Il campanile di San Marco
Dov'era Com'era! Ai primi di luglio del 1902 il campanile di San Marco da decenni lesionato, ammoni' tutti con le sue fenditure che si allargavano con il passare dei giorni. La mattina del 14 Luglio 1902 alle ore 9.47 il "paron de casa" come amavano chiamarlo allora, cadde senza fare danni irreparabili alla vicina basilica, si porto' invece via un angolo della libreria del Sansovino;  e la loggetta di Jacopo Sansovino sotto al suddetto venne distrutta.  ma nessun veneziano fu ferito. Il conte Filippo Grimani allora amministratore pubblico lancio' il motto: dov'era e com'era, e contributi pervennero non solo dai veneziani, dagli italiani, ma anche dall' estero. L' architetto Giacomo Boni scoperse che le fondamenta del suddetto campanile erano profonde solo mt. 4,30, ed erano irregolari, poggiando su pali di ontano e quercia, sovrapposto via via a dei "panconi" in legno con una "palizzata" di materiale lapideo composto.  Per il futuro campanile furono collocate nuove palafitte e fu apportato nuovo materiale lapideo per aumentare la superfice della base, per poter cosi' meglio distribuire il peso del nuovo campanile. Il 25 aprile 1903 fu posta la prima pietra dal Patriarca di Venezia Carlo Giuseppe Sarto, futuro papa Pio X. Dissapori intervenuti bloccarono i lavori per quasi un anno, poi ripresero il 26 maggio 1907. Per la costruzione della sola "canna" furono impiegati 15.000 quintali di cemento e 42 tonnellate di ferro, i mattoni 1.800.000.
Le campane
Le campane nel vecchio campanile erano sei, il campanone di Candia o maggiore, suonanava in armonia con le altre campane, cadde e si distrusse nel 1722.
La marangona o campanon, quando suonava dettava l'ora affinche' i marangoni (falegnami) si recassero al lavoro e al termine di esso. Suonava anche per dare il primo avviso delle Riunioni del Maggior Consiglio. Suona anche a mezzogiorno.
La trottiera invitava i nobili che si recavano alle sedute del Maggior Consiglio ad affrettar il trotto dei cavalli.
La nona o mezzana segna il mezzogiorno, indicava il termine utile per spedire la posta a Rialto.
la Renghiera o del Malefizio o dei Giustiziati annunciava ai veneziani l'esecuzione di pene capitali.
La mezzaterza o dei Pregadio, richiamava i fedeli alle chiese per le funzioni religiose, e le riunioni del Senato.
Delle cinque campane solo la marangona si salvo',
le altre vennero fuse e rifatte con i loro calchi,  a tali spese contribui' il cardinale Giuseppe Sarto proclamato nel contempo Papa, una campana porta la sua effigie e la sua firma. Il campanile di San Marco e' alto 98,78 (alcuni riportano 98,60) mt. ed e' il fabbricato piu' alto di Venezia.  Non si puo' determinare quando il primo campanile sia nato. Secondo Pompeo Molmenti (laureato in giurisprudenza, romanziere, giornalista e consigliere comunale di Venezia) i primi fondamenti furono gettati sotto il doge Pietro Tribuno verso il 888-912 poi i lavori continuarono non senza molte interruzioni. Solo nell'anno l 991 sotto il dogato di Tributo Menio, ebbero compimento, cio' che appariva aveva la forma di una torre di vedetta. La sua cuspide rivestita di lamiera d'oro rifletteva la luce del sole e serviva da faro di giorno, mentre un fuoco veniva acceso la notte. Nel corso degli anni si fecero diversi rimaneggiamenti, nel 1513 vi si appose l'angelo dorato. 
L'angelo Gabriele in rame dorato, e' anche un anemometro, infatti gira su se stesso indicando percio' la direzione del vento. Ed ora entriamo nella storia: Nel 976 in una tremenda notte in cui i Veneziani si rivoltarono contro l'allora doge Pietro IV Candiano, tendando di stanare il Doge dal Palazzo Ducale fortificato ne appicarono il fuoco che si estese anche alla contigua Basilica di San Marco e alla Chiesa di San Teodoro propagandosi poi per la città incendiando piu' di trecento case che allora erano di legno, l'unica intatta fu la torre-campanile che fino alla sua caduta nel 1902 fu l'edificio più antico di Venezia. Negli anni 1148-1156 sotto il dogato di Domenico Morosini la torre raggiunse i 60 metri per essere all "altezza" della costruenda basilica di San Marco che da piccola "edicola" stava trasformandosi in un tempio sfarzoso. Si deve al doge Vitale Michiel II l'aggiunta della cella campanaria. (1156-1173). Anche piazza San Marco si modificava, cominciò per primo il doge Sebastiano Ziani (1172-1178) che fece interrare il canale Batario che solcava longitudinalmente la piazza, esisteva sul posto anche un tempio dedicato ai santi Geminiano e Mena che fu demolito e riedificato presso la basilica, sullo stesso posto che il Sansovino fece costruire una chiesa che fu poi a sua volta distrutta per creare l'ala Napoleonica. Altre modifiche abbellirono il palazzo Ducale con la creazione delle logge e portici e sempre sotto il doge Sebastiano Ziani si costruì il palazzo dei Procuratori di San Marco. (oggi dette Procuratie vecchie). Ai piedi del campanilie, sul lato che guarda la chiesa di San Marco era diventato un punto di incontro per i nobili, e presto venne costruita una loggia rimaneggiata fino a diventare grazie al Sansovino quella che vediamo oggigiorno. Se un lato era occupato dai nobili, gli altri lati del campanile nondimeno erano lasciati liberi, col tempo nelle botteghe di legno passarono panetterie, osterie, perfino anche un piccolo ospedale, si discuteva e si concludevano affari; alfine prevalsero le osterie che offrivano il vino su dei banchi che venivano spostati per stare all'ombra del campanile, da ciò deriva l'espressione: bere un'ombra. Il "paron de casa" a quel tempo era praticamente una torre di pietra, ma subì lo stesso negli anni gravi danni, i principali nemici furono i fulmini, il primo datato, fu del 7 giugno 1388, ma saette e folgori continuarono a provocare grandi danni. Nel 1403 durante le feste che si tenevano il 24 ottobre per festeggiare una vittoria sui genovesi, una luminaria fra le molte accese incendiò la cella campanaria, essa fu ricostruita nel 1406. Durante un temporale nel 1489 una saetta sconquassò le pietre e fece volar via pinnacolo e la cella campanaria, si dovette procedere urgentemente alla riparazione, ma fu di fortuna, fatta con un tetto di legno e tegole, senza cuspide; e dato che il progetto presentato dall'architetto Giorgio Spavento non ebbe pratica applicazione, si arriva fino al 1511 quando un terremoto alquanto forte colpì la laguna, il campanile si disse rimase in piedi per miracolo. Particolare di Xilografia di Jacopo De Barbari del 1500, si vede il campanile con il tetto in legno e tegole. 
