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FINCHÈ SOFFIA IL VENTO DI CHERNOBYL

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FINCHÈ SOFFIA IL VENTO DI CHERNOBYL

Il libro inchiesta di Francesca Bellemo




Chernobyl, 26 aprile 1986. La verità è venuta fuori dopo anni, ma cosa successe davvero quel triste giorno? E come vive oggi la popolazione ucraina e bielorussa? Ricordiamo che la centrale atomica si trova vicino al confine tra i due paesi.

È una storia del nostro mondo e dei nostri tempi. Una brutta storia. Dove però alcuni eroi hanno salvato tutta l’Europa che altrimenti avrebbe dovuto essere sfollata. Eroi ai quali non furono riconosciute nemmeno le indennità per la loro morte, in quanto avrebbe significato riconoscere le responsabilità statali.

Se fosse successo in altri paesi, forse, pochi si sarebbero sacrificati in quel modo, senza protezioni valide, e con la certezza del sacrificio. Non si sa nemmeno chi fossero questi uomini e le cerimonie di sepoltura furono sbrigative.

Per dare una tangibilità alla gravità della loro situazione basti pensare che la soglia massima di assorbimento di radioattività per il corpo umano è di 25 rontgen; già oltre i 400-500 la pelle comincia a dividersi dalle carni. Gli addetti alla bonifica dell’area spostarono detriti in una zona che presentava un livello di rontgen di oltre 10.000.


Ma a 25 anni dal tragico evento, che ne è degli eredi di quegli eroi? Come vive chi è sopravvissuto all’incidente e alle malattie che ne seguirono? Come vivono i milioni di uomini, donne e bambini che sono costretti in quelle terre ancora oggi contaminate?


Ci viene in aiuto la giornalista e scrittrice Francesca Bellemo che ci racconta, nel suo libro-reportage “Finché soffia il vento di Chernobyl”, quanto visto in quei luoghi, dopo il suo viaggio con l’associazione umanitaria Help for Children, in Bielorussia. Una minuziosa e toccante descrizione di ciò che ha vissuto di persona.

Con Alessandro Scarpa, autore delle fotografie del libro, l’autrice documenta storie vere di amicizia e solidarietà, e racconta fedelmente gli accadimenti di quel drammatico giorno. Il tutto, tra narrazione e documento, per interrogarci sul futuro.


Francesca Bellemo, giornalista veneziana, classe 1982, è laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali a Padova.


Appassionata di politica, diritti umani e democrazia, ha realizzato reportage internazionali su diverse tematiche sociali, sempre dalla parte degli ultimi.


Ha pubblicato due libri tratti dai suoi viaggi missionari in Africa: in Kenya "Sulla via di Ol Moran" (2008) e in Madagascar "In Braccio a Giovanna" (2009).


"Finché soffia il vento di Chernobyl” è la sua terza fatica letteraria.


Ha collaborato con testate quali Gente Veneta, La Nuova Venezia, Popoli, Il Fatto Quotidiano e Peacereporter. Per l'associazione San Vincenzo Mestrina cura il periodico "Il Prossimo" dove racconta il volto della povertà della sua città.



L’INTERVISTA A FRANCESCA BELLEMO


Ciao Francesca, grazie per la tua presenza qui a L’Avocetta.

Grazie a te dell'invito!

Cominciamo col parlare del libro. Dopo il disastro di Fukushima, il ricordo di Chernobyl è tornato tristemente di moda. Ed è terribilmente attuale. Si sa realmente tutto di ciò che accadde quel giorno?

No, non si sanno ancora molte cose. E, anche se da giornalista ho sete della verità, a volte penso che in parte sia meglio cosi. Oltre a non avere ancora una piena conoscenza di come e perché sia davvero successo il disastro e del motivo per cui le autorità abbiano coperto inizialmente la reale portata della tragedia (ma possiamo facilmente immaginarlo...), oltre a non aver mai saputo il numero esatto dei soccorritori coinvolti e la gravità delle loro condizioni di salute (non è mai stato fatto un monitoraggio...), oltre a non aver mai avuto trasparenza da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità sulle reali conseguenze del fallout radioattivo sulla salute degli europei tutti, la cosa più angosciante è che davvero non si può sapere nel lungo periodo quali danni la contaminazione radioattiva causerà sul genoma umano. Sono passati appena 25 anni dal disastro di Chernobyl, è troppo poco tempo per capire davvero le sue conseguenze: una catastrofe di tale portata non era mai successa nella storia dell'umanità. E Fukushima ne prosegue la triste storia, pare perfino con gravità maggiore.

