ALLE ORIGINI DEL POTERE

Andrea Bavaresco

E’ del 1077 la celebre umiliazione di Canossa: l’imperatore Enrico IV si reca in pieno inverno al castello della grancontessa Matilde, implorando inginocchiato fuori al freddo per tre giorni la revoca della scomunica comminatagli da Papa Gregorio VII. Nel 1095 al concilio di Clermont-Ferrand, Papa Urbano II incita alla prima storica Crociata: i più importanti sovrani europei obbediscono energicamente al comando papale. Nel 1214 dopo la battaglia di Bouvines, il primo grande scontro internazionale continentale orchestrato magistralmente in parte anche dallo stesso Papa Innocenzo III, la Chiesa è sul tetto d’Europa, gode di un potere smisurato e non ha nessun rivale politico che possa competerle. Tre eventi chiave della storia europea del basso medioevo che esaltano appieno la potenza papale. Ma quali sono le cause dell’enorme influenza politica di cui si avvaleva il Papa fino all’avvento dell’età moderna? Dove possono individuarsi le radici di un’autorità che appare a volte ingiustificata?

Per comprendere come il potere civile della Chiesa abbia potuto raggiungere dimensioni così ampie durante il medioevo bisogna tornare indietro fino alla situazione del tardo impero romano. I suoi ultimi secoli di vita sono infatti caratterizzati da una generale crisi politica, sociale ed economica. Senza ricercarne ora le cause, basti che si dica come la maggior parte della società si carichi il peso di tutta questa insicurezza e sia investita da un generale sentimento di ansia e paura; sia per la perenne instabilità politica, sia per le frequenti guerre civili e le minacce barbariche esterne. Un’inquietudine che un impero sempre più in decadenza non riesce a curare. La popolazione non trova quindi altro riparo che nella religione, in quella nuova religione cristiana che peraltro si adatta alle esigenze della massa, grazie alla sua promessa salvifica eterna, rifugio per chiunque. Una religione rivelata come il cristianesimo facilmente ha presa sulla popolazione, specialmente in situazioni di disagio e difficoltà come quella che attraversa l’impero. Il successo del cristianesimo verso la fine del IV secolo arriva però anche dall’alto: l’imperatore Teodosio con il celebre editto di Tessalonica promuove il cristianesimo a religione di stato e condanna ogni forma di paganesimo.

Si giunge così al V secolo in cui la società romana è di fatto in gran parte cristianizzata: la popolazione urbana, la classe senatoria e dirigente, gli uomini di cultura e gli stessi imperatori. Questo è d’altra parte anche il secolo della capitolazione dell’impero. La struttura burocratica imperiale è allo sfascio, il potere centrale irresoluto e impotente di fronte alle pressioni dei conquistatori germanici, ed è in questo contesto di debolezza delle vecchie istituzioni, di crisi d’identità e di un ormai inevitabile ricambio della classe dirigente imperiale, che si inserisce prepotentemente la Chiesa come intermediaria e alternativa alla vecchia autorità imperiale presso l’intera società. La Chiesa è l’unica struttura capillarmente ed efficacemente presente all’interno del tardo impero che possa colmare il vuoto politico imperiale. Se durante i primi tre secoli di vita la Chiesa aveva dovuto sopravvivere clandestinamente alle feroci persecuzioni, con la progressiva adesione di grosse fette della società alla sua ragione, aveva saputo organizzarsi e articolarsi.

E’ dunque in questo momento delicato e particolare della storia europea che la Chiesa comincia lentamente la sua strada verso un potere che va oltre la dimensione spirituale. E’ dallo scardinamento dell’ordine politico romano e dall’irruzione dei  popoli germanici che la Chiesa si pone come fattore di equilibrio, filtro e punto di riferimento del vecchio assetto istituzionale. Ci si riunisce come mai prima sotto l’egida religiosa: da una parte la popolazione per paura e in cerca del conforto ultraterreno, dall’altra la vecchia classe dirigente che si stringe attorno a quello che è l’ultimo saldo vessillo della latinità e della cultura romana tardo imperiale.

Ecco dunque la situazione al crollo dell’impero: la Chiesa è la sola istituzione solida e ben radicata, presente in modo incisivo che riesca ad esercitare concretamente le proprie funzioni e che soprattutto raccolga attorno a sé la fiducia della gente: diventa spesso l’unica garante dell’ordine e della sicurezza e si ritrova ad espletare spesso prerogative di appannaggio della burocrazia imperiale a causa della sempre più debole efficienza di quest’ultima.

