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TRA LE POESIE DI LEAH GOLDBERG

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POESIA



TRA DUE PATRIE, L'ESISTENZA E IL CANTO DELLA NATURA:

TRA LE POESIE DI LEAH GOLDBERG

 

Leah Goldberg

Leah Goldberg

 

Per la prima volta in italiano è uscita sulla rivista milanese "A Oriente!" la traduzione di alcune poesie di Leah Goldberg, poetessa in lingua ebraica la cui figura ha forgiato la lingua e l'identità linguistica israeliana di almeno due generazioni e che gode ora di una ingiustamente tarda fama.

Leah Goldberg è nata a Koenigsberg, da padre lituano e madre bielorussa; è cresciuta a Kaunas/Kovna, nell'attuale Lituania studiando nelle scuole della rete "Tarbut", in lingua ebraica. Dai suoi diari si apprende che sin da piccola voleva diventare una scrittrice e a undici anni pubblica il suo primo racconto in russo, la sua lingua madre. L'ambiente di varie culture in cui cresce la rende sensibile alle lingue: in casa si parla russo, a scuola studia in ebraico, il lituano e il latino li impara al ginnasio, mentre lo yiddish lo respira nella comunità ebraica. Più tardi arriveranno il tedesco, che le famiglie lettoni parlavano come lingua madre, l'inglese il francese e anche l'italiano. Fin dai primi giorni in cui decide di tenere un diario è chiaro che Leah ha un animo sensibile, tendente alla depressione; una bambina riflessiva che gioisce dei giorni di sole e si angoscia per il domani che è troppo piccola per carpire. Il padre, importante giurista che crea il sistema previdenziale della giovane Lituania, è torturato dai comunisti perché borghese; si ammala e trascorre lunghi periodi nei sanatori psichiatrici, il che crea in Leah una costante paura verso la pazzia. Nel suo secondo romanzo descrive una scena che sicuramente le è capitata nell'infanzia: il padre la va a trovare a scuola, durante la ricreazione e profetizza la fine del mondo, suscitando il riso dei giovani allievi, che la deridono come "figlia del pazzo". Forse per la situazione della famiglia, forse per sua propria natura, Leah vive una vita solitaria, trascorrendo il tempo tra libri e passeggiate nei boschi e nei verdi prati dell'area baltica, di rado con qualche amica.

A scuola si distingue come allieva eccellente e indisciplinata. La stanchezza che la assale le impedisce di concentrarsi di studiare di scrivere il suo diario; "ha i nervi deboli" dicevano vicini e medici. La sua identità si modella sulla lingua, sui suoni, sulla letteratura e le immagini. L'ebraico, la lingua ebraica da poco rinata in cui si insegnano le materie nelle scuole laiche del tarbut è per lei la somma della sua identità di ebrea. Vive con passione il fermento di produzione letteraria nella nuova lingua che tuttavia la inquieta un po' perché "cosa ne sarà di questa lingua che nessuno parla che non ha una vera letteratura? Nessuna lingua come il russo si dà a me così chiaramente e limpidamente". Eppure decide ben presto di divenire una scrittrice "ebraica", ossia in lingua ebraica, che in lei diventa una sorta di sionismo linguistico.

Gli anni del ginnasio e del liceo sono pieni di entusiasmo per il teatro e l'opera che ogni tanto arriva anche a Kovna. Sono pieni di noia, malinconia e tristezza per il cielo sempre grigio, ma di immensa gioia per la natura sconfinata e dolce che descriverà in una poesia della raccolta "poesia della mia terra amata", come la terra "solo sette i giorni di primavera all'anno, plumbeo e piovoso è il resto". Sono anche gli anni dei primi amori, ossessivi e non ricambiati, come l'amore per il suo professore di ebraico, che incontrerà dopo molti anni, scrivendo dell'incontro nella poesia "il mio primo amore": "così grazioso e così buffo / di lontano ti così piccolo / di nuovo ti mostri fronte a me / mio primo amore. / Frane sangue e cenere / anni, anni stagnano nell'abisso / tra i sogni della scuola / ed oggi onori la mia saggezza". Gli amori non corrisposti, le passioni non reciproche, la ricerca di un gesto d'affetto momentaneo sono temi che ricorrono nei suoi versi e che danno forza alla scelta delle parole, alle immagini al ritmo. La profonda disperazione che sicuramente la accompagnava è sempre mitigata da un dolce corso d'acqua dal colore di un fiore, dalla rabbia che nella solitudine, tra una sigaretta e l'altra, le fa venir voglia di "rosicchiare il dolore del domani / mentre il fumo scorre sul muro qui di fianco". Dopo il suo professore è toccato a un suo compagno di studi all'università, poi ad un poeta che ha conosciuto in Israele, poi ad un altro che rimarrà il suo amore non mai vissuto, mentre si permetteva qualche fugace compagnia.

