BASSO E ALTO RISORGIMENTO

Andrea Bavaresco

Molti storici hanno visto nel fascismo l’effetto di un Risorgimento a carattere elitario che portando alla formazione di uno stato liberale dalle sfumature oligarchiche troppo distanti dai cittadini, avrebbe finito in un modo o nell’altro per saldare il regime fascista.

Gioacchino Volpe in special modo fu tra i primi a sottolineare il rapporto di continuità tra lo sviluppo dell’unificazione nazionale e l’Italia mussoliniana, vedendo in quest’ultima la rivoluzione popolare che con il Risorgimento era stata compiuta solo a metà e che avrebbe inizialmente catturato ampi consensi a ragione del suo entusiasmo demagogico. Secondo Nello Rosselli invece la progressiva involuzione oligarchica di una classe politica che non voleva allargare le basi sociali del proprio consenso a monte di un Risorgimento settario, si doveva risolvere inevitabilmente nel totalitarismo fascista.

Altri storici e pensatori del primo Novecento come Antonio Gramsci e Piero Gobetti hanno a loro volta evidenziato il deficit di democrazia dell’Italia post-unitaria, ricercandone le cause in un Risorgimento partito e condotto quasi esclusivamente dall’alto, senza la partecipazione delle masse popolari. E’ lo stesso Gramsci a usare per primo il termine “rivoluzione mancata” individuando il limite storico del Risorgimento proprio nel predominio di una borghesia d’élite che ha impedito la partecipazione attiva del popolo.

La storiografia contemporanea inquadra il fenomeno risorgimentale all’interno di una sorta di rivoluzione borghese coadiuvata dall’iniziativa di forze rivoluzionarie democratiche, ma comunque realizzatosi sotto la salda egemonia delle parti moderate cavouriane

Senz’altro il Risorgimento ebbe una decisa e decisiva conduzione di stampo alto-borghese, moderata e monarchica, ma è evidente anzitutto come l’apporto delle forze democratiche fu quanto mai determinante e vitale, e come in secondo luogo l’unificazione non avrebbe potuto realizzarsi se non alimentata da un impronta dirigistica dall’alto, ovvero dalle forze liberal-moderate piemontesi.

Il primo punto è presto provato; non si possono infatti ritenere ininfluenti ai fini dell’unificazione le azioni “dal basso” di democratici e repubblicani come Garibaldi e Mazzini.

La sbarco a Marsala dei Mille, la risalita dalla Calabria di Garibaldi fino al celebre passaggio di consegne a Teano col re Vittorio Emanuele II; il ruolo svolto dal Partito d’Azione mazziniano e il suo merito di aver forgiato una generazione di patrioti risvegliando migliaia di coscienze.

Senza dimenticare episodi di grande partecipazione popolare come l’appoggio dei contadini siciliani ai garibaldini contro le truppe borboniche e l’entusiasmo dei plebisciti delle regioni dell’Italia centrale al momento dell’annessione. Il Risorgimento non può dunque prescindere dall’encomiabile azione democratica che agì in maniera complementare a quella moderata dei Savoia.

C’è però da dire che nella parte centrale dell’800 il movimento democratico viveva un relativo momento di crisi dovuto alle spaccature ideologiche tra repubblicani, federalisti e radicali oltre che per il generale sentimento di disillusione dovuto ai precedenti tentativi insurrezionali non riusciti, il che facilitò la presa di posizione di Cavour.

Il secondo punto è quello che richiede più attenzione. Gobetti e Gramsci parlano di un Risorgimento “privo del sostegno popolare”; il popolo dunque.

Ma cosa si intende per popolo? Il concetto di popolo, come quello di borghesia, è assai complesso e assume accezioni e connotazioni eterogenee nel corso della storia degli ultimi secoli.

In una società quale quella di metà ottocento, fortemente scissa socialmente dalla (spesso troppo forzata) dicotomia marxiana borghesia-proletariato, per popolo si intende la popolazione urbana e più specificatamente la forza operaia urbana, ben distinta dalla masse contadine delle campagne.

