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IL PERDONO: strada per la sanità psichica

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RELIGIONI



IL PERDONO:

strada per la sanità psichica



Di recente il Prof. Robert Enright, psicologo e professore alla Wisconsin Madison University (professor of Educationale Psychology), ha tenuto presso la facoltà di pedagogia dell'università di Padova un convegno sul tema del perdono come intervento psicoterapico.

Il professore ha riportato come nella sua esperienza professionale abbia sperimentato (e dimostrato, dati alla mano) il valore terapeutico del perdono.

Enright racconta che, nel 1985, quando è cominciato il suo percorso sul rapporto tra perdono e terapia, pensava di avere le idee chiare su cosa fosse il perdono, ma si rese sempre più conto della complessità del tema e della difficoltà di conoscere veramente in modo approfondito questa virtù.

Studiò dapprima come il perdono sia stato affrontato dalla filosofia.

Lo studiò anche nelle varie culture e religioni, e scoprì come tutte lo consideravano elemento importante nel cammino dell'uomo.

Nella bibbia, dice, vi è per esempio la storia del perdono di Giuseppe ai fratelli e del ritorno del figliol prodigo dove si risponde all'offesa con l'amore.

E il tema della risposta dell'incondizionato amore di Dio all'offesa ricevuta è presente, dice, anche nelle altre religioni.

Passò poi all’esame degli scritti psicologici concludendo a favore dell’importanza del perdono anche da questo punto di vista.

Tutto questo lavoro lo ha portato a definire cosa sia e non sia il perdono.

Il perdono è stato definito in questo modo: “Dopo essere stati trattati ingiustamente da un'altra persona, si perdona quando superiamo il risentimento nei riguardi dell'offendente, senza negare il proprio diritto al risentimento, cercando piuttosto di offrire compassione, benevolenza e amore a colui che ha fatto del male”.


Il perdono è una scelta:

-                     una scelta della persona ferita,

-                     una scelta fatta senza aspettarsi contraccambio (nella nostra società il non praticare la giustizia o l'equità può portare a conseguenze, ma il non perdonare non ha alcuna conseguenza apparente o codificata),

-                     una scelta personale e può essere fatta con la profondità che si desidera, nella misura in cui lo si desidera e anche quando lo si desidera,

-                     è una scelta che va fatta senza aspettarsi una richiesta di scuse


Il perdono è virtù morale:

come la pazienza e la giustizia, e come ogni virtù morale parte dall'interno dell'uomo, dalla mente e dal cuore, si esprime come generosità e va perseguita con pazienza e clemenza.

 

 Il perdono non è:

-                     abbandono della ricerca della giustizia,

-                     semplicemente scusare o giustificare qualcuno per le scelte sbagliate e le cattiverie che ha fatto (questa non è virtù morale)

-                     dimenticare ciò che è successo

-                     riconciliarsi (anche se apre la strada alla riconciliazione)


Dice il nostro autore che chi riceve un'offesa prova odio e deve gestire questo odio cercando giustizia o perdonando, o facendo entrambe le cose: le virtù morali infatti non vanno una contro l'altra, ma possono essere sviluppate insieme.

Inoltre sottolinea che, in realtà, senza perdono non c'è futuro (questo è certamente un elemento molto importante).

Il perdonare sembra sia una cosa paradossale: necessita di essere rivolto a persone che non l'hanno chiesto e non è detto si siano pentite.

E’ senz’altro una cosa difficile ma può dare grandissimi cambiamenti.

Enright non si è limitato ad esporre una teoria e a fare una ricerca bibliografica, ma ha anche sviluppato una tecnica terapeutica basata sul perdono e ha svolto ricerche sul campo per raccogliere elementi che permettano una verifica di queste tesi.

Le sue ricerche dimostrano che arrivare a perdonare porta ad una diminuzione di disturbi ansiosi, una diminuzione della depressione e a miglioramenti  cardiocircolatori.

La conclusione è stata raccolta in studi di buon profilo scientifico, sviluppati con valutazioni in doppio cieco, comparando coloro a cui ha applicato la “terapia del perdono” (immagino che si possa chiamare così) con gruppi di controllo.

