DOVE SI PERDONO GLI AQUILONI ?

di Giovanni Chiaravalle

La vita, a volte, ci pone davanti ostacoli insormontabili. Ma noi non dobbiamo sottrarci alla lotta. Lo impone la nostra dignità. Il risultato ha importanza relativa. Il nostro dovere è non arrenderci prima di aver osato.

Qualunque ferita dell’anima o del corpo guarirà col tempo L’unica che non rimarginerà mai sarà quella aperta dalla nostra fuga.

Soprattutto non bisogna rinunciare a qualsiasi aspirazione o desiderio. In ogni istante può iniziare una nuova vita, e il suo tempo è racchiuso in noi.

Affermo questo perché il fato può riservarci nuovi cammini ai quali non possiamo sottrarci. Io solo mi auguro che non abbiano mai il volto della falsità o dell’inganno. L’essere ha bisogno di credere nella lealtà delle immagini e delle parole. Ogni cammino deve essere inizio di verità.

Nel tempo
Figgo
Lo sguardo muto
Nel tempo
Colgo
Ciò che muta

I Nolani vestivano a festa. C’era la parata militare del 48° reggimento di cavalleria. L’ampia Piazza d’Armi, sul cui sfondo s’ergeva l’imponente Caserma “Principe Amedeo”, si riempiva sempre di più di voci e movimenti. Era la festa del reggimento di cui la città n’andava fiera.
I caroselli al trotto, e le corse al galoppo rivelavano duttilità, e sicurezza dei cavalieri. Corse verso il sole si alternavano ad armoniosi voli dal terrapieno. Superba era la carica finale. Le sciabole sguainate luccicavano al sole, puntate in avanti contro un nemico invisibile.
Applausi scroscianti a ogni esibizione, e dei baldi ufficiali le giovanette del luogo s’innamoravano. Bellezze tipiche meridionali. Forme piccole ma aggraziate. Occhi neri e capelli corvini. Corpo sodo e vibrante. Erano come la loro terra, sapori e profumi in ogni stagione. In questa terra nacquero, o vissero i suoi valorosi figli.
Animo, vigore e ardimento. Loro n’erano la più bella delle dimostrazioni.
Nessuna sfida è impossibile quando l’ardimento brucia alla fiamma dell’amor di patria. Fu quella fiamma che li bruciò nell’infausto giorno della disfatta. Si può essere eroi anche quando tutto sembra congiurare contro.
Gli ufficiali compresero la realtà: affidarono al proprio sacrificio la salvezza dei lori soldati. In quella fatidica ora le sciabole brillarono al tramonto, invisibili al nemico, in una corsa verso il sole della gloria.
Al termine della guerra, altri erano i protagonisti di quell’ampio spazio.
Non giovani e fieri cavalieri sui loro purosangue, ma erano bimbi e ragazzi non ancora giovani ma già fieri. Le belle giovinette avevano il volto delle madri. La più bella musica la esprimeranno i loro corpi vibranti di vita protesa al futuro.
E nella custodia delle braccia materne s’addormentavano I loro destrieri alati erano sottesi ad un sottile ma robusto spago che scivolava, o si avvolgeva, sul lucido rocchetto di bambù tra attente mani. Nell’aria i ragazzi cavalcavano con i loro sogni i piccoli o grandi aquiloni.
E si beavano dei mille colori in volo. Piccoli visi. Minuti e teneri, rivolti al cielo. Grandi occhi luminosi sugli aquiloni. Nella gioia, l’emozione arrossava i sinceri volti. Scompariva finanche il pallore della povera nutrizione. Le acrobazie iniziavano quando il volo si stabilizzava.
Erano avvitamenti, capriole, lunghe virate a circolo chiuso; un tuffo a sfiorare le cime degli alberi. Una cabrata, e il filo curvava, uno strattone, e di nuovo si tendeva. Più in alto. Le gigantesche farfalle di velina sembravano aquile volteggianti nell’azzurro orizzonte. Il cielo si gremiva dei loro colori; il grande spazio della piazza, di voci.