Su you tube una panoramica a "volo d'uccello" di Venezia, sempre di Jacopo De Barbari promossa dalla Fondazione Musei Civici di Venezia. Nel 1511 dopo il terremoto il Senato della Repubblica incaricò il procuratore Bon di riparare la torre e di risistemarne la parte sommitale. Egli con un badget di 10.000 ducati irrobustì tutto il corpo, mise un nuva cella campanaria ora tutta in marmo, l'attico ove si posero le sulture del leone di San Marco e di Venezia. in cima una guglia, avvitata alla guglia un angelo gabriele con le ali spiegate fatto di rame dorato, i lavori finirono con una grande festa il 6 luglio 1513. Ora il campanile non era piu' un rozza torre di pietra e reggeva l'eleganza della vicina basilica di San Marco, e della torre dell'orologio eretta nel 1496 dal bergamasco Mauro Godussi. E dato che era più alto e con molti parti in ferro (98,60 mt. come lo vediamo oggi) attirava le folgori più di prima, da resoconti locali le saette lo colpirono il 29 giugno 1548, il 6 giugno 1562 ed il 4 agosto 1565. Nel 1542 il Sansovino finì la loggetta ai piedi del campanile come la vediamo oggi, nel 1569 fu scelta come posto di guardia dal procuratore di San Marco addetto al compito di proteggere il palazzo Ducale durante le riunioni del Maggior consiglio. Le bottegucce che eranto intorno al campanile furono tolte ed il campanile appariva più bello che mai, era diventato il "paron de casa". Negli anni seguenti moltissime altre saette lo colpirono e molti si aternarono a ripararlo: dal Baldassare Longhena (architetto) a Bernardino Zendrini ad Antonio Gai. Ma ben presto la malasorte prese di mira il bel paron de casa. Il 23 aprile 1745 una terribile saetta ne squarciò un angolo così fortemente da pregiudicane la stabilità, nell'occasione ci furono quattro morti dato che le macerie che precipitarono uccisero dei bottegai, e mentre si pensava sul da farsi altri due fulmini lo colpirono nel 1761 e nel 1762 rendendo la situazione gravissima. Il crollo del campanile fu evitato dall'ingegno dell'abate Giuseppe Toaldo, che propose di mettere il "parafulmine", da quel momento i fulmini non danneggiarono più il campanile, è indubbio che l'abate contribuì ad allungare la vita al campanile che se pur danneggiato arrivò fino al fatidico 1902, dato che nell'800 poco o nulla si fece se non istituire commissioni e contromissioni che bloccarono i lavori. La Stampa 15 luglio1942 Rammentiamo che giorni fa nacquero nuove preoccupazioni sulla sorte del campanile di San Marco; nuove perchè da un pezzo le condizioni del superbo monumento non erano più sicure. L'ultima fenditura si era manifestata nel lato nord, e veniva giù minacciosa dalla cella delle campane per un buon tratto. La fessura era della lunghezza di quattro ai cinque metri, sul lato del campanile che fronteggia l'Orologio. Il principio di questa fenditura rimonta a tempo indietro.... La Stampa archivio Stamane infatti il campanile è crollato alle 9.30, con immenso frastuono, fra lo spavento e l'ansietà generale.....Stamane, alle ore 9.00 gli stessi ingegneri erano stati a visitare il campanile e a vedere i lavori già incominciati. Se non che, ad un certo punto, l'architetto Rupolo s'avvide che dal lato nord cadevano pezzi di marmo e frammenti di calcinacci. Compreso l'imminenza del pericolo si diede l'allarme. Per un vero miracolo si riuscì a far allontanare le persone che stavano nella piazza d San Marco e nella piazzetta......La Stampa archivio ...La Gazzetta di Venezia aveva fin anche detto che non c'era nulla di allarmant. Invece, non appena gli ingegneri furono usciti dal campanile e le adiacenze sgomberate, ecco che s'ode un rumore sordo, ed in un attimo il campanile calare e tra un rumore di tuono lontano accasciarsi sulle sue basi. La distruzione fu compiuta in cinquanta secondi.... Tra una nuvola di polvere, l'angelo dorato che stava sul pinnacolo del campanile precipitò davanti la porta centrale della chiesa di San Marco. Le campane ruzzolarono in mezzo alla piazza e furono poi sepolte