Le ricerche sono state svolte in vittime di abuso e violenza e in persone con problemi cardiocircolatori.



Terapia del perdono

Enright spiega che in genere nella terapia siamo noi sotto i riflettori. Ma nella “terapia del perdono” gli occhi sono puntati verso la persona che ci ha trattato male.

La guarigione emotiva è della parte che ha ricevuto l'offesa, ma non è legata alla riconciliazione (l'offensore infatti può essere indisponibile oppure addirittura pericoloso): tuttavia apre le porte a questa possibilità.

Chi accetta questa terapia non sempre è convinto che funzioni, è possibile che dica che lui non perdonerà mai. In questi casi è possibile comunque chiedere di provarci e di cominciare il percorso (in genere si propone un percorso di 14 settimane per un'ora a settimana). E' necessario ricordare che il processo è graduale.

Ad esempio ci sono stati casi di vittime di incesto che hanno accettato questo percorso e alla fine hanno smesso di essere depressi.

Nella prima fase della terapia (fase dell’introspezione) ci si deve concentrare su una persona e una cosa alla volta.

Si inizia con lo scoprire gli strati di dolore e sofferenza, rabbia e frustrazione con cui confrontarsi.

In particolare è importante riconoscere la rabbia. Essere arrabbiati è normale, ma se la rabbia prende radici possono esserci conseguenze disastrose che possono portare all'autodistruzione.

Anche la vergogna è normale, nasce dal temere il giudizio degli altri.

In queste situazioni si hanno meno energie che nelle situazioni normali e la persona che ci ha ferito resta nelle nostre teste.

Nella fase due (fase decisionale) si ha una predisposizione al perdono e una tendenza al pessimismo.

E' una fase decisionale: il dolore è così grande che tu sei disposto al perdono pur di liberarti dal dolore. Dunque la decisione non viene da un gesto di benevolenza o clemenza.

Semmai vi è la necessità di non fare del male.

 Nella fase tre (fase di lavoro) nascono delle domande: com'era la vita di questa persona prima che ti facesse del male? Forse è stata ferita anche lei? Com'era la vita di questa persona quando ti ha fatto del male?

Naturalmente non vogliamo assolutamente scusare questa persona, ne giustificare ciò che ha fatto: semplicemente cercare di vederla come integrata al suo dolore profondo.

Partiamo dal presupposto che ogni persona è unica e insostituibile, anche colei che ci ha fatto del male.

Questo atteggiamento porta a sviluppare la comprensione a prescindere da quello che l'altro ha fatto.

Solo poi si passa a cancellare il dolore. Anche se il passato è passato e  non può più essere cancellato.

Cancellare il dolore serve per non interiorizzare il male, altrimenti ci comportiamo male anche noi. Se non perdoniamo, le sofferenze non avranno mai fine e passeranno alle prossime generazioni. Così perderemo anche gli altri che sono innocenti.

Nella quarta fase del percorso (fase di approfondimento) si trova un senso al dolore proprio e degli altri, ci si rende consapevoli che si ha bisogno di essere perdonati ma anche che non si è soli, si ha consapevolezza della diminuzione dei propri vissuti ed emozioni negative.

Alla fine del percorso ci si accorge di essere più forti, ed è qui che si rilevano i benefici più forti e ci si accorge della paradossalità del perdono.



Conclusioni

La proposta di puntare al perdono come percorso di terapia sembra piuttosto interessante.

Spesso nelle psicoterapie si pensa che basti fare emergere i vissuti e lasciare che sia il paziente a elaborarli come meglio crede. Non si punta ad un obiettivo preciso, che non sia il non provare più il dolore o l’ottenere risultati pratici nella vita concreta.

Pensare che l’obiettivo possa essere il perdonare, il che equivale in fondo al fare pace con la nostra vita e la nostra storia, mi sembra possa essere un elemento aggiuntivo interessante in ogni percorso terapeutico (indipendentemente dalla tecnica di intervento utilizzata).

Credo che vada la pena di approfondire questa direzione.



Daniele Malerba

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