Il fotoreporter Igor Kostin nel suo “Confessioni di un reporter”, del 2006, afferma che fatica a vivere con altre persone perché non comprende le lamentele per le piccole difficoltà di ogni giorno (il salario, il quotidiano, le piccole storie sentimentali), che considera poco più di niente, se paragonate al male che ha visto a Chernobyl. Certo, lui è stato lì al momento del disastro, ma cosa lasciano, agli occhi di chi li vede oggi, quei luoghi?

Devo ammettere che Igor Kostin dice con queste parole la grande verità che ogni reporter che assiste alle piccole e grandi tragedie della storia pensa. I territori colpiti dalla contaminazione di Chernobyl sono ancor oggi imbevuti da una percettibile angoscia e desolazione, nonostante gli abitanti facciano di tutto, comprensibilmente, per minimizzare e dimenticare il problema. Si tratta poi, in particolare la Bielorussia, di realtà dove la contaminazione radioattiva è solo uno dei problemi e forse neanche il più grave. La Bielorussia è un paese poverissimo, dove vige un regime dittatoriale che nega la libertà di opinione. Come a dire che piove sempre sul bagnato... Come si fa dopo aver visto tutto ciò con i propri occhi non rivedere la propria scala di valori e la propria percezione della gravita dei problemi?

Che ne è stato di quegli eroi caduti per salvare milioni di persone? Il loro ricordo è preservato nel tempo? In modo pubblico o solo nei cuori di chi li ha conosciuti?

Chi lo sa...? Non si sa nemmeno quanti fossero i "liquidatori" coinvolti nell'emergenza. In questi giorni, tra l'altro, molti di essi erano in piazza a protestare contro il taglio delle loro pension ... Migliaia, centinaia di migliaia, vigili del fuoco, militari, operai, uomini ai quali nessuno aveva spiegato i rischi reali che correvano, che spostavano materiale radioattivo a mani nude, con delle pale... Completamente dimenticati anche dallo Stato, che aveva promesso loro un buon vitalizio e una bella dacia (una casa). Con il crollo dell'Unione Sovietica le promesse sono svanite nel nulla...

Da cosa nasce questo tuo particolare interesse? E ci racconti come è nata l’idea di questo reportage, poi diventato libro?

L'idea di dar voce agli ultimi, prestando la mia penna a emarginati, poveri e vittime delle tragedie internazionali e di casa nostra, é emersa per me spontaneamente, come la naturale evoluzione di un percorso formativo (lo studio dei diritti umani), di un percorso professionale (l'esperienza del giornalismo) e un percorso personale (la mia fede cristiana). Tutto è cominciato proprio con la Bielorussia. Nel 2006 avevo partecipato come inviata del settimanale Gente Veneta a un viaggio insieme all'associazione Help for Children e alle Acli di Venezia che facevano visita alle famiglie di quelle migliaia di bambini che ogni anno sono ospitati in Italia per smaltire le radiazioni accumulate. Da quel viaggio è nato il mio primo reportage e la conoscenza di Piero De Grandis, responsabile dell'associazione per Venezia. A distanza di qualche tempo, Piero mi propose di partecipare a un nuovo viaggio, questa volta a bordo del convoglio di camper, io gli proposi di scrivere un libro e ci venne in mente l'idea di venderlo per poi, con il ricavato, sostenere i progetti dell'associazione. Cascava a pennello, poi, il 25mo anniversario della catastrofe.

Nel libro parli dettagliatamente dell’ incidente Ma anche di cosa è rimasto di quell’evento nel cuore della gente. Ci sono ancora milioni di abitanti nelle terre colpite dal disastro, come si difendono dalla contaminazione?