dai rottami.Blocchi di marmo nella caduta colpirono il'angolo del Palazzo Reale, proprio dov'è la biblioteca e trascinarono seco un pezzo di muro.... La Stampa archivio ....verso le 10.30 si ebbe l'assicurazione che i danni ..... si arrestano alla distruzione del campanile, a quelli della loggetta del Sansovino, al piedistallo della terza antenna ed all'angolo del Palazzo Reale, occupato dalla Biblioteca....La Stampa archivio .... ore 21.20 E' mpossibile descrivere la costernazione della cittadinanza ....Alcuni preziosi quadri (ndr dentro la Biblioteca), fra cui due del Tintoretto furono distrutti. ..... La caduta degli enormi massi del campanile divelse alcuni lampadrai di bronzo della piazza e la magnifica pietra del Bando in porfido orientale posta presso la Basilica. Questa rimase però praticamente incolume e nulla pare abbia sofferto il Palazzo Ducale. .... In tutti si leggeva il profondo dolore per un avvenimento che priva Venezia della sua splendida torre. Molti vecchi e giovani, piangevano. Dal Corriere della sera.it
Da questo sito potrete leggere una cronologia dei fatti che si sono avverati prima e dopo il crollo del campanile di San Marco, ne elenco alcuni: - grande preoccupazione per la fragilità del monumento. luglio 1885 - Pietro Saccardo, primo architetto della fabbriceria, ha progettato un ascensore per salire sulla sommità del monumento e vorrebbe collocarne il motore nella loggetta del Sansovino. anno 1982 - la stabilità del campanile di San Marco è compromessa a causa di alcuni lavori alla base dell’edificio nel corso dei quali è stato praticato un foro per installare la cucina economica del custode. anno 1898 - I lavori sono sospesi. anno 1901 - La fessura avvistata ieri sul campanile di San Marco appare sempre più larga. 8 luglio 1902. .... Corriere della sera.it * Per l'importanza è d'uopo segnalar il sito Venezia Docet in cui troverete anche un breve filmatino che supporta le ragioni di Pietro saccardo, allora proto Veneziano. * Nelle mie ricerche ho trovato questo bellissimo sito riguardande il campanile di San Marco curato e storicamente ben posto. Giandri's * Sempre da you tube alcune foto di Venezia ed il campanile di San Marco caricate da Mario26E in data 28/gen/2010, la prima foto riguardante il campanile che cade, che come e noto è un fotomontaggio.
Guerra Italo Turca (o di Libia)
1911 - 1912 Centenario della guerra di Libia Vale la pena spendere cinque minuti per comprendere come nasce il colonialismo italiano, dal Dodecanneso all'Africa e perfino alla concessione di Tientsin in Cina (da Wiki). La presenza italiana in Africa si può far risalire al 15 novembre 1865, data in cui la società ligure di navigazione "Rubattino" stipulò con i sultani Ibrahim ed Hassàn il primo contratto, ispirato dal Governo, per l'acquisto della baia di Assab in Dancalia (Etiopia) (continua nel sito dei C.C.). Massaua divenne possedimento coloniale italiano alla fine del XIX secolo. L'occupazione (5 febbraio 1885) coinvolse un corpo di spedizione di 1500 bersaglieri comandato dal colonnello Tancredi Saletta, e si svolse in modo pacifico. La Somalia Italiana fu, dal 1889 al 1905, un protettorato e poi, dal 1905, una colonia italiana. Il 25 gennaio 1887 fu combattuta la battaglia di Dogali tra l’esercito italiano e le forze abissine durante la prima fase di espansione in Eritrea.
 Fino agli anni trenta, gli italiani combatterono, uccidendo un ottavo della popolazione libica (100.000 vittime), la resistenza organizzata dai Senussi ( Omar al-Mukhtar, Idris di Cirenaica, Enver Pascià, Aziz Bey), fino all'impiccagione di Omar al-Mukhtar, nel 1931, mentre coloni italiani si stabilivano in Libia, fino a costituire il 13% della popolazione nel 1939. Ultimatum Il Ministro degli Affari Esteri, onorevole marchese Di San Giuliano, nella notte fra il 26 - 27 settembre 1911, spedi' per telegrafo un ultimatum a costantinopol, che fu consegnato da De Martino Ministro plenipotenziario e reggente dell'ambasciata Italiana, il giorno 28.
