ALEATICO DI PORTOFERRAIO

L’uva aleatico – dal grappolo di media grossezza, allungato, con un’ala, acino piuttosto discoide di colore blu – è sicuramente d’origine antica, anche se le varie fasi della sua introduzione in Italia, soprattutto nell’Isola d’Elba, e l’etimologia del nome, dopo anni d’intense ricerche, sono ancora molto discussi.

Alcune citazioni degli scrittori romani potrebbero portare a una identificazione dell’uva in epoca imperiale, tuttavia il riconoscimento con vini e uve odierni è spesso assai dubbio. Il primo sicuro accenno al vitigno è del bolognese Pier de’ Crescenzi, che chiama l’uva “Livatica”. Nel 1726 il Trinci parla della “Liatica”, sostenendo fosse di provenienza greca; affermazione, questa, accettata anche oggi dagli studiosi, che ritengono l’Aleatico, a seguito di studi genetici e biologici sulle piante, essere imparentato strettamente con un raro vitigno, ancora oggi presente sull’isola di Creta.

Anche il nome Aleatico è per alcuni derivante dal greco, e potrebbe indicare o il colore cupo del grappolo o il mese di luglio nel quale avviene la vendemmia. Inoltre, il Gallesio scriveva che quest’uva era un vero moscato, tuttavia più gentile di tutte le uve moscate, con un aroma soave. In effetti quell’uva cretese di cui si diceva prima è uva moscato, cosa che farebbe propendere per l’origine greca dell’Aleatico.

Il vino trovò una certa fortuna sulle mense di personalità di spicco, per esempio Napoleone, che lo apprezzava molto e lo preferiva a fine pasto, inzuppandovi i biscotti.

Il terreno dell’Isola d’Elba, ove questo vino è prodotto, è ricco di fosforo, ferro e arsenico, sostanze che comunicano al vino un potere rivitalizzante, al punto che nei tempi passati era consigliato a chi, fiacco o convalescente, aveva bisogno di rinvigorire il corpo.

Di colore rosso rubino carico, ha un aroma molto simile a quello del moscato, con prevalenza di profumi di frutti di bosco e rododendro, e con un lieve accenno di timo ed eucalipto, sentori tipici dell’isola. In bocca risulta piacevolissimo e dolce, con un’alcolicità di 14 gradi. Può resistere ad un leggero invecchiamento, massimo di due anni e va servito a fine pasto al modo napoleonico, con biscotti secchi e pasticceria da forno.


Giovanni Trabuio

Sommelier FISAR