CHE COSA È L’AMMALATO

PROSA RACCONTI DI VITA

…In quest’ultimo periodo, con sofferenza, ho rinunciato a comunicare… Poi fu il ritorno alla normalità… e fu per me una sorpresa.

Fu un ritorno alla normalità; una normalità che sfugge al senso comune: fu un ritorno all’esistente che mi era mancato per un lungo, lunghissimo periodo.

In quell’oscuro periodo non ho mancato di riflettere.

Nella ricerca ho riscoperto che la filosofia deve presiedere qualsiasi attività dell’uomo diretta all’uomo e ai suoi bisogni.

CHE COSA È L’AMMALATO?

Quando vidi, dall’esterno, il mastodontico complesso dell’ospedale dell’Angelo, rimasi e stupefatto. Era un’architettura non soltanto bella, ma uno sguardo verso il futuro. Ne vidi, poi, meravigliato, il laghetto artificiale, il prato ben curato, e il viale per il passeggio. Infine entrai nell’enorme edificio. Qui la sorpresa fu sbalorditiva. Vi era una vera oasi di piante, anche esotiche, e fiori. Non mancavano bar, ristoranti, edicola. Intelligente l’idea di una banca, negozi commerciali diversi. Una piccola città all’interno dell’ospedale.

Finalmente, osservavo un’importante opera “creata” dall’uomo per l’uomo. Plaudii, nel mio intimo, all’architetto che l’aveva concepita. Mi ritornò alla mente la parola filosofia: scienza di tutte le scienze sia speculative che pratiche.

Qui c’è veramente la filosofia dell’opera. Pensai. Essa risponde positivamente alle domande: a cosa serva e a chi serve. Tutto è funzionale alla sua etica. Il laghetto, il prato, il viale, e i vari negozi danno l’idea di un luogo in cui si svolge una normale attività dell’uomo. La stessa malattia, che fa parte della natura umana, perde, allora, la sua struttura di sofferenza (fisica o psicologica) e si trasforma in bisogno. Il bisogno essenziale della salute.

Poi, per una mia degenza, ho avuto modo di sperimentare da dentro quella costruzione. Si mostrò nella sua realtà. In ogni numerata stanzetta sono disposti due lettini in parallelo. Solo il paziente che occupa il secondo, vicino all’ampia vetrata, può spaziare fuori della stanzetta. Può osservare le manifestazioni di vita che continuano fuori. Un uomo trebbia l’erba; una macchina gira nella rotonda; le case illuminate dal sole; in lontananza è visibile il crinale delle montagne. Tutto è un segno di vita. E in questa percezione dell’esistenza “dell’altro”, allevia la sua sofferenza. 

Il degente, che è debilitato sul primo lettino, è separato dall’altro da un tendaggio, che gli nasconde la vetrata. Egli può scegliere soltanto una delle pareti su cui guardate, o il soffitto. Dovunque rivolga lo sguardo trova solo un bianco colore. Un colore neutro. La parete, allora, non è soltanto un nullo, ma anche un vuoto senza fine che “mormora al fondo del nullo stesso”, che gli riporta, semmai le sue sofferenze si fossero attenuate, il dolore. E lo imprigiona nel suo stato di sofferenza, ossessiva e orribile.

Quell’opera è grandissima solo di facciata, e la filosofia della costruzione appare evidente:manca l’anima.

Si potrebbe affermare che lì, in quelle stanze, non esiste l’essere ma un numero. Si sbaglierebbe lo stesso. I Pitagorici fecero del numero il principio di tutte le cose e l’ordine del mondo. Allora cos’è l’ammalato?

Continuai l’osservazione e la riflessione.

Al sopraggiungere della sera è ancora più crudo lo squilibrio. Sempre il degente, nei pressi della vetrata, può ammirare un cielo stellato e, in quella grandezza, sentirsi più vicino al suo Dio, se credente; e per chi non crede, di sentirsi partecipe dell’ordine universale. Alle luci accese nelle case può pensare alle diverse pulsazioni di vita. Può riconoscere la sua casa, o immaginarsela. Forse in qualcuna di esse ci sarà un sofferente, ma avrà intorno a se i suoi cari. E in questi pensieri si addormenta con nostalgia Ma ha una visione nel cuore: il ritorno agli affetti della sua casa, e alla comunicazione con “l’Altro”.

Per l’altro, invece, la sera annulla definitivamente la sua individualità. Allo spegnersi delle luci quel telo divisorio e le bianche pareti diventano un muro. Un muro invalicabile, opprimente. Egli resta solo con le sue sofferenze. Finanche lo stanco pensiero, nell’inutile ricerca di altro fuori dei suoi patimenti, l’abbandona.

Poco rileva che io ebbi assegnato il primo lettino.