« Prego Vostra Signoria di presentare alla Sublime Porta la nota seguente; Durante una lunga serie d’anni il Governo Italiano non ha mai cessato di far constatare alla Sublime Porta la necessità assoluta che giunga a fine lo stato di disordine e di abbandono in cui la Tripolitania e la Cirenaica sono lasciate dalla Turchia, e che queste regioni siano ammesse a godere del medesimi progressi compiuti in altre parti dell’Africa settentrionale. Questa trasformazione, imposta dalle esigenze generali della civiltà, costituisce per l’Italia un interesse vitale di primissimo ordine a cagione della vicinanza di quelle regioni alle coste italiane. Malgrado la condotta tenuta dal Governo Italiano che ha sempre lealmente accordato il suo appoggio al Governo Imperiale ottomano in diverse questioni politiche anche in questi ultimi tempi; malgrado la moderazione e la pazienza di cui il Governo italiano ha dato prova finora, non solamente le sue intenzioni relative alla Tripolitania sono state disconosciute dal Governo imperlale, ma, ciò che è peggio, ogni iniziativa da parte degli italiani in quelle regioni ha sempre incontrato la più ostinata ed ingiustificata opposizione sistematica. Il Governo Imperiale, che aveva cosi dimostrato finora la sua costante .ostilità contro ogni legittima attività Italiana in Tripolitania e Cirenaica, ha recentemente, con un passo dell’ultima ora, proposto al regio Governo di addivenire ad una Intesa dichiarandosi disposto ad accordare qualunque concessione economica compatibile coi trattati in vigore e colla dignità e cogli interessi superiori della Turchia. Ma il Governo italiano non si crede ora mai più in grado di entrare in simili trattative di cui l’esperienza del passato ha dimostrato l’inutilità, e che, invece di costituire una garanzia per l’avvenire, non potrebbero che determinare una causa permanente di attriti e di conflitti. D’altra parte, le informazioni che il Governo Reale riceve dai suoi agenti consolari in Tripolitania Cirenaica rappresentano la situazione colà coma estremamente pericolosa a causa dell’agitazione che vi regna contro gli Italiani e che è provocata, nel modo più evidente, da ufficiali e da altri organi dell’Autorità. Questa agitazione costituisce un pericolo imminente non solamente per gli Italiani, ma anche per gli stranieri di ogni nazionalità che, giustamente commossi e preoccupati per la loro sicurezza, hanno cominciato ad imbarcarsi lasciando senza indugio la Tripolitania. L’arrivo a Tripoli di trasporti militari Ottomani, del cui invio il Governo Reale non aveva mancato di fare osservare anticipatamente al Governo ottomano le serie conseguenze, non potrà che aggravare la situazione e impone al Governo Reale l’obbligo stretto e assoluto di provvedere ai pericoli che ne risultano. Il Governo italiano, vedendosi in tal modo ormai forzato a pensare alla tutela della sua dignità e dei suoi interessi, ha deciso di procedere all’occupazione militare della Tripolitania e della Cirenaica. Questa soluzione è la sola che l’Italia possa adottare, e il Governo italiano si aspetta che il Governo Imperiale voglia dare gli ordini occorrenti affinché essa non incontri, da parte degli attuali rappresentanti ottomani, alcuna opposizione, e i provvedimenti, che necessariamente ne derivano, possano effettuarsi senza difficoltà. Accordi ulteriori saranno presi dai due Governi por regolare la situazione definitiva che ne risulterà. La Regia Ambasciata a Costantinopoli ha ordine di domandare una risposta perentoria in proposito da parte del Governo ottomano, entro un termine di 24 ore dopo la presentazione alla Sublime Porta del presente documento. In mancanza di che, il Governo italiano sarà nella necessità di procedere all’attuazione immediata dei provvedimenti destinati ad assicurare l’occupazione. La S. V. vorrà aggiungere che la risposta della Sublime Porta, entro il predetto termine di 24 ore, ci deve essere comunicata anche per il tramite dell’Ambasciata di Turchia a Roma. » DI SAN GIULIANO. http://www.youtube.com/watch?v=JO9Ow4DGUbQ
Sai dove s'annida più florido il suol sai dove sorrida più magico il sol sul mar che ci lega con l'Africa là la stella d'Italia ci addita un tesor, ci addita un tesor. A Tripoli! A Tripoli! Tripoli bel suol d'amore ti giunga dolce questa mia canzon sventoli il tricolore sulle tue torri al rombo del cannon naviga o corazzata benigno è il vento e dolce la stagion. Tripoli terra incantata sarai italiana al rombo del cannon. A te marinaio sia l'onda sentier sia guida fortuna per te bersaglier. Spera e va soldato, vittoria è colà hai teco l'Italia che gridati: "và! Tripoli bel suol d'amore ti giunga dolce questa mia canzon sventoli il tricolore sulle tue torri al rombo del cannon naviga o corazzata benigno è il vento e dolce la stagion. Tripoli terra incantata sarai italiana al rombo del cannon. Al vento africano che Tripoli assal giaà squillan le trombe, la marcia real, A Tripoli i Turchi non regnano più: giaà il nostro vessillo issato è lassù.... Tripoli bel suol d'amore ti giunga dolce questa mia canzon sventoli il tricolore sulle tue torri al rombo del cannon naviga o corazzata benigno è il vento e dolce la stagion. Tripoli terra incantata sarai italiana al rombo del cannon. ....