Dopo gli studi del liceo incomincia l'università, filosofia e filologia semitica, prima a Kovna, poi a Berlino e poi a Bonn. In Germania fiorisce il suo intelletto, tra corsi, conferenze, teatri e circoli letterari. Qui la malinconia allenta le sue morse, si fa strada l'appagamento, la gioia per la vita berlinese, la profonda conoscenza della filologia semitica che le permetterà di padroneggiare la lingua ebraica come pochi sapevano allora fare e al contempo di assorbire il meglio della cultura europea dell'epoca. Si immerge nella lingua tedesca, con cui aveva dovuto all'inizi lottare, e in particolare Rilke riecheggerà in ogni sua opera. Dopo la presentazione della tesi di dottorato, uno studio comparativo tra le versioni ebraica e samarica del Pentateuco, torna in Lituania ad insegnare ebraico e storia in un piccolo paese della campagna lituana. Scrive costantemente ad una sua cara amica d'infanzia che era emigrata in Palestina da tempo, mentre il pericolo nazista si faceva sempre più pressante. Il suo impegno politico era minimo; riteneva che un poeta avesse l'obbligo di parlare d'amore e di sentimento anche in periodo di guerra. Torna in Germania quando ormai Hitler è al potere per discutere la tesi. La sua posizione politica si evidenzia nel non nascondere di essere ebrea, e nel non nascondere libri in ebraico o taccuini con appunti scritti in ebraico nei bar di Berlino. Nel suo libro "Lettere da un viaggio immaginario" racconta con tristezza del tradimento di cui si sente vittima: per anni ciò che voleva era assorbire appieno la cultura europea per poterla in un qualche modo tradurre in ebraico, ed ora ecco che la cultura europea la rifiuta perché ebrea. La sua volontà di scrivere d'amore e di sentimento anche in guerra si scontra subito dopo la sua aliya (immigrazione in Israele) nel 1936, grazie a un matrimonio fittizio con un suo amico. La madre aveva divorziato dal padre folle e lo aveva lasciato in Lituania per seguire la figlia con cui vivrà fino alla sua morte.

In Israele Leah deve fare i conti col caldo, con la polvere, con la sabbia, col sole incessante, con una realtà che non le appartiene, con un ethos politico che forse non condivide ma che non la interessa anche se comprende che non vi altra scelta. la sua figura non si adatta all'impegno politico e sociale dei suoi colleghi. Lei è la sola donna tra un gruppo di uomini, reverenti verso i miti fondatori dello Stato di Israele, mentre lei ancora parla di fiori e fiumi, di amori non corrisposti, di dolore per l'esistenza. Gli anni '40 e '50 sono gli anni in cui si traduce tutta la letteratura mondiale in ebraico, per permettere alla prima generazione di madrelingua ebraica di accedere alle grandi opere nella nuova lingua, e non nelle lingue originali come facevano gli ebrei della Diaspora. Traduce Rilke, Goethe e Hoffmansthal, Puskin e Dostoievskij. La traduzione di Guerra e Pace suscita molte critiche, ma è oggi la migliore sul mercato. Incomincia a studiare l'italiano dopo un viaggio in Italia nel 1938, per Roma, Firenze, Venezia, dove ha ammirato ciò che prima aveva solo studiato sui libri. Scrive articoli di critica letteraria, insegna letteratura in un ginnasio, pubblica poesie. Il suo primo romanzo "Lettere da un viaggio immaginario" è bocciato dalla critica come pretenzioso. La sua attrazione per l'Europa non è comune, è malvista. Le sue opere non celebrano la nascita del nuovo Stato ma sono una traduzione ebraica del meglio che l'Europa aveva da offrire. Ed è forse per questo che oggi è rivalutata e amata.

 

Oltre alle poesie scrive letteratura per bambini che ancora mancava e che ancora si canta ai piccoli israeliani. Scrive altri due romanzi, ambientati uno in Lituania e uno a Berlino-il secondo scoperto solo due anni fa in un archivio di Haifa, che era andato perduto e che non voleva pubblicare. Tra i bar di Tel Aviv in cui sedeva sola fumando e scrivendo e incontrandosi con altri poeti è nata una parte fondamentale e una delle migliori della letteratura ebraica contemporanea. La sua lingua è ricercata e pure accessibile, raffinata e dalle immagini semplici, prese dalla vita di ogni giorno, dalla natura che aveva lasciato nell'amata Lituania. La sua figura tragica e ricercata, esile e inaccessibile attira molti lettori perché la sua voce si concentra su quello che in molti non riescono ad esprimere: la nostalgia per un amore non vissuto, la passione generosa per un sentimento rigettato, la caparbia dell'anima di farsi strada nella vita con immagini di un passato lontano.

Molte delle sue poesie sono divenute canzoni indimenticabili, come "te ne andrai sola per il prato", cantata da Shlomi Saranga in versione leggermente orientaleggiante. "Forse allora verranno giorni di grazia e di perdono / e te ne andrai sola per il prato / come un semplice viandante. / il tuo piede accarezzerà i fili d'erba / le punte delle spighe ti pungeranno / e dolce sarà la ferita inferta. / Sola te ne andrai per il prato / e respirerai il profumo dei solchi / sulla terra indurita dall'angoscia e dal sangue. / e semplice, semplice sarà ogni cosa / che si potrà toccare / e si potrà amare / si potrà si potrà amare. / sola te ne andrai per il prato."


Giovanni Matteo Quer Livieri

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