ALYN: L’OSPEDALE COL CUORE

Proprio oltre lo Yad Vashem, il memoriale della Shoah, ha sede l’ospedale israeliano Alyn, che è specializzato nella cura e riabilitazione di bambini con problemi fisici dovuti a malattie genetiche, incidenti e attentati terroristici. Su consiglio di alcuni amici, che sono da tempo sostenitori dell’opera di Alyn, faccio visita alla struttura in una giornata di metà settembre.

Ad aspettarmi c’è Brenda, che mi mostra con orgoglio uno striscione di benvenuto che i bambini hanno preparato per me. Mi avvisa che non è permesso fare foto e che gli incontri possono esser molto forti. Prima d’iniziare il tour dell’ospedale passiamo in un corridoio con le foto dei bambini di Haiti, dove Alyn ha mandato dei medici pediatri dopo il disastro naturale. Nell’ufficio beviamo un succo e chiacchieriamo del più e del meno. Si incomincia con le informazioni generali, con qualche statistica che è cara a chi si è formato nel mondo anglosassone.

Alyn ospita bambini da tutta Israele e da tutta la Palestina, alle volte anche dal resto del mondo arabo. Ebrei, musulmani, cristiani, laici e religiosi, tutti bambini con malformazioni, danni e limitazioni gravi, molto gravi e meno gravi. La struttura ospita un centro medico permanente e un centro di riabilitazione. “Ciò che vogliamo è che i bambini riacquistino una vita il più possibile normale, e questo significa anche e soprattutto lavorare coi loro genitori e con l’intera famiglia”. Il motto dell’ospedale è lavorare col cuore, non solo con la testa: ogni bambino è seguito da un’equipe di medici, fisioterapisti, logopedisti, psicologi, assistenti sociali e mediatori culturali.

La prima immagine che ricordo è un bambino in carrozzina, vittima di un incidente, che deve seguire un rigido programma di fisioterapia per riacquistare la mobilità delle braccia. Un medico vestito da clown gli siede di fronte e forma delle bolle di sapone di fronte al bambino, che è invitato a scoppiarle. Ogni dieci bolle ha in regalo un palloncino che il clown rende uccello, giraffa, ippopotamo… Gli occhi del bambino brillano e gli sembra di giocare mentre sta invece facendo ginnastica. In un’altra stanza ci sono altri medici che hanno un uccellino in gabbia, mentre i semi rimangono dall’altra parte opposta in una ciotola. Ogni bambino è invitato a prendere un po’ di semi e portarli all’uccellino attraversando la stanza disseminata di ostacoli colorati.

 “Abbiamo anche una piscina, per la terapia con l’acqua, ma è la cosa più difficile”; Brenda si riferisce alle questioni culturali. Molti bambini vengono da famiglia assai tradizionaliste e molto religiose, per cui le piscine miste sono “indecenti”, e per questo ci sono dei mediatori culturali che appositamente trattano caso per caso. “Tutti i membri di Alyn sono tenuti a seguire il seminario di competenze culturali” perché all’ospedale ci sono ebrei ultra-ortodossi, arabi di Gaza, etiopi, russi, laici, arabi della Cisgiordania insomma origini differenti che alle volte non facilitano i percorsi di riabilitazione.

Le diversità culturali rendono difficile anche la missione di Alyn di coinvolgere le famiglie; spesso nelle comunità di appartenenza i bambini non sono accettati perché considerati un castigo divino, una sfortuna, quindi sono allontanati e accolti da Alyn perché possano viver una vita il più possibile normale. Dunque l’assistenza si estende anche ai genitori, che devono pian piano accettare i bambini e capire che possono fare ogni cosa desiderino, solo in maniera un po’ diversa. Delle attrezzature speciali sono messe a disposizione per gite giornaliere, magari all’inizio le famiglie sono accompagnate da personale infermieristico, per poi tornare all’ospedale che ha un “angolo casa”, ossia una zona arredata come se fosse un appartamento privato, dove le famiglie possono vivere per abituarsi a gestire la giornata e gli spazi coi bambini dalle necessità particolari.

Non voglio sapere quanti bambini arabi ci sono e quanti ebrei. Incontriamo un piccolo arabo dal Dubai che ha casa ad Alyn perché i genitori vivono lontano, esce da “scuola”. I bambini seguono ore di scuola secondo il curriculum in ebraico o in arabo e hanno ricreazione e altre attività congiunti. Infermieri e medici sono, come i loro pazienti, arabi, ebrei, russi e etiopi. Il portiere è un ebreo che è nato e cresciuto in Iraq, parla arabo con gli arabi, ebraico con gli ebrei e inglese con gli ospiti.

Chi non può tornare a casa perché ha necessità di monitoraggi e cure costanti o perché non ha una casa dove tornare può rimanere a vivere ad Alyn, all’Indipendent Living Neighbourhood, un’ala dell’ospedale che ospita i giovani non più bambini affetti da distrofia muscolare. “Imparano a vivere con dignità e fanno ciò che possono. Un nostro ragazzo esce ogni giorno per un giretto, compra il giornale, poi rientra”.

I bambini che si vedono girare hanno gli occhi radiosi come gli altri bambini, anche se il corpo è devastato dalle cicatrici di un’ustione, le braccia sono atrofizzate, o il corpo è grande come un piccolo pugno. Passa un bambino con dei grandi occhiali, che sono i suoi occhi, attraverso un sistema ottico computerizzato.

Nessuno porta camici, per non spaventare i bambini-pazienti, per farli sentire a casa. Qualche famigliare esce dalla “zona del culto” dove si trovano una sinagoga e una moschea, una novità che Alyn tenta di esportare anche agli altri ospedali di Israele.

Dopo quasi due ore passate tra un reparto e l’altro tra un sorriso e l’altro ho un’improvvisa voglia di uscire, di scappare. Non capisco quale forza abbiano medici, pazienti e famigliari di affrontare “l’insostenibile allegria” del luogo. Ogni disgrazia, perlomeno da parte di chi non ne è vittima, è accolta con dolore, continua tristezza, prolungata afflizione. Qui certo c’è sofferenza, ma sembrano non vederla, far finta che non ci sia, sembra che tutti preferiscano assecondare lo spirito di sopravvivenza. Quando esco vedo una ragazza arrancare verso la macchina, mentre parla con la madre di cosa avrebbe voluto per pranzo e ricordo di un episodio che mi avevano raccontato di una bambina vittima di una attentato terroristico, che sognava di diventare ballerina. Quando le chiesero “quanto odi chi ti ha fatto questo?”, lei rispose “mi hanno portato via i miei sogni, mi hanno resa un’invalida a vita, se dovessi odiarli non credo che ce la farei a sopravvivere!”. E ad Alyn sembra che tutti ti insegnino la stessa cosa, se dovessimo odiare chi ci ha fatto del male, il fato che ci ha colpiti, le disattenzioni di chi ha causato un danno irreparabile, che forza avremmo per continuare a vivere? E quanta forza ci serve per vivere a tutti i costi una vita normale? Ogni sorriso dispensato, ogni volto illuminato dal regalo di una vita normale mi ha ricordato che non si apprezza mai abbastanza quanto si ha o si ha avuto. Ciò che più mi colpisce è che questi insegnamenti vengono da un paese in guerra, che non ha la forza di odiare, ma ha la forza di vivere una vita il più possibile normale.

Giovanni Matteo Quer Livieri