Ritorna più pressante la domanda. Che cosa è l’ammalato?

Il degente non è un numero, come detto, né un individuo. Per quest’ultima valutazione, trascrivo un periodo dalla Metafisica di Aristotele.

“L’esperienza è conoscenza delle cose individuali, mentre l’arte è conoscenza degli universali, e le azioni e i mutamenti concernono tutte le cose individuali: infatti il medico non guarisce l’uomo, se non accidentalmente, ma guarisce Callia o Socrate o qualcun altro, chiamato in modo simile, per il quale è accidentale essere uomo; se qualcuno conoscesse la ragione della malattia, ma non avesse esperienza, e conoscesse l’universale, ma ignorasse l’individuale in esso contenuto, spesso sbaglierebbe la cura, perché ciò che si deve curare è l’individuale

In questo periodo è evidente anche la sostanzialità della “Grammatologia”, che non è solo un insieme di segni intelligibili, ma è un’architettura, un processo di ritenzione di conoscenza. E’ l’insieme di memorie e di attese della scienza, ma anche dell’essere che conserva sempre la sua specifica individualità.

Io non nutrivo dubbi che la dottoressa, la quale mi aveva in cura, conoscesse gli universali della sua scienza. Ma ne ho di forti che sapesse cogliere l’individualità mia come soggetto della sua arte. Due episodi per tutti. Nonostante che per due notti mi fosse stata somministrata acqua e zucchero per il basso tenore di glicemia, aveva prescritto per me una dieta per diabetici. Quando le segnalai un’eccessiva perdita di peso per sopravvenuta incapacità di deglutire, lei mi rassicurò di aver fatto le sue valutazioni, e provveduto in merito.

Nel giorno in cui fui dimesso, consultai il mio cardiochirurgo. Rilevò, dalla lettera di dimissioni, che nulla era prescritto a cura di quel mio rapido dimagrimento. Provvide lui.

L’uno o l’altro vale per la mia dottoressa. Inganno, o cosa altra?  E cosa è più grave?

In quei giorni io mi trovai a chiedermi perché avessi perso la mia individualità. Compresi! La dottoressa ignorava non la mia malattia, ma l’individuo che curava. La perdita d’identità del degente, infatti, s’origina quando il medico non coniuga la sua arte alla stessa filosofia della medicina, che, tra i diversi aspetti della cura, include il rapporto medico-paziente. Nessuna infermità può nascondere l’individuo, che è sempre esistente con il suo percorso di vita che non manca d’emotività e di conoscenza. L’essere non è mai una riduzione ad un ente, o ad una esistenza senza esistente.

Allora, spetta al medico ricercare la “verbalità” dell’essere. Che è verbo per eccellenza, non uno statico sostantivo. E la coniugazione del verbo indica un modo di essere in una dinamica evoluzione. L’individuo, <indipendentemente da ogni soggettiva situazione o contesto ambientale > è una successione d’eventi senza fine. E’ presente, passato e futuro; è una realtà e una possibilità di divenire. La sua natura racchiude il finito e l’infinito di “ciò che è”. L’ammalato, quindi non è una neutralità.

Egli è sempre un coagularsi dell’esistenza e l’esistente nel proprio “io”.   

La scomparsa “dell’Io“, amara esperienza esistenziale, io l’ho vissuta. Essa si è verificata nell’incontro con il comportamento “dell’Altro”, che aveva soltanto il volto della sua arte. E per volto intendo il modo in cui si presenta l’”altro”.

Forse che in ospedale è vietato al medico d’essere anche una presenza viva? Ed avere anche un volto noematico e noetico? Ossia avere un volto <capace di percepire i predicati e i modi d’essere> del paziente? D’avere tutti <gli atti di comprensione che mirano ad afferrare> il soggetto delle sue cure?

L’essere è sempre un “esistente”, e, <soggetto libero e consapevole trova il proprio senso con l’”Altro”. In un rapporto interumano accoglie con piacevolezza la conoscenza “dell’alterità di altri”>.   

Ciascuno dei soggetti, ammalato e medico, deve possedere la propria scienza e la dottrina dell’ ”Altro”. In me esisteva, esiste questa dottrina. Essa era presente nella mia dottoressa?  Ha lei conoscenza che questa dottrina è anche “la via che tratteggia il tempo stesso”, che non è “un’eternità immobile” ma si articola in un modo “in cui niente è definitivo ma è avvenire”. “Questa è la situazione della coscienza: avere coscienza è avere tempo”.

Allora il mio augurio è che ciascun medico ospedaliero, che ne manchi, possa prendere coscienza di aver tempo per i suoi assistiti.

Con quest’augurio mi firmo,         

Giovanni Chiaravalle

Ha collaborato Clara Claravalle