Il volo era il pensiero dominante di quei ragazzi. Le lucenti ali, il volo libero senza confini costituiva il loro gran desiderio. Rappresentava il simbolo universale della libertà. La sentivano vibrare e urlare nei loro corpi sani e frementi.   A questo i ragazzi pensavano, mentre guidavano in volo gli aquiloni. Le madri, fuori dell’uscio, su un filare di sedie attendevano i loro piccoli “leoni”. A loro gli “eroi” raccontavano di meravigliose, irreali avventure.
Di voli sulle colline, oltre la piazza. Di piante cariche di frutti carnosi. Di pane fragrante e latte fresco. Le madri comprensive annuivano, e sognavano con loro cose semplici. Di quei volti innocenti ne conoscevano i disagi e la forza d’animo.
Riconoscevano il poco che esse preparavano per pranzo e cena nonostante i continui sacrifici. Ad ogni rinuncia supplivano con il loro amore, totale e assoluto. Fatto anche di lacrime nascoste. Rivedo ancora tra quelle donne mia madre.
Allora raddoppiavano le carezze e i baci, finché non li sentivano addormentarsi. Solo dopo i loro occhi fissavano gli indumenti rattoppati, le scarpe logore. Rimiravano i visi arrossati dal sole, i corpicini sottili ma cauti flessibili e tenaci. Poi guardavano le proprie mani. Erano callose e ruvide come croste. Nelle carezze si trasformavano in lievi essenze.
Adocchiavano, poi, le loro gonne di stoffa ruvida e le camicette di cotone stinte. Tutti gli indumenti, però, erano sempre freschi di pulito. La cenere di legno con l’acqua calda era la loro liscivia. Ed io desideravo conoscere. Questo fu il felice orizzonte della mia fanciullezza.
Ora vivo lontano da quella piazza. Mi manca. Non vedo aquiloni in volo nel chiuso delle piazze di questa città. Non volteggiano all’orizzonte gli aquiloni. I sogni dei ragazzi non veleggiano più nell’aria ma nel chiuso di un cortile, o in casa dove vige l’ordine del silenzio.
Ora i ragazzi possiedono stupendi giocattoli e macchine in miniatura. Esse richiedono un comportamento tipizzato. Una fantasia artificiale costruita nei laboratori di fabbricanti di giocattoli. Pilotata nei negozi e nei supermercati. Poveri ragazzi ricchi di doni, ma scippati della loro prima forma di conoscenza: la fantasia.
La loro è la rigida fantasia dell’oggetto che la imprigiona: libri, dischi e giocattoli. Da leggere, ascoltare o maneggiare in silenzio. Nel chiuso di una stanza, senza disturbare. Non si deve rompere la quiete di chi dorme, non solo metaforicamente.

Sono la vitalità e la gioia, quelle vere, che dormono. Felice era il tempo in cui tutto era nella legge della natura. La vita esplodeva all’aperto come al chiuso. Libero era il chiasso dei bimbi, le loro gioiose risate e anche il pianto. Il monito, che soltanto le mamme sapevano addolcire.
E i bimbi possedevano la loro fantasia. La distribuivano nelle corse per i prati, da solo o con altri. C’era, poi, il racconto di fantastiche cadute per giustificare le sbucciature, che abituavano alla sofferenza e rafforzavano l’indole. Più ambite erano le gare e le vittorie che infiammavano i sensi e la mente. Facevano sentire migliore non diverso. Il diverso si realizza oggi confrontando giocattoli raffinati e costosi con quelli di semplice fabbricazione.
Ora, invece, su tutto domina il silenzio: sulla gioia come sul dolore. Silenzio, non bisogna disturbare. Un tempo, il silenzio dei bimbi si ascoltava con attenzione. Era un aspetto della loro vita e bisognava comprenderlo. “Sono contento, ma ora basta”. Oppure: ”Sono privo d’energia ma riposo sereno”. O anche: ” Sto male anche se non piango”.
Adesso invece tutto è facilmente deducibile: il pianto è insoddisfazione, o capriccio; il silenzio è fase di noia. I bimbi rifiutano la ricerca della fantasia in loro, e ne chiedono l’acquistano nei negozi. Genitori e nonni sono felici di accontentarli.
Non ho bisogno d’uscire da casa per guardare l’orizzonte che non ha più il significato di spazio del tempo in cui comprendeva tutto: l’uomo e non “l’io”, e il “noi”, cioè l’uomo nei rapporti con l’altro. Dovunque sarei andato, avrei ritrovato l’identico orizzonte grigio, solcato da bianche nuvole.
Potrei fermarmi sul lungomare. Guardare l’orizzonte congiungersi col mare e, in una giornata tersa, potrei ammirarlo. Non è il mio orizzonte né quello che cerco. Ho patito la solitudine dell’essere non l’insostenibile leggerezza. Vorrei poter scrutare dove sì perdono gli aquiloni.
Guardare oltre l’orizzonte e poterlo valicare. Spostare il limite del pensiero. Superare l’estensione della conoscenza umana. Portarmi oltre il limite che all’uomo è dato, può, riesce, e deve sapere. Vorrei scrutare l’ignoto con la mia anima, e sentirmi dire “Io non ti abbandonerei mai”.
Questo viaggio di ritorno al mio orizzonte felice non lo farò da solo. Prenderò per mano me bambino, e insieme c’incammineremo. I suoi occhi innocenti scruteranno l’orizzonte. Insieme, felicemente, andremo verso la nostra mèta. Felice mi rispecchierò in quel volto sereno.
E la mia anima sorriderà di questo. Ogni ombra, ogni dubbio s’annullerà in quel sorriso innocente.
In ogni suo tempo l’uomo deve dire a se stesso: riconosci te e prenditi per mano.

Giovanni Chiaravalle