ARTEMISIA

Pietro Bodi

Abbiamo accompagnato la zia di Cleopatra, il serparo. Era molto seccata, ha detto lui, perché era in gara per arrivare a cento anni e s’è fermata a novantasette.

Cosa ha avuto? – Chiede Giarabub.

– Passaggio a livello. Cent’anni, quasi e la stessa bastardaggine di quando ne aveva quaranta.

– Era cattiva?

– Mai morso nessuno ma… una lingua e una mira che sentivi fischiare le pallottole.  E non tollerava di morire prima dell’unico maschio coetaneo del paese.

È stato un lunedì mattina sereno e fresco e c’eravamo tutti. Anche il maestro Rocco. Noi e le bandiere rosse abbiamo atteso fuori dalla chiesa. Biancostinto e la morta no.  La banda ha suonato bella ciao, fischia il vento e ha strapazzato malamente l’internazionale. Peccato perché a me “mi” piace. Ma come la cantano i cori.

Davvero – chiede tornando il maestro Rocco – si chiamava Artemisia?

– Credo. – rispondono assieme Marxeterno e Biancofiore. – Ma la chiamavamo Iza.

– È una perenne aromatica, anche d’alta quota.

– Ossia?

– È una bella pianta e bel nome. Mentre eravamo al cimitero, guardavo i nomi delle lapidi più vecchie.

– Sono sbagliati? – chiede Caserio aggressivo.

– Tutt’altro, sono bellissimi.- Tira fuori un foglietto – Sentite: Amabilia, Doride (per un uomo), Disma, Odillo, Zelmira, Dorando, Gemello, Clitennestra e così via.

– La fanno ridere?

– No. Mi piacciono… dimostrano il desiderio di distinguersi. M’è piaciuto il silenzio. Da sempre, in ginocchio, o ritti con un segno di croce, col braccio teso e con la mano aperta, o col pugno chiuso ma sempre, il vero saluto era il silenzio. Ora, come fossero Aldo, Giovanni e Giacomo, applaudiamo i morti ai funerali. Lo ripeto è equivoco, goffo e indicativo di tanta miseria interiore questo clap clap… – Poi risponde a Caserio: – In questi giorni poche cose mi fanno ridere. Intravedo un gioco che s’avvicina e non mi piace. Nel quale gioco i paesi o le persone come me che vogliono ragionare e rimanere al disopra della mischia sono i veri nemici.

– Maestro – interviene Nemesi – non capisco. Il maestro si ferma e si mette a pulire gli occhiali. Ci riflette e poi:

– Vedi, sono solo impressioni. Timori. Forse esagerati. Direi che è in atto uno sforzo per confermare una posizione di dominanza da un lato, cui si oppone dall’altro una lotta per rendere molto costoso in termini di vite (che contano poco e costano meno) e di denaro, ogni più piccolo successo.

– C’è nebbia maestro nel discorso. – azzarda Giarabub, e  aggiunge: Mi scusi ma non ho capito.

– Hai ragione! È vago dentro di me e non potevo certo spiegarlo chiaramente. Vediamo… il mondo da sempre s’è trasformato rimanendo eguale… nuovi mezzi, nuove possibilità, nuovi punti di gravità ma sempre sforzi per sopraffare altri con o senza morte. Esiste oggi un impero non peggiore di tanti che l’hanno preceduto. Forse migliore, ma sempre deciso a rimanere dominante. Chiaro fin qui?

– Perché non fa nomi? – Chiede Caserio.

– Non servono, anzi. La guerra scorsa, aveva motivazioni molto simili e ci si avvia a ricrearne le premesse… È una fortuna, chissà, che l’Europa non sia nessuno… così forse non avremo tentazioni. Comunque brutti sintomi ce ne sono parecchi: l’aumento del fondamentalismo religioso, che ha avuto peso anche nella elezione del presidente col cagnetto nero. Le intolleranze stimoleranno altre intolleranze così via verso un film che il mondo ha visto e rivisto sempre eguale. È un discorso che potrebbe durare giorni ma siamo già arrivati in piazza. Chiaro perché non rido?

– Più o meno.

– E quando leggo quei nomi girando nella pace del cimitero, credete, li amo e mi sento quasi sereno.  

[email protected]o.it