DIRITTO AL PIACERE E IMPERATIVO MORALE

Dott. Daniele Malerba

Nel 1920 Freud scrisse “Al di Là del Principio del piacere”[1] in cui descrive il principio che, secondo lui, spinge il comportamento dell’uomo: “Nella teoria psicoanalitica possiamo sostenere senza riserve che l’andamento dei processi psichici è regolato automaticamente dal principio del piacere. Pensiamo, cioè, che esso sia sempre messo in moto da una tensione spiacevole, e che si orienti in modo tale che il risultato finale consista nell’abbassamento di questa tensione, in altre parole con un annullamento del dispiacere o con una produzione di piacere”[2].

Nel testo F. rileva come in contrasto al principio di piacere vi sia il “principio di realtà”, che funziona sulla base di una analisi di realtà, secondo una pulsione di autoconservazione e con una modalità di differimento del piacere, usando forme dell’io più evolute e permettendo il differimento del piacere.

Secondo Freud questo apre un sistema economico delle pulsioni secondo il quale: “Ci siamo così decisi a mettere in rapporto piacere e dispiacere alla quantità di eccitazione che è presente nella vita psichica ma non è «legata» in alcun modo; e a collegarli in modo tale che il dispiacere corrisponda ad un aumento e il piacere a una diminuzione di tale quantità di eccitazione”[3].

In sostanza il dispiacere è un aumento della stimolazione, che deriva dall’interno o dall’esterno della persona, il piacere è una diminuzione della stimolazione fastidiosa e il ritorno ad un equilibrio, e in questo si rifà al principio di costanza.

Da notare che i processi di rimozione, di difesa e psichici trasformano una situazione che poteva essere sperimentata come piacere in qualcosa che invece è sperimentata come spiacevole[4].

Dunque sembrerebbe esserci un conflitto tra ciò che è ricerca del piacere e ciò che è realtà.

Dove per realtà si intende realtà di equilibri con l’esterno e realtà della conflittualità della pulsione sessuale – affettiva, come nel caso del conflitto edipico.

Questo conflitto crea senso di inferiorità e ferite narcisistiche dovute alla impossibilità di soddisfare questa pulsione. Freud introduce l’idea che la soluzione a questo conflitto stia nella tendenza alla diminuzione del dispiacere e identifica il piacere con la diminuzione della stimolazione.

Io ho l’impressione che Freud abbia avuto una giusta impressione ma che la sua tendenza a volerla inserire in un corpus teorico psicoanalitico l’abbia inutilmente complicata rendendola poco leggibile.

Ora potrei spiegare questa cosa in questo modo:

Immaginate che noi si abbia un bisogno – interno – o un dolore che viene dall’esterno (ad esempio una ferita), chiediamo risposta a queste esigenze e possiamo trovare qualcuno che dà una risposta (ad es. un medico che cura la ferita) oppure no. Nel secondo caso abbiamo due possibilità: fare finta che il problema non esiste e pensare ad altro (cosa che funziona solo se il problema in qualche modo si risolve da solo perché piccolo o, per lo stesso motivo, può essere tollerato senza troppe difficoltà) oppure si può rinviare per un periodo sufficiente a trovare un’altra soluzione; ma se il problema è grande nessuna delle due soluzioni  può durare a lungo, pena la morte dell’individuo.

La prima soluzione corrisponde al principio di piacere (cioè tenti di ridurre la sensibilità per tollerare la sofferenza: ma non è normale, è patologica!); la seconda è più utile e funzionale, e corrisponde al principio di realtà, ma può essere che non riesci trovare risposta e questo ti porta alla morte.

In entrambi casi il dolore non deriva dall’interdetto paterno (cioè da quello che è considerato da Freud la costruzione della parte morale dell’io, attraverso un principio di realtà, che deriva dalla difesa dovuta alla paura delle “vendette” paterne di castrazione) ma dall’incapacità di rispondere ad un reale bisogno.

In una funzione evolutiva il bambino deve ricevere risposta ai propri bisogni affettivi nel mondo che lo circonda; riconoscere il bisogno del bambino e dare parola e risposta significa, ad esempio, accorgersi che il bambino ha paura, prenderlo in braccio e rassicurarlo dicendogli: “non avere paura”.

Dunque il principio di piacere è patologico ed è fonte del fenomeno per cui non si sa riconoscere neppure le proprie emozioni, perché se nessuno ti prende in braccio e ti dice. “non avere paura” si finisce con il sentire una pulsione indefinita cui non si sa dare nome e per questo neppure risposta.

Da questo punto di vista il dettato morale derivante dalla paura di castrazione altro non è che lo scaricarsi della patologia ambientale sugli altri (o, in una famiglia, sui bambini), in un circolo patologico che deriva dallo stesso fenomeno: l’ambiente patologico, cioè incapace di riconoscere emozioni e sentimenti, non è in grado di prendersi cura del bambino, poiché gli nega tali emozioni e sentimenti.

La realtà morale autentica è, invece, una realtà di cura in cui si riconoscono i bisogni degli altri, dei quali ci si prende cura, perché si è in grado di fare altrettanto per i propri bisogni.

Dunque questa impressione (che solo talvolta diventa idea, spesso come contestazione all’ordine morale altrui, e che a volte fa capolino in certe discussioni) della moralità, quale fonte di sofferenza dovuta alla costrizione ad un obbligo comportamentale, deriva spesso da una rabbia per una incomprensione subita, per un mancato rispetto subito verso i propri bisogni; da questo punto di vista è assolutamente giustificata: ma non è, in realtà, rabbia verso la richiesta del comportamento morale, ma contro la castrazione di emozioni e sentimenti espressi e non raccolti.

In realtà è rabbia contro l’immoralità.

Viceversa il vero piacere sta nel riconoscimento e nel soddisfacimento di bisogni reali e affettivi, che è esattamente l’obbligo etico-morale che la società ha verso le persone e i genitori nei confronti dei figli.

Dunque il piacere, si intende con questo il piacere equilibrato e sano (in altre parole il soddisfacimento dei bisogni, il vivere sereni e il vivere nella pace e nella gioia) non quello patologico (che è squilibrato e autodistruttivo eccesso di ricerca di sensazioni forti e riempitive), non solo ha diritto di rappresentanza ma è il vero senso ultimo della morale.

Malerba dott. Daniele
Psicologo – Psicoterapeuta
Sviluppo d’interventi di neuropsicologia e psicologia gerontologica
Formatore

[1] Titolo originale: «Jenseits des Lustprinzips». Pubblicato la prima volta in Internationaler Psychoanalytischer Verlag, Leipzig, Wien und Zürich, 1920.

[2] Dalla traduzione di “Al di Là del Principio del piacere”, in Sigmund Freud, “Opere 1905/1921”, pg. 1099, Edizioni integrali di Grandi Tascabili Economici Newton, 1992. Traduzione di Aldo Durante.

[3] Ibid. pg. 1101

[4] Ibid. pg. 1101