Giovanni Corbetto musica di di Colombino Arona
un interessante pdf proveniente dal sito: Glialpini.com
Chi erano gli Ascari Discorso di Giovanni Pascoli per l'impresa di Libia (1911-1912). Pascoli tenne al Teatro comunale questo discorso a Barga il 21 novembre 1911. La grande proletaria si è mossa. Prima ella mandava altrove i suoi lavoratori che in patria erano troppi e dovevano lavorare per troppo poco. Li mandava oltre alpi e oltre mare a tagliare istmi, a forare monti, ad alzar terrapieni, a gettar moli, a scavar carbone, a scentar selve, a dissodare campi, a iniziare culture, a erigere edifizi, ad animare officine, a raccoglier sale, a scalpellar pietre; a fare tutto ciò che è più difficile e faticoso, e tutto ciò che è più umile e perciò più difficile ancora: ad aprire vie nell'inaccessibile, a costruire città, dove era la selva vergine, a piantar pometi, agrumeti, vigneti, dove era il deserto; e a pulire scarpe al canto della strada. Il mondo li aveva presi a opra, i lavoratori d'Italia; e più ne aveva bisogno, meno mostrava di averne, e li pagava poco e li trattava male e li stranomava. Diceva Carcamanos! Gringos! Cincali! Degos! Erano diventati un po' come i negri, in America, questi connazionali di colui che la scoprì; e come i negri ogni tanto erano messi fuori della legge e della umanità, si linciavano. Lontani o vicini alla loro patria, alla patria nobilissima su tutte le altre, che aveva dato i più potenti conquistatori, i più sapienti civilizzatori, i più profondi pensatori, i più ispirati poeti, i più meravigliosi artisti, i più benefici indagatori, scopritori, inventori, del mondo, lontani o vicini che fossero, queste opre erano costrette a mutar patria, a rinnegare la nazione, a non essere più d'Italia. Era una vergogna e un rischio farsi sentire a dir Si, come Dante, a dir Terra, come Colombo, a dir Avanti! come Garibaldi. Si diceva: - Dante? Ma voi siete un popolo d'analfabeti! Colombo? Ma la vostra è l'onorata società della camorra e della mano nera! Garibaldi? Ma il vostro esercito s'è fatto vincere e annientare da africani scalzi! Viva Menelik! I miracoli del nostro Risorgimento non erano più ricordati, o, appunto, ricordati come miracoli di fortuna e d'astuzia. Non erano più i vincitori di San Martino e di Calatafimi, gl'italiani: erano i vinti di Abba-Garima. Non avevano essi mai impugnato il fucile, puntata la lancia, rotata la sciabola: non sapevano maneggiare che il coltello. Così queste opre tornavano in patria poveri come prima e peggio contenti di prima, o si perdevano oscuramente nei gorghi delle altre nazionalità. Ma la grande Proletaria ha trovato luogo per loro: una vasta regione bagnata dal nostro mare, verso la quale guardano, come sentinelle avanzate, piccole isole nostre; verso la quale si protende impaziente la nostra isola grande; una vasta regione che già per opera dei nostri progenitori fu abbondevole d'acque e di messi, e verdeggiante d'alberi e giardini; e ora, da un pezzo, per l'inerzia di popolazioni nomadi e neghittose, è per gran parte un deserto. Là i lavoratori saranno, non l'opre, mal pagate mal pregiate mal nomate, degli stranieri, ma, nel senso più alto e forte delle parole, agricoltori sul suo, sul terreno della patria; non dovranno, il nome della patria, a forza, abiurarlo, ma apriranno vie, colteranno terre, deriveranno acque, costruiranno case, faranno porti, sempre vedendo in alto agitato dall'immenso palpito del mare nostro il nostro tricolore. E non saranno rifiutati, come merce avariata, al primo approdo; e non saranno espulsi, come masnadieri, alla prima loro protesta; e non saranno, al primo fallo d'un di loro, braccheggiati inseguiti accoppati tutti, come bestie feroci. Veglieranno su loro le leggi alle quali diedero il loro voto. Vivranno liberi e sereni su quella terra che sarà una continuazione della terra nativa, con frapposta la strada vicinale del mare. Troveranno, come in patria, ogni tratto le vestigia dei grandi antenati. Anche là è Roma. E Rumi saranno chiamati. Il che sia augurio buono e promessa certa. SI: Romani. SI: fare e soffrire da forti. E sopra tutto ai popoli che non usano se non la forza, imporre, come non si può fare altrimenti, mediante la guerra, la pace. - Ma che? - Il mondo guarda attonito o nasconde sotto il ghigno beffardo la sua meraviglia. - La Nazione proletaria, la nostra fornitrice di braccia a prezzi ridotti, non aveva se non il piccone, la vanga e la carriola. Queste le sue arti, queste le armi sue: le armi, per lo meno, che sole sa maneggiare, oltre il coltello col quale partisce il pane e si fa ragione sulle risse. Si diceva bensì che era una potenza; e invero aveva avuto un cotal risveglio che ella chiama risorgimento. Qual risorgimento? Dalla vittoria d'un benefico popolo alleato aveva ottenuto Milano; da quella d'un altro, Venezia. In un momento che questi due alleati si battevano fieramente tra loro, ella aveva ghermito Roma. Così la nazione era risorta. E risorta, volendo dar prova di sè, era stata vinta da popoli neri e semineri E ora ... - Ecco quel che è accaduto or ora e accade ora. Ora l'Italia, la grande martire delle nazioni, dopo soli cinquant'anni ch'ella rivive, si è presentata al suo dovere di contribuire per la sua parte all'umanamento e incivilimento dei popoli; al suo diritto di non essere soffocata e bloccata nei suoi mari; al suo materno ufficio di provvedere ai suoi figli