Non si difendono affatto. Gli abitanti delle zone contaminate vivono lì come se il problema non esistesse. Hanno altre preoccupazioni, ai loro occhi più urgenti, come ad esempio sfamarsi. E quindi si nutrono delle verdure dell'orto, pur sapendo che si tratta di prodotti contaminati. Le radiazioni sono invisibili, quindi per loro non esistono. La fame invece è palpabile.


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Ci racconti il tuo lavoro da reporter in quelle zone?

Mi sono lasciata accompagnare dai volontari dell'associazione nei villaggi da cui provengono i bambini ospitati in Italia. Io ho semplicemente osservato e fotografato con le parole quel che vedevo. Dove era il caso di andare più a fondo, come nell'incontro con le autorità cittadine, non ho risparmiato domande scomode, sbattendo inevitabilmente contro un muro di gomma.

Da un tuo articolo su ilcambiamento.it, si legge che alcuni politici vorrebbero far diventare, a breve, la centrale di Chernobyl una meta turistica, nonostante sia tutt’altro che sicura. Cosa ne pensi?

È una follia. Rientra perfettamente in quell'insieme di iniziative che il governo Bielorusso ha in atto per minimizzare il problema. In questo modo sta condannando il suo stesso popolo all'estinzione: una delle conseguenze registrate dall'86 è il drastico calo delle nascite nel paese. Ma ancora non si sa se ciò è dovuto a un problema fisico di sterilità oppure alla paura di mettere al mondo bambini 'mostruosi', come è frequente...

Per il tuo viaggio in Bielorussia, ti sei appoggiata a Help for Children. Come è nata questa collaborazione?

Grazie alla'amicizia con Piero, l'associazione mi ha invitato e io ho seguito tutto il loro percorso e le loro storie. Il libro è stato realizzato dall'associazione. Io ho semplicemente messo a loro disposizione la mia penna.

I bambini che vengono ospitati in Italia, con che spirito tornano a casa?

“Rigenerati” é la parola giusta. Nel fisico e nello spirito. Il soggiorno in Italia permette al loro fisico di smaltire le radiazioni accumulate ma non è da sottovalutare l'esperienza umana di essere accolti in famiglie affettuose, di mangiare del sano cibo italiano, di conoscere diverse tradizioni, stili di vita, modelli familiari... Dicono che i bambini bielorussi che vengono in Italia si distinguono da coloro che non hanno questa possibilità, per la luce che hanno negli occhi.

C’è una comunità cattolica a Gomel. In relazione a quel tragico evento com’è cambiato, per la gente, il rapporto con Dio?

La comunità cattolica è in realtà ancora in fase di costruzione, la svolta vera e propria su questo fronte più che dopo l'incidente si é avuta con l'apertura da parte dello stato bielorusso (dopo il crollo dell'Urss) all'ingresso dei sacerdoti cattolici. Prima la coscienza religiosa della popolazione era pressoché inesistente. Adesso c'è una graduale riscoperta della fede, ma si tratta di una vera e propria nuova evangelizzazione in una terra quasi del tutto ateizzata.

Finché soffia il vento… Come terminerebbe la frase? Qual è il messaggio che vuoi darci?

Finché soffia il vento di Chernobyl... porteremo con noi le sue conseguenze. Voglio dire: ci sono errori della storia umana le cui conseguenze possono essere catastrofiche per generazioni e generazioni. Non é meglio evitare di correre certi rischi? Davvero l'intelligenza umana non sa pensare soluzioni alternative al nucleare, meno rischiose?

A che tipo di lettore consiglieresti la tua opera?

Direi a una persona che sia alla ricerca di informazione, a un curioso, a uno che non si accontenti della versione ufficiale, a chi desidera viaggiare, conoscere, capire...

Scrivi libri, e vinci premi; collabori con varie testate locali e italiane, oltre che con periodici online. Da tutto emerge l’impronta umanitaria e sociale. Sensibilizzare l’opinione pubblica è la strada giusta per migliorare il mondo?