In questo periodo storico in Italia però la rivoluzione industriale deve ancora decollare e nelle città sono quasi del tutto assenti quelle massicce forze operaie presenti negli altri stati europei. A questa data la grande maggioranza della popolazione peninsulare è dedita all’agricoltura e non si è ancora vissuto quell’esodo urbano già completato in altri paesi. Nell’Italia pre-unitaria mancando quindi un processo industriale è assente di conseguenza una capillare e organizzata forza operaia nelle città.

Ecco quindi uno dei motivi principali per cui la direzione liberal-borghese del Risorgimento può essere considerata come “tappa obbligata”: da dove e in che modalità poteva infatti arrivare quel “sostegno popolare” se mancava una forza proletaria cittadina su cui fare presa?

E non bisogna inoltre dimenticare che i precedenti moti rivoluzionari-nazionali italiani del 20-21 e del 30-31 si erano conclusi in maniera fallimentare, proprio perché preparati e condotti da mal organizzate componenti repubblicano-rivoluzionarie.

Di questo handicap tutto italiano Gramsci se ne accorge e afferma che si sarebbe allora dovuto puntare sulle masse contadine, tentando di emulare quello che era avvenuto con la Rivoluzione Francese, che aveva avuto tra i suoi punti di forza proprio l’apporto contadino. Ci sono però due differenze importanti che separano la Francia rivoluzionaria dall’Italia risorgimentale.

La prima si risolve nello stesso appellativo di Rivoluzione Francese che è per l’appunto “francese”; si riferisce quindi a un fermento nazionale di uno stato plurisecolare con una sua cultura, memoria storica e tradizione comune; al contrario di una situazione come quella italiana pre-unitaria costituita da molteplici realtà regionali difficilmente incanalabili in un progetto di emancipazione comune.

Inoltre nel caso francese c’era una sorta di nemico comune che univa le forze di tutti, borghesi, cittadini e contadini che era l’ancien regime. A metà ottocento ormai ovunque e anche in Italia ci si trovava di fronte comunque a una realtà tendenzialmente liberale, per quanto fosse limitata e osteggiata dalle libidini reazionarie delle grandi potenze. Non c’era un ordine sociale dispotico e ingiusto come quello di antico regime da estirpare che coinvolgesse organicamente tutte le forze presenti.

Non bisogna inoltre dimenticare che pure la Rivoluzione Francese era stata alimentata agli esordi da iniziative borghesi; il terzo stato e l’Assemblea Nazionale erano formati dalla borghesia urbana e perseguivano gli interessi borghesi. Le partecipazioni popolari alla rivoluzione (la presa della Bastiglia, le giornate di ottobre, l’assalto alle Tuileries) erano di carattere urbano e non contadino. Le rivolte contadine iniziali si erano aggregate alla rivoluzione borghese e parigina ma senza aderire ad una linea comune cosciente, quanto piuttosto sulla scia di un’opportunistica previsione di espugnazioni terriere a danno dell’aristocrazia latifondista e si sarebbero presto spente, tanto che la controrivoluzione nascerà proprio dalle campagne francesi (si pensi alla rivolta in Vandea).

Il mondo delle campagne è sempre stato a sè stante, impregnato di valori e ritmi sociali completamente differenti da quelli urbani. I contadini appaiono spesso disinteressati a chi governa; tutto ruota intorno alla terra, che rimane sempre l’unico interesse, l’unico motivo per cui vale la pena combattere. Non si potevano riporre aspettative nel mondo contadino, troppo lontano da qualsiasi progetto nazionale. In uno scenario politicamente frammentato come quello italiano inoltre, ogni regione aveva una realtà rurale diversa e ci si ritrovava quindi di fronte ad un mondo contadino troppo fuggente, anti-progressista, mentalmente e culturalmente conservatore.

Analizzati i limiti storici delle ipotesi che avrebbero auspicato una maggiore affluenza popolare al Risorgimento è da ricordare il pensiero di Benedetto Croce, che ebbe a definire l’unificazione nazionale come un capolavoro di coordinamento tra l’iniziativa garibaldina dal basso e le forze liberali piemontesi di Cavour.

Il dato empirico di una mancata compattazione popolare durante il Risorgimento è reale, ma d’altra parte non si sarebbe potuto fare più di quello che si è fatto in termini di “andata al popolo”; erano assenti le basi sociali e culturali perché ciò avvenisse e una rigida leadership alto-borghese fu quanto mai necessaria.


Andrea Bavaresco