volenterosi quel che sol vogliono, lavoro; al suo solenne impegno coi secoli augusti delle sue due Istorie, di non esser da meno nella sua terza era di quel che fosse nelle due prime; si è presentata possente e serena, pronta e rapida, umana e forte, per mare per terra e per cielo. Nessun'altra nazione, delle più ricche, delle più grandi, è mai riuscita a compiere un simile sforzo. Che dico sforzo? Tutto è sembrato così agevole, senza urto e senza attrito di sorta! Una lunghissima costa era in pochi giorni, nei suoi punti principali, saldamente occupata. Due eserciti vi campeggiano in armi. O Tripoli, o Beronike, o Leptis Magna (non hanno diritto di porre il nome quelli che hanno disertato o distrutta la casa!), voi rivedete, dopo tanti secoli, i coloni dorici e le legioni romane! Guardate in alto: vi sono anche le aquile! Un altro popolo ai nostri giorni si rivelò a un tratto così. Dopo non molti anni che si veniva trasformando in silenzio, eccolo mettere per primo in azione tutte le moderne invenzioni e scoperte, le immense navi, i mostruosi cannoni, le mine e i siluri, la breve vanga delle trincee, e il tuo invisibile spirito, o Guglielmo Marconi, che scrive coi guizzi del fulmine; tutti i portati della nuova scienza e tutto il suo antico eroismo; e coi suoi soldatini ... O non sono chiamati soldatini anche i classiarii e i legionari d'Italia? Non ha l'Italia nuova in questa sua prima grande guerra messo in opera tutti gli ardimenti scientifici e tutta la sua antica storia? Non ha per prima battuto le ali e piovuto la morte sugli accampamenti nemici? Non ha, a non grande distanza dal promontorio Pulcro, rinnovato gli sbarchi di Roma? Non si è già trincerata inespugnabilmente, secondo l'arte militare dei progenitori, con fossa e vallo; per avanzare poi sicura e irresistibile? Eccoli là, e sono pur sempre quelli e attendono al medesimo lavoro, i lavoratori che il mondo prendeva e prende a opra. Eccoli con la vanga in mano, eccoli a picchiar col piccone e con la scure, i terrazzieri e braccianti per tutto cercati e per tutto spregiati. Con la vanga scavano fosse e alzano terrapieni, al solito. Coi picconi, al solito, demoliscono vecchie muraglie, e con le scuri abbattono, al solito, grandi selve. Ma non sono le solite strade, che fanno per altrui: essi aprono la via alla marcia trionfale e redentrice d'Italia. Fanno una trincea di guerra, sgombrano lo spazio alle artiglierie. Stanno li sotto i rovesci d'acqua, sotto le piogge di fuoco; e cantano. La gaia canzone d'amore e ventura è spesso l'inno funebre che cantano a se stessi, gli eroi ventenni. Che dico eroi? Proletari, lavoratori, contadini. Il popolo che l'Italia risorgente non trovò sempre pronto al suo appello, al suo invito, al suo comando, è là. O cinquant'anni del miracolo! I contadini che spesso furono riluttanti e ripugnanti, i contadini che anche lontani dal Lombardo-Veneto chiamavano loro imperatore l'imperatore d'Austria, e ciò quando l'imperio di Roma era nelle mani del dittatore ultimo, i contadini che Garibaldi non trovò mai nelle sue file ... vedeteli! È l'ora dell'insidia e del tradimento. La trincea è in qualche punto sorpassata. I nostri sono fucilati al petto e pugnalati a tergo. Sopraggiunge al galoppo vertiginoso una batteria appena appena sbarcata. La rivoltella in pugno, gli occhi schizzanti fuoco, anelanti sui cavalli sferzati e spronati a sangue, vengono ... i contadini italiani. In tre minuti i cavalli sono staccati, gli affusti tolti, i cannoni appostati; e la tempesta di ferro e fuoco tuona formidabilmente. Quale e quanta trasformazione! Giova ripeterlo: cinquant'anni fa l'Italia non aveva scuole, non aveva vie, non aveva industrie, non aveva commerci, non aveva coscienza di se, non aveva ricordo del passato, non aveva, non dico speranza, ma desiderio dell'avvenire. In cinquant'anni è parso che altro non si facesse se non errori e anche delitti; non si cominciasse se non a far sempre male e non si finisse se non col non far mai nulla. La critica era feroce e interminabile e insaziabile. Era forse un desiderio impaziente che la animava. Ebbene in cinquant'anni l'Italia aveva rifoggiato saldamente, duramente, immortalmente, il suo destino. Chi vuol conoscere quale ora ella è, guardi la sua armata e il suo esercito. Li guardi ora in azione. Terra, mare e cielo, alpi e pianura, penisola e isole, settentrione e mezzogiorno, vi sono perfettamente fusi. Il roseo e grave alpino combatte vicino al bruno e snello siciliano, l'alto granatiere lombardo s'affratella col piccolo e adusto fuciliere sardo; i bersaglieri (chi vorrà assegnare ai bersaglieri, fiore della gioventù panitalica, una particolare origine?), gli artiglieri della nostra madre terra piemontese dividono i rischi e le guardie coi marinai di Genova e di Venezia, di Napoli e d'Ancona, di Livorno, di Viareggio, di Bari. Scorrete le liste dei morti gloriosi, dei feriti felici della loro luminosa ferita: voi avrete agio di ricordare e ripassare la geografia di questa che appunto era tempo fa, una espressione geografica. E vi sono le classi e le categorie anche là : ma la lotta non v'è o è lotta a chi giunge prima allo stendardo nemico, a chi prima lo afferra, a chi prima muore A questo modo là il popolo lotta con la nobiltà e con la borghesia. Così là muore, in questa lotta, l'artigiano e il campagnolo vicino al conte, al marchese, al duca. Non si