CURARE LA DEMENZA A CASA

Daniele Malerba

L’interazione tra il medico lo psicologo

Il miglioramento della scienza medica ha permesso di procrastinare l’età della morte dell’uomo. Ma l’uomo anziano non sempre è un uomo sano: talvolta è accompagnano da infermità, acciacchi, affezioni, malattie.

Tra le più difficili e incomprensibili malattie degli anziani, la demenza è quella che in questi ultimi anni sta mostrando tutto il suo peso e la sua gravità: è una malattia difficile da gestire e da capire, qualsiasi sia la sua manifestazione e la sua causa.

Gli interventi messi a punto dalla scienza medica, psicologica e sociale per poter affrontare questa patologia sono ancora largamente in fase di ricerca e approfondimento, e senza precise linee guida e di riferimento.

Tuttavia negli ultimi anni si sono sviluppate modalità di approccio alla malattia che permettono di prendersi cura del malato, e della sua famiglia, in modo più efficace, preservando un po’ meglio la qualità di vita del malato e di chi lo assiste.

Queste modalità possono essere facilmente utilizzate anche nella gestione a domicilio del malato, se opportunamente calibrate.

Per curare a domicilio la persona con demenza si devono sviluppare progetti che considerino, insieme al malato stesso, il problema della famiglia. Non si può dimenticare che il nucleo familiare è fortemente provato dallo sviluppo di questa malattia.

Questi interventi dovrebbero poter fornire:

alla famiglia:

· un buon counseling psicologico-relazionale (costituito da formazione – informazione – sostegno)

· un intervento di sostegno domiciliare efficace (assistenza domiciliare di base, assistenza psicologica a domicilio, interventi medici a domicilio in caso di emergenza)

· sviluppo di spazi di sollievo per la famiglia (ricoveri di sollievo e centri diurni) ai malati:

· interventi di stimolo cognitivo, funzionale e relazionale

· un adeguato, ben seguito e tempestivo intervento psicofarmacologico (quando è necessario e in misura minore possibile)

· buone modalità di gestione (nella triade ambiente, accudimento fisico e relazione)

Ovviamente questo richiede un intervento pluridisciplinare, le figure essenziali sono però solo tre:

· il medico (MMG, specialista neurologo)

· lo psicologo

· l’operatore socio – sanitario (OSS)                  

L’assistente sociale non interviene direttamente nella gestione del malato a domicilio (per questo non l’ho messo insieme ai tre di cui sopra) ma è la figura chiave per mettere in sintonia le risorse territoriali con i bisogni della famiglia.

Il medico (che si occupa in particolare della cura del corpo), una volta che la diagnosi è chiara è essenziale soprattutto per la gestione della psicofarmacoterapia e delle eventuali pluripatologie concomitanti.

L’OSS (o in alternativa la badante) non può mancare, data la necessità di ridurre il lavoro di gestione domestica a carico della famiglia che cambia con il peggiorare della patologia.

Ma lo psicologo diventa figura fondamentale per gestire le difficoltà emotive dei familiari e l’enorme carico dovuto allo stress da lavoro che su loro grava. Inoltre è un interlocutore che può essere molto importante per il medico, data la sua capacità di fare una buona analisi dei disturbi del comportamento dei malati di demenza. Permette cioè al medico di avere maggiori elementi clinici di valutazione sulla scelta, la validità ed efficacia dell’intervento psicofarmacologico.

Perché questo sia possibile lo psicologo esegue valutazioni cognitive e comportamentali che permettono di “stadiare” la demenza (ovvero definire in modo molto efficace il livello della gravità della malattia), di valutare il livello di autonomia del malato e, infine, di valutare la solidità e il livello di stress della rete familiare. Tutti questi elementi consentono di identificare con precisione le necessità assistenziali di quel gruppo famigliare, ma anche di capire  se è sufficiente un intervento di tipo relazionale per gestire i disturbi comportamentali del malato.

Obiettivo generale dell’intervento è soprattutto creare un sereno ménage familiare e mantenere al minimo i disturbi del comportamento del malato.

E’ così possibile minimizzare la psicofarmacoterapia che va attuata, a mio avviso, solo dopo che ogni tentativo non farmacologico si è rivelato vano, e va monitorata di continuo.

Per questo il medico, cui spettano la scelta e la taratura psicofarmacologica, deve essere costantemente informato del lavoro dello psicologo (che diviene così collaboratore del medico).

L’aspetto psicologico del nucleo familiare, che ha al suo interno un malato di demenza, dipende dalle caratteristiche psicologiche premorbose del malato, dalle caratteristiche psicologiche del caregiver principale (che è colui/colei su cui grava il maggiore peso assistenziale), dalle relazioni interfamigliari esistenti e dalla storia di queste relazioni.

A questo quadro si aggiunge anche lo specifico danno cerebrale del malato che porta con sé peculiari risposte comportamentali. Queste ultime si intrecciano con le modalità psicologiche caratteristiche di questa persona e in genere sono le modalità con cui reagiva a situazioni stressanti quando non era malato.

Capita dunque che lo psicologo debba lavorare su uno o più di questi aspetti e, talvolta, che vengano ripescate conflittualità interpersonali antiche tra caregiver principale e malato che pesano notevolmente sulle difficoltà di gestione attuale e finiscono con il richiedere interventi psicologici più approfonditi.

Per tutto questo un buon lavoro dello psicologo ha senz’altro una importanza fondamentale per creare una situazione vivibile e serena nel nucleo famigliare, e consentire il mantenimento a domicilio del malato, ma anche per dare al medico elementi utili a ottimizzare il proprio lavoro. Da questo punto di vista anche le assistenti sociali possono beneficiare notevolmente della consulenza dello psicologo, per decidere che tipo d’intervento proporre alle famiglie.

Concludo auspicando una buona integrazione tra tutte queste figure professionali nella gestione domiciliare del portatore di demenza: una figura non utilizzata tra queste, implica un aggravio del peso assistenziale che opprime la famiglia già appesantita da oneri non certo facili da sostenere.

Dott. Daniele Malerba