La Chiesa è inoltre necessaria ai popoli conquistatori germanici: questi si servono dei vescovi e delle diocesi cristiane disseminate nel territorio per penetrare più facilmente nell’intelaiatura sociale appena occupata. Collaborano attivamente con la Chiesa e contemporaneamente tendono a cattolicizzarsi (spesso seguendo l’eresia anti-trinitaria ariana) e ad assorbire la cultura latina, oltre che a riconoscere la struttura ecclesiastica non solo come spalla temporale ma anche come guida spirituale, il che permette loro di latinizzarsi e avere progressivamente la collaborazione delle fasce aristocratiche latine. Per i nuovi conquistatori appare fondamentale il sostegno dei vescovi: sia per la loro influenza sulla gente, sia perché rappresentano l’esclusiva realtà civile nell’immediata fase post-imperiale, l’unico vero referente politico che detiene facoltà decisionali. Al tramonto dell’impero infatti, spesso nei centri urbani l’unica figura rappresentativa del potere è il vescovo, e a lui spetta coordinare i ritmi sociali delle città.

La Chiesa diventa così intermediaria tra i nuovi occupanti e il popolo; la via attraverso cui i nuovi potenti possono consolidare la propria posizione dominante; la popolazione ha stima della persona del vescovo, essendo peraltro l’unica figura di rilievo che non ha abbandonato le città e i suoi compiti nella difficile fase della fine dell’impero. Per i nuovi invasori servirsi così dell’ossatura ecclesiale è un mezzo facile e sicuro per saldare la propria egemonia.

In questo modo però anche la stessa Chiesa vede aumentare la propria autorità civile, investita com’era di numerose mansioni secolari. E’ importante sottolineare quindi come già dal VI secolo la Chiesa assuma un ruolo di assoluto rilievo nella gestione del potere cittadino; sia nei territori italiani ancora di fatto sotto l’Impero d’Oriente, troppo debole per esercitare un controllo effettivo sul territorio, sia in quelli dei nuovi regni romano barbarici continentali.

Il potere temporale della Chiesa subisce una vorticosa impennata nel corso del VII e VIII secolo, specialmente grazie alla strategica alleanza destinata a durare a lungo con il regno franco. Con la conversione dei Franchi al cattolicesimo sulla fine del V secolo si instaura sin da subito un forte sodalizio che si traduce, specie nei primi secoli, in un rapporto di simbiosi e di prezioso aiuto reciproco; entrambe le parti si assicurano infatti notevoli vantaggi da questa alleanza.

L’Europa è ora quasi totalmente cristiana: la Chiesa gode di un credito quasi illimitato presso una popolazione che si abbandona totalmente nella religione, unica fonte di sostegno e conforto. Il Papa e la Chiesa sono sì una guida spirituale, ma esserlo in un tempo in cui la dimensione religiosa abbraccia totalmente l’individuo, vuole dire disporre di un’influenza smisurata. In un Europa che si presenta così nella sua interezza rigidamente osservante, un sovrano non può non fare i conti con il credo religioso della sua gente e sul peso enorme che esso esercita. Risultava quindi controproducente e compromettente agire senza fare i conti con la figura del pontefice. Il sovrano ha quindi bisogno della legittimazione dell’autorità religiosa per avere l’adesione e il seguito delle masse; negli schemi mentali del popolo alto medievale prima viene il Papa e poi il re. I re e i sovrani del tempo hanno quindi bisogno dell’appoggio papale per legittimare il proprio potere sul territorio.

Dopo questa irrinunciabile precisazione vediamo quali sono i vantaggi del binomio franco-papale che sfocerà nel 751 con l’effettiva presa di potere di Pipino il Breve a danno dei Merovingi e che culminerà nella notte di Natale dell’800 con l’incoronazione di Carlo Magno a Imperatore del Sacro Romano Impero. Il regno franco aveva bisogno della consacrazione papale per la legittimazione del titolo “imperiale” che gli avrebbe conferito risonanza e prestigio internazionale e la concreta possibilità di avanzare la pretese di diretto erede dell’Impero Romano d’Occidente, in antitesi con l’impero bizantino. Il Papa d’altro canto necessitava di un protettore contro le ingerenze di Bisanzio, di cui Roma ne era di fatto proprietà. In questo modo il Papa legittimava la nascita di un’impero franco cattolico consacrandolo con sfumature divine e provvidenzialistiche opponendolo all’altro storico Impero, e l’imperatore prometteva di correre in aiuto della Chiesa e della cristianità quando ce ne fosse stato il bisogno. Nasce così uno strettissimo legame Papato-Impero destinato a durare per molto tempo, che spesso porterà a scontri e incomprensioni ma che più volte saprà darsi forza e prestigio in onore della sua stessa funzione sacrale.