chiami, questa, retorica. Invero né là esistono classi né qua. Ciò che perennemente e continuamente si muta, non è. La classe che non è per un minuto solo composta dei medesimi elementi, la classe in cui, con eterna vicenda, si può entrare e se ne può uscire, non è mai sostanzialmente diversa da un'altra classe. Qual lotta dunque può essere che non sia contro sè stessa? E lottiamo, dunque, bensì; ma sia la nostra lotta come quella che si vede là, della nostra Patria, per così dire, scelta, della nostra Patria, che vorrei dire in piccolo, se non dovessi aggiungere: no: in grande! Lotta d'emulazione tra fratelli, ufficiali o soldati, a chi più ami la madre comune, che ne li rimerita con uguali gradi, premi, onori, e li avvolge morti nello stesso tricolore. O voi che siete la più grande, la più bella, la più benefica scuola che abbia avuta nel cinquantennio l'Italia, armata ed esercito nostri! Dicono che in codesta scuola s'insegna a oziare! E no: s'insegna a vigilar sempre. S'insegna a godere! E no: s'insegna a patire. S'insegna a essere crudeli a ogni incendio, a ogni inondazione, a ogni terremoto, a ogni peste, accorrono questi crudeli a fare da pompieri, da navicellai, da suore di carità, da governanti, da infermieri, da becchini. S'insegna a uccidere! S'insegna a morire. Questa è la scuola che, oltre aver distribuito tanto alfabeto, ci ammaestra esemplarmente nell'umano esercizio del diritto e nell'eroico adempimento del dovere. Essa risponde ora a quelli che confondono l'aspirazione alla pace con la rassegnazione alla barbarie e alla servitù. - Noi -- dicono quei nostri maestri -- che siamo l'Italia in armi, l'Italia al rischio, l'Italia. in guerra, combattiamo e spargiamo sangue, e in prima il nostro, non per disertare ma per coltivare, non per inselvatichire e corrompere ma per umanare e incivilire, non per asservire ma per liberare. Il fatto nostro non è quello dei Turchi. La nostra è dunque, checché appaiono i nostri atti singoli di strategia e di tattica, guerra non offensiva ma difensiva. Noi difendiamo gli uomini e il loro diritto di alimentarsi e vestirsi coi prodotti della terra da loro lavorata, contro esseri che parte della terra necessaria al genere umano tutto, sequestrano per sè e corrono per loro, senza coltivarla, togliendo pane, cibi, vesti, case, all'intera collettività che ne abbisogna. A questa terra, così indegnamente sottratta al mondo, noi siamo vicini; ci fummo già; vi lasciammo segni che nemmeno i Berberi, i Beduini e i Turchi riuscirono a cancellare; segni della nostra umanità e civiltà, segni che noi appunto non siamo Berberi, Beduini e Turchi. Ci torniamo. In faccia a noi questo è un nostro diritto, in cospetto a voi era ed è un dovere nostro. Così risponde l'Italia guerreggiante ai fautori dei pacifici Turchi e della loro benefica scimitarra; degli umani Beduini-Arabi che non usano violare e mutilare soltanto cadaveri; degli industriosi razziatori di negri e mercanti di schiavi. Così risponde con un fatto di eroica e materna pietà, che ha virtù di simbolo. Il bersagliere, di quelli fulminati di fronte e pugnalati alle spalle, raccoglie di tra i cadaveri una bambina araba: la tiene con se nella trincea, la nutre, la copre, l'assicura. Tuonano le artiglierie. Sono il canto della cuna. Passano rombando le granate. La bambina è ben riparata, e le crede, chi sa? balocchi fragorosi e luminosi. Ella è salva: crescerà italiana, la figlia della guerra. O non è ella la barbarie, non decadente e turpe, ma vergine e selvaggia; la barbarie nuda famelica abbandonata? E colui che la salva e la nutre e la veste non è l'esercito nostro che ha l'armi micidiali e il cuore pio, che reca costretto la morte e non vorrebbe portar che la vita? O esercito calunniato! Eppur tra lo sdegno e lo schifo, nel leggere le diffamazioni dei giornali stranieri, noi abbiamo sorriso! Chi non ha visto qualche volta i nostri bei ragazzi armati dividere la gamella e il pan di munizione con qualche vecchio povero? Chi non ha visto qualche volta uno dei nostri cari fanciulloni soldati con un bambino in collo? Chi non li ha visti accorrere a tutte le sventure, prestarsi a tutte le fatiche, affrontare tutti i pericoli per gli altri? Ora ecco che in pochi giorni sono divenuti masnadieri ... Sì: noi sorrideremmo se l'accusa, per quanto assurda, ma immonda, non toccasse ciò che abbiamo di più caro e di più sacro. Hanno detto, rivolgendosi al tuo esercito, turpi parole contro te, o pura o santa madre nostra Italia! Per quanto elle non giungano all'orlo della tua veste, noi non possiamo perdonare, o madre d'ogni umanità, o madre tanto forte quanto pia! Noi ce ne ricorderemo. Ricorderemo che voi, o stranieri, avete voluto prestare i fermenti di barbarie che forse ancora brulicano nel vostro cuore, al popolo che con San Francesco rese più umano, se è lecito dirlo, persino Gesù Nazareno; che coi suoi soavi artisti fece dell'inaccessibile cielo una buona tiepida raccolta casa terrena piena d'amore; che col Beccaria abolì la tortura; che, quasi solo nel mondo, non ha più la pena di morte; che in Garibaldi ebbe un portentoso guerriero che odiava la guerra e preferiva la vanga alla spada e piangeva sul nemico vinto e sceso dal trono e perdonava al suo tortòre e non faceva distruggere un campo di grano, dove i nemici potevano nascondersi, perché il grano era quasi maturo e vicino a divenir pane. O santi martiri nostri, o Pellico e