Quello che faccio non é che una piccola goccia nell'oceano. Ma sono ingenuamente convinta che ciascuno nel suo piccolo possa dare il suo contributo a rendere il mondo un posto migliore. Ho potuto constatare che qualsiasi passo nella direzione della giustizia scaturisce dalla conoscenza e dalla comprensione dei fenomeni e dei problemi. Non può esserci cambiamento senza informazione...

Collabori con l’associazione San Vincenzo di Mestre curando la stesura de “Il Prossimo”, periodico a sostegno dei più deboli della città. La tua sensibilità per i deboli del mondo è lodevole: da cosa nasce?

Quello che faccio non mi sembra mai abbastanza. Ma anche quel poco che riesco a fare scaturisce dalla mia fede cristiana che si esprime sostanzialmente in una predilezione spassionata per gli "ultimi".



Come ti spieghi la crescita continua di associazioni di volontariato e di difesa dei diritti umani? Stiamo diventando più buoni?

No, non credo, si stanno semplicemente moltiplicando i problemi. A dir la verità pero è forse anche una questione di sensibilità crescente, indubbiamente alimentata dai nuovi mezzi di comunicazione...

Visti il curriculum e il tuo continuo movimento professionale, cosa sogna Francesca per il suo futuro? Sei già arrivata a ciò che volevi fare da grande?

Se mi guardo indietro potrei dire di aver già realizzato tutti i miei sogni, ma non é cosi. Credo molto nella provvidenza e mi lascio accompagnare. Mi ritrovo molto nella splendida frase di Madre Teresa: "Sono solo una matita nelle mani di Dio". Continuare ad essere utile al prossimo con i miei talenti: é questo ciò che mi rende felice in profondità. E non è forse la felicità l'unico vero sogno dell'essere umano?

Ora una domanda che faccio a tutti gli scrittori. Un libro va venduto altrimenti non esiste, oppure esiste anche solo per il fatto di esser stato scritto? In altre parole: vale la pena scrivere se poi non si vende?

Direi che un libro va letto. Il fatto di venderlo non lo trovo fondamentale. Ovviamente dipende dallo scopo per cui si scrive: se uno vuole vendere sa che deve orientarsi su generi commerciali, con argomenti di richiamo, insomma è tenuto al rispetto di alcune regole... È una scelta. Ma molte persone scrivono semplicemente per condividere, per raccontare. É il mio caso. Tra l'altro i libri che ho scritto li ho sempre legati a dei progetti di solidarietà, il ricavato é sempre andato interamente devoluto in beneficenza. Per me non c'è soddisfazione più grande del raccogliere contributi economici per progetti nei paesi più poveri proprio grazie alle mie parole. Credo che in fondo il vero desiderio di ogni scrittore sia quello di vedere le proprie parole avere un senso per qualcun altro...

I tuoi attuali o futuri progetti? Puoi anticiparci qualcosa?

Ci sono alcune idee che mi frullano nella testa da tempo, ma per ora non ho in cantiere nulla di nuovo. Di solito le occasioni arrivano all'improvviso, una telefonata inaspettata, un'opportunità da cogliere al volo. A me solo il compito di saperla riconoscere e rendermi disponibile...

Francesca, grazie di tutto. Speriamo di sentirci in futuro per il tuo prossimo progetto: sia esso un libro o reportage nelle zone più deboli del mondo. O entrambe le cose! Alla prossima.

Grazie mille a te! Alla prossima!


Paolo Fondacci

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Fonti:

Narcomafie.it

Radio3.rai.it


Per saperne di più:

Help For Children

IlCambiamento.it



Dove trovare “Finché soffia il vento di Chernobyl”:

In tutte le librerie, se non presente è ordinabile.

Oppure qui:al sito della casa editrice:Terra Ferma e su Anobii.com

E in tutti i maggiori siti di vendita online (ibs, ciao.it …)


Per contattare Francesca Bellemo: Il suo blog

Le altre sue opere


http://digilander.libero.it/fbellbra/immagini/CopertinaOlMoran.jpg

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Sulla via di Ol Moran

(Ed. Cid s.r.l.)


In braccio a Giovanna

(Ed. Marcianum Press)


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