Inoltre sotto il regno franco si amplifica l’abitudine di affidare incarichi laici e civili ai vescovi, che diventano così figure sempre più potenti accentuando la dimensione temporale che la Chiesa stava venendo ad assumere.

Il X e la prima metà dell’XI secolo rappresentano un momento difficile per la Chiesa. Durante la prima metà del X secolo in special modo, il Papato e l’elezione del pontefice sono nelle mani delle più potenti famiglie aristocratiche romane; inoltre il sempre più diffuso fenomeno dell’incastellamento e la conseguente costruzione di cappelle private su iniziativa signorile causa la proliferazione di un clero nominato da autorità laiche, che sfugge così alla classica giurisdizione pievana e vescovile. Ritrovandosi invischiata sempre più frequentemente nell’amministrazione politica e in affari laici, parte della comunità ecclesiastica si intorbida in intricati giochi e legami di potere fino a scendere a compromessi con la fazione imperiale per perseguire i propri interessi personali.

Tutto questo è il preludio allo scontro tra Papa e Imperatore noto come Lotta per le investiture, che vede contrapposti sul finire del Mille Papa Gregorio VII e l’imperatore Enrico IV. Lo scontro si conclude solo nel 1122 con il Concordato di Worms sottoscritto da Papa Callisto II e l’imperatore Enrico V e vede il sostanziale successo del papato che consente di recuperare definitivamente l’autorità compromessa nei decenni precedenti allo scontro. La Lotta per le investiture rappresenta anche la conferma dell’arma papale della scomunica: se un sovrano viene scomunicato, di fatto il popolo è sciolto dal vincolo che lo lega al sovrano e può non obbedirgli più. Oppure un altro titolato pretendente può avanzare il diritto di sovranità appoggiato magari da forze cattoliche esterne ed insidiare il sovrano scomunicato.

Grazie alla vittoria delle investiture, alla riforma della Chiesa voluta da Gregorio VII e alla spinta verso un rinnovamento del monachesimo, allo spirito di crociata che caratterizza gli ultimi anni dell’XI e il XII secolo contro il pericolo musulmano, la coscienza europea si stringe nuovamente con vigore attorno alla figura del pontefice.

E’ evidente come nel XII secolo quindi il potere della Chiesa sia di fatto inscalfibile: in questo momento, oltre a quello che è stato finora evidenziato, mancano comunque dei poteri civili nazionali davvero coesi e compatti tranne l’Impero.

In Spagna abbiamo ancora la soffocante presenza araba, l’Inghilterra normanna è solo agli inizi della sua formazione, l’Italia è estremamente frazionata, mentre in Francia sono presenti ancora comitati e marche troppo potenti che ostacolano l’autorità regia, che subirà un’accelerata solo sul finire del secolo grazie a Filippo Augusto. Per la Chiesa tutto ciò non è che un fattore di forza dal momento che non ha di fronte a sé delle potenze nazionali da fronteggiare.

C’è ancora troppa feudalità e la popolazione contadina non può certo riconoscersi attorno ad un feudo: la coscienza cristiana è ancora la più forte, è anzi forse l’unica coscienza comune europea a cui tutti sentono di appartenere.

Ma è all’inizio del XIII secolo con Papa Innocenzo III che la Chiesa raggiunge il suo apogeo disponendo di un potere elefantiaco e di un’articolata rete di alleanze: con i regni di Castiglia e d’Aragona per gli aiuti nella reconquista, con Filippo Augusto di Francia e soprattutto ha in affidamento il giovane Federico II, il futuro grande imperatore. Persino l’Impero è sotto la sua diretta influenza: nessun potere temporale in tutta Europa può competere ora con il Papa.

Andrea Bavaresco