Oroboni, o Tazzoli e Tito Speri, che vi faceste del duro carcere sotterraneo un tempio, e del patibolo un altare! Ma noi sappiamo da che furono mosse le inique accuse. Da questo: l'esempio che aveva a restar unico, del Giappone, si era, dopo poco tempo rinnovato. Le opre de' mondo erano, a suo tempo e luogo, soldatini formidabili. La grande Proletaria delle nazioni (laboriosa e popolosa questa dell'occidente appunto come quell'altra dell'oriente estremo) scendeva in campo, si mostrava, per mare per terra e per cielo, potenza tanto più forte quanto più semplice, più lavoratrice, più avvezza a soffrire che a godere, più consapevole del suo diritto conculcato, più ispirata dal sublime pensiero che ella, pur mo' redenta, doveva a sua volta divenir redentrice. Così l'Italia si è affermata e confermata. Ora è incrollabile. Può (perdonate la bestemmia; ché in verità ella non può!) essere ricacciata al mare, essere costretta ad abbandonare l'impresa, essere invasa, corsa, calpestata, divisa e assoggettata ancora: ella è e resterà, non può morir più una nazione in cui le madri raccomandano ai figli che partono per la guerra, di farsi onore, in cui tutti i bambini delle scuole rompono per i feriti il loro salvadanaio, in cui (udite: è cosa accaduta in un borghetto qui presso: ai Conti) il più povero mezzaiuolo dei dintorni, che ha un figlio nelle trincee di Tripoli, dà ai cercatori della Patria i suoi unici due soldi: l'obolo che la Patria ha riposto nel suo seno, vicino al suo gran cuore, come inestimabile tesoro. I nostri feriti non trascineranno per le vie le mutile membra e la vita impotente. No. Saranno quello che per la madre e per i fratelli è il figlio e fratello nato o fatto infelice. Saranno i careggiati, i meglio riguardati, i più amati. Essi ci ricorderanno la prima ora che abbiamo avuta, dopo tanti anni, di coscienza di noi, di gloria e vittoria, d'amore e concordia. Non tenderanno la mano. La tenderemo noi a loro per averne una stretta che ci faccia bene al cuore. Non picchieranno alla porta. Le apriremo noi, a due battenti, le porte, per farli assidere al nostro focolare e alla nostra mensa, e udirne i semplici e magnifici racconti, e consacrare la nostra casa e i nostri figli a quella, che ci ispira ogni bene, ci tien lontani da ogni viltà, ci accompagna sempre, e non muta mai: alla Patria a cui quando si rende, e così volontieri, così giocondamente, così sorridenti, la vita che ci diede, ella, ella piange. Benedetti voi, morti per la Patria! Riunitevi, eroi gentili, nomi eccelsi, umili nomi, ai vostri precursori meno avventurati di voi, perchè morirono per ciò che non esisteva ancora! Voi l'Italia già grande ha raccolti nelle braccia possenti. Qual festa vi faranno i morti vincitori di S. Martino di Calatafimi! Il gigantesco Schiaffino, morto impugnando la bandiera dei Mille, come accoglierà i piccoli fucilieri dell' 84° conquistatori della bandiera del Profeta! Ma non vi fermate troppo con loro; o bersaglieri di Homs coi bersaglieri di Palestro, o cavalleggeri di Tripoli coi cavalleggeri di Montebello. La vittoria rende felice anche i morti. Andate a consolare i vinti! O Bianco, santa primizia della guerra, o Grazioli, o De Lutti, o marinai di Tripoli e Ben-Ghazi, consolate i morti di Lissa! O Bruchi, o Solaroli, o Granafei, o Faitini, o Flombert, o Orsi, o Bellini, o Silvatici, o trecento caduti in un'ora, consolate i morti di Custoza! Oh! Non dimenticate i più dolorosi, e, se si può dire, anche più valorosi, morti di Amba Alage e Abba Garima. Sono, essi, gli ultimi martiri d'Italia: sono ancora sulla soglia. Abbracciate il maggior Toselli così degno di guidare un'avanzata audace su Ain-Zara! Baciate il maggior Galliano, così degno di difendere le trincee di Bu-Meliana e Sciara-Sciat! O capitano Pietro Verri che nel momento più periglioso guidasti al contrattacco, fuori delle Trincee, i mozzi di sedici e diciassette anni, i ragazzi del nostro mare, o sublime capitan Verri, tu va direttamente a Caprera, va a narrar la cosa a Giuseppe Garibaldi. Ripeterà esso a te il tuo appello: Garibaldini del mare! E ti ricorderà che egli aveva il suo battaglione di speranzini, ragazzi raccolti per le strade, i quali a Velletri, divini fanciulli, lo salvarono. Benedetti, o morti per la Patria! Voi non sapete che cosa siete per noi e per la Storia! Non sapete che cosa vi debba l'Italia! L'Italia, cinquant'anni or sono, era fatta. Nel sacro cinquantennario voi avete provato, ciò che era voto de' nostri grandi che non speravano si avesse da avverare in così breve tempo, voi avete provato che sono fatti anche gl'italiani. Giovanni Pascoli
Anatomia virtuale Visible body
Avete un dolorino? proprio in quel punto? ma sapete cosa c'e' sotto?
Scoprite il vostro corpo con queste immagini tomografiche.
Il sito in questione è della Visible Body ma sebbene si dica sia free, alla fine per ben vedere, risulta a pagamento.
Comunque si possono vedere delle tavole interessanti in modo gratuito.
U.r.l. esempio: movie di you tube
Un altro interessante sito che tratta interessanti argomenti è della BioDigital Systems, ed è free : Risorsa primaria per le soluzioni di visualizzazione medica tra cui animazione in 3D, simulatori medici e sistemi informatici.
e non necessita la registrazione. Buona visione!
Il sito e' ottimizzato per una risoluzione di 1280 x 800, a risoluzioni inferiori le immagini si sovrappongono al testo.
|
|