfitta della Germania era ormai inevitabile, non si riesce a capire.

Il caso più esemplare di disprezzo per la cultura, l’arte e la storia europea fu quanto accadde a Firenze il 4 agosto 1944, da cui prende spunto il titolo del libro.

I tedeschi, adducendo che gli americani avevano intenzione d’ingaggiare battaglia sull’Arno, decisero di far saltare i ponti di Firenze prima di ritirarsi dalla città. Fu Hitler in persona a decretare la distruzione, decidendo di risparmiare solo Ponte Vecchio. Il ponte di Santa Trinità, il Ponte alle Grazie, il Ponte alla Carraia sono fatti saltare in aria assieme ai palazzi, alle case e alle torri medievali delle vie e dei lungarni che conducono ai ponti: Por Santa Maria, il lungarno Acciaioli, via Guicciardini, via dei Bardi e altre ancora.

Il gesto è inutile, e i tedeschi lo sanno bene, perché non rallenterà di un’ora l’avanzata alleata. Ha il sapore dello sfregio gratuito, dello schiaffo in pieno viso all’alleato che ha tradito, e che deve pagare in qualche modo. Quando le truppe americane entrano in città, non riescono a comprendere l’accaduto. Cumuli di macerie alti quindici metri impediscono di avvicinarsi alle rive dell’Arno lungo la città. La popolazione fiorentina ha avuto solo poche ore per sgomberare tutte le case nel raggio di alcune centinaia di metri dall’Arno, e nessuno ha potuto vedere quanto accaduto, perché le autorità tedesche hanno impedito l’accesso alla zona, hanno proibito persino di affacciarsi alle finestre a chi abita nei paraggi, e non hanno informato le autorità cittadine. Solo il sovrintendente Procacci ha potuto assistere a tutta la scena, sfruttando il Corridoio Vasariano, il passaggio segreto che da Palazzo Vecchio conduce a Palazzo Pitti, passando sopra Ponte Vecchio. È da lì che illustra al maggiore Hartt la portata del disastro, il quale dichiara: “La Firenze medievale è stata distrutta per un terzo”.

Il testo si sofferma anche sulle distruzioni causate dai bombardamenti alleati lungo la penisola, ora in Sicilia, ora in Veneto, ora in Toscana, soprattutto a Pisa, oppure il caso emblematico di Cassino, anche se per contro descrive gli sforzi sinceri e gli aiuti profusi dagli stessi responsabili di tanta rovina nel salvataggio e nel recupero delle opere danneggiate, atteggiamento ben diverso da quello tedesco nel riconoscere le proprie responsabilità anche dopo la conclusione del conflitto.

Il libro tributa infine un doveroso omaggio a Rodolfo Siviero, “007 dell’arte”, figura ambigua tuttora avvolta dal mistero a 25 anni dalla morte, che durante e dopo la guerra lavorò al recupero delle opere trafugate in tutta Europa. La morte nel 1983 lo colse prima che potesse pubblicare un proprio dossier riguardante i suoi sospetti, corredato di nomi, cognomi, luoghi e date. Solo nel 1995 il Ministero dei Beni Culturali ha pubblicato la lista definitiva delle opere d’arte attualmente disperse: sarebbero circa 2500, secondo la Germania 255, per Siviero 1558.

Una lettura stimolante su un aspetto della guerra troppo spesso trascurato, anche in Italia che ebbe a soffrire in quegli anni l’attentato più grave, quello al proprio patrimonio più specifico: l’arte.

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E ora una piccola postilla. L’autrice cita come esempio opposto all’incompetenza della gestione italiana delle emergenze l’efficienza della Gran Bretagna, che non presentò un lungo elenco di opere distrutte o disperse grazie alle contromisure intraprese per tempo.

Tuttavia Wanda Lattes dimentica o ignora diversi particolari.

La Gran Bretagna non fu invasa, e non divenne un campo di battaglia. E la Germania non aveva la capacità, né tecnica né concettuale, di attuare il bombardamento sistematico della Gran Bretagna.

I caccia tedeschi non avevano l’autonomia per scortare i bombardieri in profondità sopra il territorio inglese. I bombardieri più usati dalla Germania erano bimotori di medie dimensioni; per tutta la durata della guerra le potenze dell’Asse (Germania, Italia e Giappone) non ebbero nulla di paragonabile ai quadrimotori americani o inglesi.

I tedeschi non concepirono nulla di simile alla tecnica di bombardamento angloamericana, prima con bombe dirompenti e quindi con spezzoni incendiari, da riversarsi in massa sui centri storici costruiti in legno, da dove le fiamme si sarebbero propagate al resto dell’abitato. In questo modo furono spazzati via tutti i centri storici della Germania, grandi e piccoli, con ciò che avevano custodito nel corso dei secoli: palazzi, chiese, ville, musei, conventi e biblioteche.

La stessa autrice è costretta a una parziale ammissione, quando descrive il panorama di Norimberga nel marzo 1944, all’indomani della “riscossa degli aerei inglesi”, definendola un “ammasso di rovine”.

Inoltre c’è il fattore temporale: i bombardamenti in grande stile sull’Inghilterra cominciati nel giugno 1940 terminarono nella primavera 1941, quando i tedeschi invasero l’Urss e per piegare la Gran Bretagna puntarono sull’arma sottomarina, colpendo la rotta atlantica di rifornimento dall’America. I bombardamenti ripresero solo nel 1944 con l’impiego sporadico delle V1 e delle V2.

C’è poi da considerare il folle accanimento di Hitler, che ordinò di radere al suolo Londra dopo un bombardamento inglese, puramente dimostrativo, su Berlino. Così, nel momento in cui le missioni tedesche verso le fabbriche inglesi cominciavano a dare i loro frutti, il massimo sforzo bellico fu concentrato su Londra, dove i bombardieri erano attesi dagli Spitfire inglesi, come tonni condotti verso la mattanza.

Paragonare la condizione della Gran Bretagna nel suo isolamento a quella della Germania, bombardata a tappeto per 28 mesi di seguito, o a quella dell’Italia, per 20 mesi campo di battaglia di tedeschi e alleati, è ridicolo e pretestuoso.

Adriano A.